Haaretz : La legge che mette in evidenza la vera natura colonialista di Israele
di Oren Yiftachel –
Sia
che si tratti di terra coltivata (Negev) che incolta (Cisgiordania), si
troverà uno stratagemma legale per trasferirla da mani arabe a
ebraiche|Opinione
Durante il periodo coloniale il concetto giuridico di terra nullius è
stato utilizzato per definire terre senza diritti di sovranità o
proprietà come terre di nessuno. Ciò per centinaia di anni ha fornito
agli europei una giustificazione legale per strappare il controllo di
territori e persone ai quattro angoli della terra. Questo concetto, reso
ora nullo, affermava tra le altre cose, che le terre dei popoli nativi
di America, Africa, Asia ed Australia, che non erano formalmente
accatastate o gestite in modo “moderno”, erano da considerarsi “prive”
di diritti legali.
Questo
approccio ha avuto varie versioni, a seconda di chi comandava, ma la
sostanza era la stessa: tutto ciò che aveva preceduto l’invasione
europea -storia, cultura, agricoltura e leggi tradizionali – era
cancellato. Il principale strumento che permetteva agli europei di
esercitare il controllo, oltre alla violenza, era la legge. L’invasore,
che era anche il legislatore, garantiva che l’accaparramento delle terre
a danno dei nativi sarebbe sempre rimasto coperto da un ingannevole e
mistificatorio velo di “legalità”.
[Il concetto di] terra nullius,
come un modo di pensare e una “categoria” di sistemi legali, ha operato
nel mondo fino a XX° secolo inoltrato, quando è emersa una legislazione
opposta, che sostiene i diritti umani e riconosce quelli dei popoli
indigeni. La nuova tendenza ha gradualmente ammesso che anche le culture
e i popoli colonizzati hanno i propri legittimi sistemi di leggi, di
proprietà e di governo.
Nel caso “Mabo” del 1992, la Corte Suprema australiana ha formalmente ribaltato il concetto giuridico di terra nullius, e
molti altri Paesi hanno fatto altrettanto. La dichiarazione ONU sui
diritti dei popoli indigeni del 2007 delinea le nuove norme
internazionali, che rispettano le leggi consuetudinarie e proibiscono
l’appropriazione di terre e risorse dei nativi o il trasferimento
forzato di comunità autoctone.
La
scorsa settimana il controverso disegno di legge israeliano noto come
“Legge per la Regolarizzazione”, che intende legalizzare insediamenti
ebraici (“avamposti”) non autorizzati in Cisgiordania ha superato la
prima lettura. Questo disegno di legge può a buon diritto far parte
della legislazione globale sulla terra nullius. Può
darsi che sia in ritardo di un secolo, ma, in nome dell’occupazione e
dell’insediamento coloniale -in questo caso, ebraico -, questa legge
cancellerà la validità dei precedenti sistemi di proprietà in vigore da
secoli. Come hanno ribadito i dirigenti dei coloni (“Smettiamola di
chiedere scusa!”), nessuno gli impedirà di violare le leggi
internazionali e ignorare etica e giustizia.
E’
una classica posizione colonialista. Proprio come i colonizzatori che
hanno importato le loro leggi dalle capitali europee, gli abitanti di
Amona (tutti coloni ebrei, naturalmente) mirano a importare le loro
leggi dallo Stato occupante. Bisogna sottolineare che, secondo le norme
internazionali, nessuno Stato ha l’autorità di emanare leggi riguardanti
territori al di fuori dei propri confini nazionali o dichiarare
proprietà di quello Stato terreni di questi territori.
Naturalmente
ciò non significa che non ci siano milioni di ettari di terre ebraiche e
israeliane che sono stati acquisiti o registrati in modo corretto, o
che il diritto degli ebrei all’autodeterminazione sia minacciato. Per
niente. Questa consapevolezza mette in una luce più chiara l’ingiustizia
dell’appropriazione di terre attraverso inganni legali, mentre un tale
furto non è per niente necessario allo Stato ebraico.
