domenica 18 dicembre 2016

Paola Caridi : …e intanto, nella fragile Giordania… | invisiblearabs

 
 
 
 
…e intanto, nella fragile Giordania… 18 dicembre 201618 dicembre 2016 - Paola La notizia dell’attacco alla stazione di polizia di Kerak, in Giordania, è una di quelle notizie che sembrano perdersi nelle grandi crisi in corso tra Medio Oriente e Nord Africa. Tra Siria, Iraq, Libia. Eppure è una di qu...
invisiblearabs.com
 
 
 
La notizia dell’attacco alla stazione di polizia di Kerak, in Giordania, è una di quelle notizie che sembrano perdersi nelle grandi crisi in corso tra Medio Oriente e Nord Africa. Tra Siria, Iraq, Libia. Eppure è una di quelle che fanno venire più di qualche brivido.
I pochi fatti finora accertati dalle fonti giornalistiche affidabili (leggi: agenzie internazionali e testate credibili). Uomini armati hanno attaccato poliziotti nella zona di Kerak, dove si trova un famoso castello crociato, tra le perle turistiche della Giordania. Sarebbero stati uccisi 4 poliziotti e un turista canadese, ferite 9 persone tra cui elementi delle forze di sicurezza, e turisti sarebbero stati presi in ostaggio dagli assalitori, che si sono rinchiusi nell’area del castello. [aggiornamento delle 19 ora italiana: 7 i morti, sino a questo momento. Il commando avrebbe preso ostaggi e si sarebbe asserragliato nella cittadella crociata di Al Kerak. Avrebbero rilasciato 10 turisti. Ma è tutto ancora troppo confuso, e le fonti ufficiali non forniscono molti dettagli. Potete seguire Aljazeera.com e Reuters, tra gli altri]
Tanti i condizionali, sinora. Un dato certo: la Giordania è la retrovia delle tre crisi più importanti dell’intera regione (Siria, Iraq e anche Yemen), e la sua stabilità è – dietro le quinte – la questione forse più rilevante per la comunità internazionale dopo le guerre guerreggiate. Amman è divenuta, suo malgrado, il più importante hub umanitario e politico di un’area che va dalla Turchia sino al sud della penisola arabica. Le organizzazioni internazionali – il cosiddetto sistema ONU in primis – sono concentrate con i loro quartier generali regionali in Giordania per una enorme emergenza umanitaria di cui si fa fatica anche a calcolare l’ampiezza e il budget necessario per affrontarla. Gli Stati Uniti sono da anni presenti in forze in Giordania, sin dall’inizio della guerra in Iraq. I forti finanziamenti delle potenze del Golfo non sono visibili solo nell’incredibile sviluppo edilizio di Amman, ma nel sostegno quotidiano ai profughi in termini di assistenza.
Le retrovie sono un bersaglio, si sa. È apparso ancor più chiaro dopo l’attentato suicida dello scorso giugno, a cui è stata data poca rilevanza sulla nostra stampa. Sette i militari giordani uccisi al confine con la Siria: un tragico episodio che ha fatto dichiarare l’area attorno al confine una zona militare e, di fatto, chiudere un passaggio vitale per migliaia  di profughi siriani e iracheni, rimasti bloccati in un mezzo al nulla. Con l’impossibilità di tornare indietro e andare avanti. Poco più di un mese fa, all’inizio di novembre, vi era stato anche un attacco a una base americana nel sud della Giordania, a Al Jafr: 3 membri del personale americano uccisi, e un giordano ferito.
Ce n’è abbastanza per preoccuparsi. E per guardare alla Giordania con un occhio molto più attento. Il regno hashemita sta già pagando non solo politicamente il prezzo dell’essere una retrovia. E i suoi delicati equilibri sociali sono messi da tempo a dura prova. Oltre un decimo della popolazione è composta da profughi. Accanto a  dieci milioni di cittadini giordani, vivono all’interno dei confini oltre un milione e trecentomila rifugiati, ospitati in campi profughi internazionali, campi informali, appartamenti. Una presenza che ha visto l’impennata degli affitti e dei prezzi, e una latente tensione sociale che si cerca in tutti i modi di calmierare.
Quello che succede ad Aleppo e sugli altri fronti è come un fiammifero che, a seconda dei momenti e delle convenienze, accende una miccia in Giordania. Sono avvertimenti? Probabile.







Appena tornata da Amman, la notizia dell’attacco a Kerak conferma i timori che avevo, nel vedere un Paese e una città trasformati dalle guerre attorno ai suoi confini. Nella foto, uno degli splendidi mosaici nella chiesa di epoca bizantina da pochissimo restaurata sul Monte Nebo, uno dei luoghi più belli non solo della Giordania, ma del Medio Oriente. Il rifugio di padre Michele Piccirillo, amico di molti tra noi, un uomo, un archeologo, uno spirito libero che ci manda molto. Soprattutto di questi tempi.

Nessun commento:

Posta un commento