domenica 11 dicembre 2016

Paola Caridi : Il prezzo alto pagato dagli egiziani copti

 
 
 
Eccole, le paure che si fanno realtà. L’attentato alla cattedrale copta del Cairo, ad Abassyyia. Un attentato compiuto nella domenica santa per i cristiani, e nel…
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Eccole, le paure che si fanno realtà. L’attentato alla cattedrale copta del Cairo, ad Abassyyia. Un attentato compiuto nella domenica santa per i cristiani, e nel giorno in cui i musulmani si stanno preparando a celebrare il compleanno del profeta Mohammed. Una festa, quest’ultima, sentita da tutti negli strati popolari del Cairo.
Il numero dei morti cresce, e rischia di eguagliare il numero dei morti dell’attentato di Capodanno 2011, nella Chiesa dei Due Santi di Alessandria. Almeno 22 morti stamattina, almeno 35 feriti. Il bilancio è parziale, e il numero delle vittime potrebbe aumentare.
Così come crescerà la tensione, già alta, tra egiziani copti ed egiziani musulmani. Non è da ora che la ruggine è presente tra la maggioranza degli egiziani e la grande minoranza copta, ma la tensione ha raggiunto livelli di nuovo alti in zone sensibili come quella di Minya. Per un elenco ragionato di quello che è successo negli ultimi tre anni, si può leggere l’articolo pubblicato proprio ieri su Foreign Policy da Johannes Makar (How Egypt’s Copts Fell Out of Love with President Sisi), e si scopriranno cose di cui – sulla stampa italiana ed europea – si parla poco, pochissimo. Perché siamo tutti all’interno di un dibattito che relega la complessità in un angolo, e si limita a uno scontro tra Buoni e Cattivi, con i regimi dittatoriali dell’area mediorientale che servono soltanto a chiudere con un coperchio un vaso di Pandora indistinto. Gli autocrati ci vogliono in Medio Oriente, perché ciò che verrebbe al loro posto sarebbe peggio, dicono i fini analisti..
Nel frattempo, mentre i fini analisti discettano di ‘ciò che potrebbe succedere se…’,  la luna di miele tra la comunità copta e il presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi, concordata dalla gerarchia copta, è durata poco. Per l’ennesima volta si è reiterato quello che, per decenni, è successo in Egitto: i copti hanno raggiunto un’intesa con il regime di turno (era successo con Hosni Mubarak, è successo con Abdel Fattah al Sisi) per essere difesi come minoranza, invece di sposare una posizione più difficile e allo stesso tempo strategica. Cioè pretendere la difesa di tutti i diritti umani e civili, individuali e collettivi, compresa la libertà di professare la propria fede. Battersi per i diritti di tutto il popolo egiziano, compresi gli egiziani copti. Una posizione che è stata espressa dai copti presenti a piazza Tahrir, copti che hanno pagato lo stesso prezzo pagato da tutti i rivoluzionari: morte, galera, minacce, vessazioni, esilio.
La scelta strategica non è stata fatta neanche stavolta, dalla gerarchia conservatrice copta. Non è successo neanche stavolta, e anche stavolta – con Sisi – i risultati non sono stati quelli sperati, a dimostrazione che il nemico non è (o non è solo) la Fratellanza Musulmana a guida conservatrice e non era (e non era solo) Mohammed Morsi nel suo periodo di presidenza della repubblica egiziana . D’altro canto, come hanno segnalato spesso i rivoluzionari copti, vi è una ferita aperta e irrisolta, vale a dire il massacro di Maspero, nell’autunno 2011. Furono uccisi 29 copti, tra i manifestanti che si stavano dirigendo dal quartiere di Shobra a piazza Tahrir. Responsabili, dissero i rivoluzionari, i soldati dell’esercito egiziano che falciarono i manifestanti con i blindati.
La storia delle relazioni tra la comunità copta e i regimi egiziani è una storia complessa. E i copti hanno pagato un prezzo alto. Come il prezzo pagato nel Capodanno del 2011 ad Alessandria, quando un attentato colpì la Chiesa dei Due Santi. L’accusa cadde subito su di un gruppo jihadista, Jundullah, salvo poi sapere da una notizia di stampa di Al Arabya che contro  l’allora, potentissimo ministro dell’interno Habib al Adly era stata aperta un’indagine: l’accusa era di essere stato il mandante dell’attentato per gettare la colpa sugli islamisti e acuire la repressione. Era gennaio del 2011. La rivoluzione scoppiò dopo poco meno di un mese.
Che la situazione in Egitto, oggi e negli scorsi mesi, sia instabile, lo sanno tutti gli analisti che dell’area si occupano. Crisi economica, svalutazione pesantissima del dollaro, pressione sulle classi meno abbienti (il simbolo è la scomparsa dello zucchero dagli scaffali), e le terribili e costanti violazioni dei diritti umani in Egitto: il quadro è a dir poco preoccupante. E ogni ulteriore commento, a questo punto, è inutile

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