Comunque
è altresì importante non esagerare l’importanza della legge attualmente
in discussione, in quanto aggiunge solo un ulteriore, ancora più
brutale livello al sistema che è iniziato 70 anni fa, attraverso il
quale le terre palestinesi sono state trasferite agli ebrei con mezzi
che “legalizzano” l’esproprio da parte dello Stato.
La messa in pratica dell’approccio della terra nullius è
iniziata nel 1948 e si è aggravata dopo il 1967 – quando l’esproprio a
danno di singoli individui ha riguardato le collettività, impedendo la
realizzazione di uno Stato palestinese. E’ importante ricordare
nell’attuale polemica che lo Stato per 70 anni ha cancellato, attraverso
iniziative legali contorte e riguardanti la sicurezza, la maggior parte
dei precedenti diritti legittimi dei palestinesi.
Stando
così le cose, il cosiddetto “forte dissenso”, di cui si parla, tra
persone che sarebbero a favore della “certezza del diritto”- Isaac
Herzog [del partito Laburista. Ndtr.], Benny Begin [del Likud. Ndtr.] e
Avichai Mendelblit [capo della procura militare. Ndtr.]– e “trasgressori
della legge”, come Naftali Bennett e Uri Ariel [ministri e dirigenti
del partito di estrema destra dei coloni. Ndtr.], può essere visto come
una mossa di facciata. La nuova legislazione nella sua essenza non è
nuova. Cambierà semplicemente i tempi: invece di dichiarare che le terre
in apparenza erano di proprietà dello Stato ebraico fin da prima
dell’insediamento dei coloni, la legge permetterà di dichiarare che lo
sono dopo anni di insediamento delle colonie.
Ogni
arabo che vive nelle Galilee, nel Triangolo [zona centro-settentrionale
di Israele a maggioranza palestinese. Ndtr.] e soprattutto nel Negev
può testimoniare che metodi simili sono stati utilizzati anche là per
svuotare il sistema autoctono dei diritti di proprietà. In quelle
regioni lo Stato ha spesso dichiarato terre arabe “vuote” o
“abbandonate”, “morte” o “necessarie per finalità pubbliche (ebraiche)”,
ed ha trasferito la proprietà a ebrei.
I
metodi per trasformare in ebraiche terre palestinesi in Cisgiordania
sono dettagliati in un nuovo rapporto di B’tselem, sotto il titolo
“Espellere e sfruttare”. Questo rapporto documenta nei particolari la
recente storia di terreni attorno a tre località palestinesi nei pressi
di Nablus: Azmut, Deir al-Khatab e Salem. Il quadro generale è noto e
inquietante: vasti appezzamenti di terre dei villaggi sono stati
progressivamente trasferiti a ebrei attraverso varie misure che hanno
incluso la creazione di aree di sicurezza, strade asfaltate ad accesso
limitato, costituzione di avamposti illegali, registrazione come
proprietà abbandonate e destinazione di territori a riserve naturali.
Il
rapporto completa un ampio studio di B’tselem del 2012 intitolato
“Sotto le mentite spoglie della legalità”, che ha documentato i modi in
cui Israele ha manipolato le leggi ottomane ed inglesi per trasferire
terre private palestinesi in mani israeliane ed ebraiche. Il rapporto ha
dimostrato per la prima volta che Israele non solo ha gravemente
violato le leggi internazionali, ma anche quelle nazionali, stravolgendo
le norme fondiarie ottomane e britanniche. Ciò nonostante l’obbligo per
lo Stato di conservare ogni norma legale già esistente nelle regioni
occupate.
Il
processo distorto in Cisgiordania si basa sul fatto di dichiarare che
terre incolte nelle zone agricole dei villaggi possono essere dichiarate
terre statali – benché, secondo il diritto ottomano, ognuna di tali
terre non coltivate debba essere prima offerta ai precedenti
proprietari, poi al villaggio di appartenenza o essere venduta con
un’asta pubblica.
