mercoledì 21 dicembre 2016

Fulvio Scaglione : Attentato a Berlino: certi lupi sono meno solitari di altri. E fanno più paura

 
 
 
 
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 Come in una perversa parodia della “Fattoria degli animali”, l’attentato di Berlino ci dimostra che anche tra i lupi solitari ci sono lupi meno solitari degli altri. Quindi più pericolosi. Non facciamo ci ingannare dalle innegabili ed evidenti somiglianze somiglianze tra i fatti di Nizza (Francia), dove il 14 luglio il francese di origine tunisina Mohamed Lahouaiej Bouhlel uccise 86 persone investendole con un camion, e il colpo contro il mercatino natalizio della capitale tedesca, anch’esso realizzato lanciando un camion sulla folla (12 i morti). Certo, l’uso del camion come arma di distruzione di massa attira molto l’attenzione. Ma i mezzi di propaganda dell’Isis, per esempio il periodico Rumiyah, l’ultimo nato nella galassia terroristica, hanno dedicato molti interventi proprio a questa tecnica, che non è quindi un segreto per nessuno.
Le differenze tra Nizza e Berlino, anche se sottili, sono ancor più importanti. La strage francese fu opera di un pazzo, lui sì un vero lupo solitario, aiutato dalla straordinaria imperizia delle autorità francesi, che infatti poi provarono a coprirsi inventando un inesistente complotto e cercando persino di costringere le gendarmerie locali a dichiarare il falso sugli eventi. Quanto sappiamo di ciò che è avvenuto a Berlino, anche se occorre attendere l’esito delle indagini, traccia un quadro molto diverso. Intanto, per “abbordare” un camion, uccidere il camionista e poi dirottare il veicolo fino a Berlino occorre un gruppo di persone. Magari poche ma esperte, determinate e armate. Anche guidare a lungo un automezzo pesante richiede determinate capacità (quelle che, in Francia, Bouhlel appunto aveva, avendo lavorato anche come camionista).
Ma il tassello decisivo è quello emerso nelle ultime ore. A quanto pare, il giovane pakistano arrestato dalla polizia (un richiedente asilo arrivato a Berlino all’inizio del 2016, noto per piccoli reati ma non per una militanza politica o religiosa) non ha nulla a che fare con l’attentato. Il vero stragista è riuscito a fuggire, potendo evidentemente godere di una rete di complici disposti ad aiutarlo, ospitarlo, nasconderlo.
Nessun lupo solitario, dunque, a Berlino. Ma una situazione ancor più preoccupante, dal punto di vista della politica come da quello della sicurezza. Alla fine della prossima estate i tedeschi dovranno affrontare le elezioni politiche. La cancelliera Angela Merkel corre per un quarto mandato ma è da tempo in calo di consensi, appesantita dalla politica pro-rifugiati. L’ultima tornata elettorale locale, svoltasi in settembre proprio a Berlino, ha visto il suo partito, Cdu, perdere il 17% dei voti. Al contrario, il partito xenofobo AfD (Alternativa per la Germania) è ormai presente in 10 laender su 16 e si propone nel ruolo del populismo vincente e convincente, preoccupato per la sicurezza. Subito dopo la strage di Berlino, i suoi esponenti non a caso hanno detto: “Questi sono i morti della Merkel”.
Mentre il Paese rischia di dividersi in misura drammatica, cresce tra le autorità il timore per il rischio reale, quello meno visibile che non alberga tra i profughi o i rifugiati. Diversi media tedeschi e inglesi hanno infatti rilanciato le indiscrezioni emerse da un rapporto congiunto preparato dai servizi segreti tedeschi, BvD (sicurezza interna) e BND (controspionaggio estero). Secondo tali indiscrezioni, Arabia Saudita, Kuwait e Qatar, attraverso diverse organizzazioni di sostegno alle comunità islamiche e di beneficenza, starebbero finanziando moschee, predicatori radicali, scuole coraniche e gruppi “da’wah” (nuclei missionari per la conversione all’islam) per diffondere in Germania le idee del radicalismo islamico. Sempre secondo lo stesso rapporto, il fondamentalismo salafita avrebbe già almeno 10 mila seguaci in Germania e il loro numero sarebbe in crescita.
I prossimi giorni ci diranno, forse, chi sono i complici dell’attentatore in fuga. Sarebbe drammatico scoprire che hanno le radici proprio in quegli ambienti. La cui pericolosità, per ragioni di diplomazia e soprattutto di finanza, si stenta sempre troppo a riconoscere.




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