venerdì 9 dicembre 2016

Fulvio Scaglione : articoli Dicembre



L’ intervista al periodico «Tertio» di cui molto si sta parlando, ha replicato uno strano fenomeno diventato abbastanza comune negli ultimi tre anni: quello di un Papa, Jorge Mario Bergoglio, che tiene una lezione di politica ai politici. Non è la lezione…
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L’ intervista al periodico «Tertio» di cui molto si sta parlando, ha replicato uno strano fenomeno diventato abbastanza comune negli ultimi tre anni: quello di un Papa, Jorge Mario Bergoglio, che tiene una lezione di politica ai politici. Non è la lezione di chi, per usare il gergo dei giovani d’ oggi, vuol fare il fenomeno o mettersi, non richiesto, nei panni degli altri. È che Bergoglio non sa che cosa sia l’ ipocrisia.
In più, ha uno sguardo così ampio, così globale, che alla fine le sue parole suonano spesso come quelle del ragazzino della fiaba che finalmente disse a voce alta il re è nudo. Ieri il Papa ha parlato dell’ Europa e del mondo. All’ Europa ha ricordato le sue nobilissime origini, il no alla guerra che, a ben vedere, fu la grande motivazione dei padri fondatori dell’ unione continentale. Bergoglio li ha citati uno a uno: De Gasperi, Adenauer, Schumann. Per poi paragonarli al poco, quasi nulla, attuale. A quella mancanza di vera leadership che oggi tormenta l’ Unione europea e la lascia in balìa degli interessi di bottega e dei revanscismi nazionali.
Difficile, per non dire impossibile, dargli torto. Basta ricordare quanto è successo, e ancora succede, a proposito di un tema come la gestione dei flussi migratori, che impegna sia le capacità organizzative sia le qualità morali e ideali della comunità continentale: di fatto una giungla, tutti contro tutti, con il massimo sforzo speso non per trovare una soluzione giusta per tutti i Paesi ospitanti e per i migranti da ospitare ma piuttosto per erigere muri e studiare divisioni e ritorsioni. Bergoglio ha sotto gli occhi questa Europa incapace, per il tramite dei suoi leader, di «andare avanti», di alzare lo sguardo dal proprio ombelico (anche elettorale) per puntarlo sul prossimo futuro. Quando dovremo affrontare gli effetti incrociati del crollo demografico interno (tra quattro decenni, se la tendenza resterà invariata, la popolazione dell’ Unione sarà del 20% inferiore) e del boom demografico esterno (più del 30% della popolazione del Medio Oriente ha meno di 30 anni, per dirne una, quando da noi l’ età media supera i 40 anni), diventando nel frattempo sempre più vecchi, sazi e deboli. E quando andranno all’ incasso le cambiali che accendiamo partecipando alle crisi del mondo non per risolverle e pacificarle ma semmai, come il Papa ricorda, per sfruttarle con quella forma indiretta ma micidiale di bellicismo che è la vendita di armi ai migliori compratori, il che spesso significa agli uni e agli altri di coloro che si combattono.
Del mondo, invece, il Papa ha parlato quando ha affrontato il tema del rapporto tra le religioni, le guerre e il terrorismo. Bergoglio ha ribadito la sua ferma convinzione che le religioni non sono strumento di conflitto e di strage ma piuttosto il contrario: sono le prime vittime degli interessi politici ed economici che usano anche la guerra per affermarsi e che hanno bisogno di una bandiera nobile e convincente con cui coprirsi e mascherarsi. Questa bandiera sono appunto le religioni, brandite come un’ arma da minoranze inclini alla violenza in prima luogo sui propri fratelli nella fede. È quanto abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni ma che a molti torna utile negare. È più comodo lo schema dello «scontro di civiltà», con i buoni di qua, i cattivi di là e la guerra a impedirci di pensare. E tra le cose su cui dovremmo riflettere, nell’ intervista a «Tertio» il Papa mette anche la fondamentale distinzione tra «laicità» e «laicismo». Meglio uno Stato laico, dice Bergoglio, che uno Stato confessionale perché «gli Stati confessionali finiscono male». Ma laicità non equivale a espellere il trascendente dalla vita dell’ uomo. Quello è il laicismo, che «taglia la persona umana» e le impedisce di esprimersi con pienezza. Sia nel rapporto con la propria personalità sia nella relazione con la personalità altrui. Una delle ragioni, quest’ ultima, e lo aggiungiamo noi, per cui alla fine la nostra politica si trova così a mal partito quando deve gestire i rapporti con culture e tradizioni diverse dalla propria.


