mercoledì 7 dicembre 2016

Israele, la Knesset avvia l’iter per legalizzare insediamenti e avamposti nei Territori occupati



Approvata in prima lettura le norma che legalizza case e colonie nei territori palestinesi, in violazione del diritto internazionale. Per l’entrata in vigore servono altre tre votazioni. Fra i principali sostenitori il falco Bennet. Studio di  B’Tselem mostra le dinamiche dell’esproprio dei terreni e denuncia la frustrazione dei palestinesi. Interpretazione “distorta” delle leggi.

Gerusalemme (AsiaNews) - Il Parlamento israeliano ha dato il via libera preliminare alla legge che, in caso di approvazione finale, porterebbe a legalizzare migliaia di case israeliane in Cisgiordania, illegali secondo il diritto internazionale. La norma verrebbe applicata anche agli “avamposti” [insediamenti realizzati senza l’approvazione ufficiale nelle aree occupate da Israele fin dal 1967, all’indomani della Guerra dei sei giorni] fatta eccezione per Amona che resta soggetto a decreto di sgombero.
Per i palestinesi gli insediamenti (assieme agli avamposti) rappresentano il principale ostacolo sul cammino di pace. L’Autorità (Anp) ne chiede da tempo la cancellazione in tutti i territori della Cisgiordania e a Gerusalemme est. La loro presenza, infatti, impedisce la nascita di un futuro Stato della Palestina.
La legge al vaglio del Parlamento legalizzerà di fatto 4mila case dei coloni, costruite in questi anni in Cisgiordania su terre appartenenti a privati cittadini palestinesi. Un esproprio di fatto, col via libera del governo di Israele, a fronte di risarcimenti irrisori per la popolazione.
L a norma ha ricevuto il via libera preliminare con 60 voti favorevoli e 47 contrari. Ma per entrare in vigore, deve essere approvata in tre diverse letture dalla Knesset, il Parlamento israeliano, composto da 120 deputati. Fra i principali sostenitori vi è il ministro dell’Istruzione Naftali Bennett, secondo cui la norma potrebbe essere  l’inizio da parte di Israele della “annessione” della maggior parte dei territori occupati.
Analisti ed esperti di politica mediorientale sottolineano che la decisione di Israele è la conferma di una politica espansionista che il governo del premier Benjamin Netanyahu intende sostenere in seguito alla vittoria alle presidenziali Usa di Donald Trump. I falchi dell’esecutivo, incuranti delle proteste internazionali, ritengono che la nuova amministrazione sarà meno critica nei confronti degli insediamenti, rispetto alle posizioni in materia tenute in questi otto anni da Barack Obama.
La politica di appropriazione dei terreni è stata oggetto di uno studio approfondito elaborato dagli esperti di B’Tselem, Ong israeliana che si batte contro l’occupazione nei Territori palestinesi, finita di recente nel mirino del premier Benjamin Netanyahu. In uno studio diffuso ieri e intitolato “Expel and Exploit: The Israeli Practice of Taking over Rural Palestinian Land”, gli attivisti presentano il caso di tre villaggi palestinesi - Azmut, Deir al-Hatab e Salem, a Nablus - il cui territorio è stato oggetto di progressiva frammentazione e sequestro.
Lo studio mostra che dal 1980 in poi con la nascita dell’insediamento di Elon Moreh, i tre villaggi palestinesi sono stati oggetto di un processo di divisione del territorio che ha finito per separare le case dalle aree di pascolo, coltivazione, raccolta. L’economia locale è legata all’agricoltura tradizionale, gli ulivi e alberi da frutta, legumi e cereali; a questo si unisce l’allevamento di bestiame, basato su pascoli naturali fra le distese collinari di al-Jabal al-Kbir.
Con la costruzione di una strada nel 1996,  Israele ha posto le basi per una separazione netta dell'area che ha di fatto tagliato in due il territorio: da una parte i villaggi, dall’altra la terra inaccessibile per i palestinesi. Il 42enne palestinese Mahyoub ‘Ahed ‘Abdallah Shtiyeh racconta che alcuni coloni, non più di cinque, posseggono “più pecore di quante ne possediamo tutti noi del villaggio”. Noi abitanti di Salem, aggiunge, “siamo proprietari dei terreni ma non possiamo attraversare la strada.  Siamo costretti a tenere le pecore nei recinti, l’accesso al pascolo è negato”.
“La separazione creata da Israele fra i palestinesi e le terre usate per l’agricoltura e il pascolo - affermano gli esperti di B’Tselem - consente ai coloni di costruire impuniti case, avamposti […] e prendere il sopravvento sulle risorse idriche. Al contempo, gli abitanti sono oggetto di attacchi di natura fisica”. Queste leggi, concludono, “violano il diritto internazionale e sono basate su una interpretazione distorta delle norme applicate da Israele in Cisgiordania”.
Secondo Peace Now nel 2016 l’amministrazione israeliana che controlla i territori della Cisgiordania - in mano ai militari - ha dato il via libera a 2.623 nuovi insediamenti. Fra questi vi sono 756 case abusive e “legalizzate” a posteriori. Ad oggi almeno 570mila cittadini israeliani vivono in oltre 130 insediamenti costruiti da Israele a partire dal 1967, data di inizio dell’occupazione e cresciuti a ritmo esponenziale negli ultimi tempi grazie alla politica espansionista del governo israeliano.
 Agli insediamenti si aggiungono anche almeno 97 avamposti, considerati illegali non solo dal diritti internazionale ma dallo stesso governo israeliano.
I colloqui di pace si sono interrotti nel 2014, innescando una escalation di violenze.

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