giovedì 1 dicembre 2016

GERUSALEMME: adolescente palestinese ucciso

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Ieri sera Mohammed Nabil Zeidan è morto sotto i colpi della polizia israeliana. Ancora un caso di omicidio extragiudiziale, mentre aumentano gli arresti per gli incendi
Mohammed Nabil Zeidan, ucciso ieri a Shuafat
Mohammed Nabil Zeidan, ucciso ieri a Shuafat
della redazione


Gerusalemme, 26 novembre 2016, Nena News – Aveva 13 anni il ragazzino palestinese ucciso a colpi di arma da fuoco ieri sera dalle forze israeliane al checkpoint del campo di Shuafat, unico campo profughi a Gerusalemme in cui le condizioni di vita sono pessime per la mancanza di servizi forniti dalle autorità israeliane.
Mohammad Nabil Zeidan, residente nel vicino villaggio di Bir Nibala, è stato accusato dalla polizia israeliana di aver tentato di accoltellare le guardie al checkpoint, dice il portavoce Micky Rosenfeld. Aggiungendo che nessun soldato o poliziotto è rimasto ferito.
Ma Mohammed è stato ucciso, come accaduto a tanti prima di lui: dal primo ottobre 2015 sono almeno 241 i palestinesi uccisi dalle forze israeliane perché accusati di voler compiere attacchi, a volte veri, molto più spesso no. In ogni caso, sullo sfondo restano regole di ingaggio che permettono ai soldati israeliani di aprire il fuoco per uccidere senza individuare metodi diversi di arresto, non letali. Mohammed aveva 13 anni, difficile che rappresentasse un simile pericolo per guardie pesantemente armate, anche se aveva in mano un coltello. Eppure la normalità è sparare per uccidere, che le organizzazioni internazionali hanno bollato come crimini perché omicidi extragiudiziali in cui l’ufficiale si fa giudice ed esecutore.
Sale intanto il numero di palestinesi arrestati in due giorni dalla polizia israeliana perché accusati di aver provocato alcuni degli incendi che dall’inizio della settimana hanno colpito il nord del paese, per spostarsi presto verso la Cisgiordania. I 16 arrestati sono sia palestinesi cittadini israeliani che palestinesi residenti in Cisgiordania ed entrati illegalmente, sebbene al momento nessuno – né governo né polizia – abbiano fornito prove concrete di un coinvolgimento o delle motivazioni. In un caso, quello del giornalista 24enne Anas Abu Daabis, residente in Naqab, la detenzione è giunta per un post su Facebook tradotto male: secondo le autorità era un incitamento agli incendi, quando si trattava in realtà del contrario, della condanna degli incendi dolosi.
A determinarle in autonomia è la politica israeliana che urla da giorni contro la presunta “Intifada degli incendi”, etichetta inventata dai media e i parlamentari israeliani e che affolla da giorni le dichiarazioni politiche e gli articoli di giornale. Come se fosse davvero una strategia organizzata. Ma è sufficiente a permeare la società della solita narrativa, quella dell’accerchiamento e del pericolo terrorista, dell’assedio costante.
Prosegue intanto la corsa internazionale per aiutare Israele a spegnere i fuochi. Dopo i team dei vigili del fuoco inviati dall’Autorità Palestinese e ai canader da Russia, Turchia, Grecia, Italia e Cipro, si sono uniti anche l’Egitto e la Giordania, i soli paesi nell’area ad aver firmato accordi di pace ufficiali con Israele. Nena News

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