venerdì 9 dicembre 2016

Israele. «Obietto alla leva per un mondo più giusto»

Ingrid Colanicchia 08/12/2016

 
 
 
Ingrid Colanicchia 08/12/2016 Tratto da: Adista Segni Nuovi n° 44 del 17/12/2016 Atalya Ben Abba è una ragazza israeliana di 19 anni, nata e cresciuta a Gerusalemme. La sua è una famiglia di sinistra che non le ha mai nascosto nulla…
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Tratto da: Adista Segni Nuovi n° 44 del 17/12/2016

Atalya Ben Abba è una ragazza israeliana di 19 anni, nata e cresciuta a Gerusalemme. La sua è una famiglia di sinistra che non le ha mai nascosto nulla circa la storia di Israele e Palestina e in cui di diritti umani si è sempre parlato molto. Agli inizi di febbraio sarà chiamata a dire se è disposta ad assolvere agli obblighi di leva. Dirà di no. Farà obiezione di coscienza e per questo sarà processata e finirà in una prigione militare. Una scelta coraggiosa della quale abbiamo avuto modo di parlare direttamente con lei in occasione di un incontro organizzato a Roma, il 1° dicembre scorso, da AssopacePalestina, Rete Romana di Solidarietà con il Popolo Palestinese, Rete della Pace e U.S. Citizens for Peace & Justice.

Raccontaci qualcosa di te.

Ho 19 anni e sono cresciuta a Gerusalemme, in un quartiere – Musrara – che sta tra la zona est, palestinese, e la zona ovest, israeliana. Questo fatto ha influito molto sulla mia vita perché ho potuto vedere coi miei occhi quello che accade su entrambi i “lati”. Molti bambini in Israele crescono non avendo occasione di parlare con i palestinesi neppure una volta e vedendo in loro dei mostri. Sai, noi israeliani siamo spaventati, preoccupati dagli attacchi terroristici. Quando avevo 7 anni l’addetto alle pulizie della mia scuola è morto in un attentato… Ma quando vai dall’altra parte e vedi come vivono i palestinesi… è come vivere un’intera vita in prigione. Nessuno a Gerusalemme ovest lo può neanche lontanamente immaginare.

Pensi che se fossi cresciuta altrove sarebbe stato diverso?

Ci sono persone cresciute a Tel Aviv che hanno fatto la mia stessa scelta, ma per me crescere a Gerusalemme è stato fondamentale. Amo moltissimo la mia città e voglio che sia un posto migliore in cui vivere, per tutti.

Cosa ti ha portato a decidere di rifiutare il servizio militare? È stato un evento specifico?

È stato un insieme di fattori. Credo di aver capito circa due anni fache non sarei entrata nell’esercito. È contro tutto quello in cui credo. Senz’altro ha inciso il fatto che anche mio fratello non ha prestato servizio militare. Ha addotto un disagio psichico. In Israele molti lo fanno. All’inizio pensavo che anche io avrei fatto lo stesso, ma poi ho maturato un’altra idea. Se avessi detto che ero malata, la mia scelta avrebbe riguardato solo me. Dire invece pubblicamente che rifiuto per obiezione di coscienza mette in questione l’intera società. E questo è l’unico modo per produrre un cambiamento. Non puoi cambiare le cose dall’interno. Certo, puoi essere gentile al checkpoint, ma non puoi farlo sparire e la mia battaglia invece è questa: io voglio che si ponga fine all’occupazione. Non “solo” per i palestinesi, ma per i miei stessi connazionali. Nella mia decisione comunque ha giocato un ruolo importante anche Tair Kaminer, una mia coetanea che ha fatto obiezione di coscienza e che ha passato circa 5 mesi in carcere per questa scelta. Ho avuto modo di leggere le sue riflessioni e questo ha avuto un forte impatto su di me.

Sei mai stata in Cisgiordania?

Sì, molte volte. Faccio parte di un gruppo che si chiama Ta’ayush e che svolge molte attività in Cisgiordania, soprattutto nella valle del Giordano, dove interveniamo per aiutare gli abitanti a ricostruire le loro case e i loro villaggi distrutti dall’esercito israeliano, e sulle colline a sud di Hebron, dove perlopiù ci occupiamo di far sì che i coloni israeliani non facciano del male ai palestinesi. Cerchiamo di rendere la loro vita un po’ più sopportabile.

Tu sei impegnata anche in un altro gruppo…

Sì, faccio parte di Mesarvot, la rete di donne che fanno obiezione di coscienza al servizio militare. La scelta che abbiamo fatto è molto difficile e puoi sentirti molto sola. Per questo essere in rete è importante: ci sosteniamo a vicenda e questo ci rende più forti. In questo momento due donne della nostra rete sono in carcere: Tamar Alon e Tamar Ze’evi.

Che tipo di supporto offre questo gruppo?

Oltre all’assistenza legale, ci si aiuta a vicenda ad arrivare preparate al momento in cui si dichiarerà la volontà di non prestare servizio militare. E poi organizziamo momenti di protesta. Quando Tair Kaminer era incarcerata abbiamo fatto tanti sit-in sulla collina di fronte alla prigione militare per farle sentire il nostro sostegno. Quando è uscita ci ha raccontato che il posto da cui si sentiva meglio era il bagno, per cui spesso si metteva lì per poterci ascoltare.

Le ragioni che spingono le donne di Mesarvot a obiettare sono le stesse per tutte?

Di fondo sì, ma le persone sono diverse e dunque sono un po’ diverse anche le ragioni che le spingono a fare le cose. La ragione principale per la quale io ho deciso di fare obiezione di coscienza è che questo è l’unico modo che ho per lasciare un segno. Penso che sia l’unico modo per far sì che il mio Paese esista ed esista in pace. Voglio davvero che le cose cambino in Israele e in Palestina. Voglio un mondo dove tutti siano liberi.

Sei spaventata?

Sì. Ma sono anche piena di speranza perché sento che sto facendo la cosa giusta. In questo modo ho la possibilità di parlare e di essere ascoltata, ho la possibilità di dire alla gente perché sto facendo questa scelta, che dall’altra parte ci sono esseri umani cui stiamo rendendo la vita un inferno. E che, se vogliamo vivere in pace, dobbiamo mettere fine all’occupazione.

L’opinione pubblica come vede gli obiettori di coscienza?

Molto male. Ci chiamano traditori. Per molti è la prima volta che sentono nominare la parola occupazione. A scuola nessuno ci dice niente dell’occupazione, nessuno ti insegna cosa accade.

I tuoi genitori come hanno reagito?

Per loro è stata molto dura.  Hanno paura per me. E pensano che avrei dovuto provare a parlare alle persone stando dentro l’esercito. Ciononostante mi sostengono e mi aiutano.

In Israele come si può superare il muro della propaganda?

I social media aiutano molto. Noi di Ta’ayush filmiamo tutto e mettiamo tutto su Facebook. E poi alcune organizzazioni ti portano in Cisgiordania a vedere coi tuoi occhi. È questo il problema: che molte persone non vedono.

E a te cosa ha scioccato di più in Cisgiordania?

L’impotenza. È come un gioco in cui i coloni hanno tutte le carte e i palestinesi nessuna.

* Foto scattata nel corso dell’assemblea pubblica del 1° dicembre


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