Israele
ha ignorato le clausole più scomode del diritto ottomano e le ha
sostituite con ordinanze del Mandato [inglese sugli ex territori
dell’impero ottomano. Ndtr.], che erano concepite per delimitare le
terre pubbliche in un contesto completamente diverso. Questa distorsione
ha fornito le basi di una massiccia ed illegale “israelificazione”
delle terre palestinesi. Inutile dire che i governanti ottomani e
inglesi che hanno emanato queste leggi non hanno mai espropriato terre
palestinesi (o ebraiche) in questo modo.
Fin
dal 1970 Israele ha utilizzato una simile manipolazione della legge nel
Negev, dichiarando terre non formalmente registrate in due momenti
storici diversi – nel 1858 e nel 1921 – come “mewat”, ossia “terre
morte”. Queste sono presumibilmente terre incolte, non occupate,
abbandonate e periferiche, senza proprietario e pertanto terre statali.
Israele ha fatto tutto ciò nonostante l’appartenenza storica delle terre
ai beduini, molte delle quali erano coltivate e occupate, secondo le
leggi tradizionali e riconosciute dagli ottomani e dagli inglesi.
Tutti
lo sapevano, comprese le istituzioni sioniste che pagarono a caro
prezzo vasti terreni dei beduini, con l’approvazione delle autorità
britanniche. Tuttavia anche qui lo Stato ignora le parti scomode della
storia e della legge, classificando in seguito queste terre come
“morte”. In casi giudiziari recenti lo Stato sta fondamentalmente
dicendo ai beduini: “I vostri padri e nonni non lo sapevano, ma vi
stiamo dicendo che erano occupanti abusivi, e le terre che avete
ereditato o comprato sono dello Stato.”
I
tribunali hanno approvato questa interpretazione soprattutto in base
alla precedente cultura giuridica in vigore in Israele, che si basa su
vecchie sentenze. Queste vennero emesse in un periodo in cui i
proprietari di terre arabi erano privi di potere e non avevano le
risorse per sfidare l’espropriazione mascherata di legalità.
Il
confronto tra la Cisgiordania e il Negev pone in evidenza il
persistente e continuo processo di giudeizzazione sotto il regime
israeliano. Che la terra sia coltivata (Negev) o incolta (Cisgiordania),
sarà trovato un escamotage legale per trasferirla da mani arabe a
ebraiche, rendendola quindi “terra nullius” – terra svuotata dei diritti originari.
Alla
luce di questa lunga e distorta storia giuridica, è forse preferibile
per chi desidera pace e giustizia che la legge per la legalizzazione sia
totalmente accolta, e non respinta dalla Knesset o dall’Alta Corte di
Giustizia. Ciò ci risparmierà le false distinzioni tra l’attuale
legislazione e le precedenti discutibili leggi per l’espropriazione, e
spazzerà via le differenze tra Amona e Ofra [colonia israeliana
legittima secondo le leggi israeliane. Ndtr.] o tra Salem e ‘Araqib
[rispettivamente un villaggio palestinese della Cisgiordania e uno
beduino nel Negev israeliano. Ndtr.]. La legge metterà chiaramente in
evidenza quello che Israele ha fatto per anni di nascosto: prendere il
controllo colonialista delle terre palestinesi mettendo in atto la
propria versione della dottrina della terra nullius, annullata e invalidata dalle leggi internazionali.
Se
approvata, la nuova legislazione metterà l’approccio israeliano nel
posto che gli compete, come parte di un oscuro periodo coloniale i cui
tempi sono passati. Forse ciò scatenerà un processo di trasformazione e
decolonizzazione ad ampio raggio, così urgentemente necessario nella
nostra terra lacerata.
L’autore insegna geografia politica e giuridica nel Negev ed è un ex copresidente di B’tselem.
(traduzione di Amedeo Rossi)
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