Iraq: impennata di morti in ottobre e novembre ma...



Mine, camion bomba, muri, scudi umani: se Mosul è ancora in gran parte in…
linkiesta.it|Di Fulvio Scaglione



















Tra le tante alleanze in crisi in Medio Oriente c’è, adesso, anche quella tra Arabia Saudita ed Egitto. Stiamo parlando di una relazione più che consolidata, di una comunanza di interessi sperimentata nei decenni. Quando i sauditi avevano bisogno di mandare armi ai mujaheddin in Afghanistan, era (anche) Hosni Mubarak a provvederle. Furono sempre gli egiziani ad avvertire i sauditi dell’improbabile complotto ordito dal colonnello Gheddafi per eliminare Abdallah, erede al trono ma di fatto allora già investito dei pieni poteri.





L’alleanza si è consolidata quando i generali di Al Sisi si sono incaricati di sovvertire il presidente Morsi e sbandare i Fratelli Musulmani che l’avevano portato al potere al Cairo, facendo un piacere a sè stessi ma anche al regime saudita, storico nemico delle ambizioni politiche della Fratellanza. Il sospirone di sollievo saudita si era tradotto, subito dopo il colpo di Stato dei militari egiziani, in un finanziamento di 12 miliardi di dollari (erogato insieme con gli Emirati Arabi Uniti) che aveva consentito al regime di Al Sisi di prendere l’abbrivio. Per dare un’idea dell’importanza di quei soldi: la somma era quadrupla rispetto all’aiuto offerto all’Egitto da Usa e Unione Europea messi insieme.
L’Egitto, d’altra parte, ha nella memoria storica anche l’esperienza della Repubblica araba unita formata con la Siria. Un tentativo durato poco (1958-1961), ma significativo dei rapporti intensi tra i due Paesi.
E’ stata proprio la Siria, anche se non quella storica ma quella coperta di sangue di Bashar al-Assad e del jihadismo, a mandare in crisi egiziani e sauditi. Emblematiche le dichiarazioni del presidente egiziano Al Sisi: “E’ meglio appoggiare lo sforzo degli eserciti nazionali per assumere il controllo dei territori e garantire la stabilità. E questo vale per gli eserciti nazionali di Siria, Libia e Iraq”. Per i sauditi, fermi sostenitori della teoria che Assad deve andarsene e tenaci finanziatori e armatori di molti gruppi di ribelli siriani più o meno “moderati”, la dichiarazione è stata come una pugnalata.
 A dire il vero, l’Egitto di Al Sisi non ha mai nascosto di preferire, per la guerra, una soluzione politica comprendente Assad che non il rovesciamento delle attuali, anche se disastrate, istituzioni statali siriane. E il ministero degli Esteri siriano non ha mai lesinato il proprio apprezzamento per quella posizione. Soprattutto dopo il voto espresso dall’Egitto all’Onu, a metà ottobre, su due risoluzioni sulla Siria in aperto conflitto: una presentata da Francia e Spagna che chiedeva la dichiarazione di una “no fly zone” su Aleppo, bloccata dal veto russo; l’altra proposta dalla Russia, che chiedeva il ritiro dei miliziani di Al Nusra da Aleppo Est con le mediazione dell’Onu, bloccata dal veto di Regno Unito, Usa e Francia. Ma dietro il contrasto saudo-egiziano, inevitabilmente destinati a complicare la situazione e inasprire gli animi, s’intravvedono i grandi maneggi delle diplomazie, per esempio le mosse russe per avvicinarsi all’Egitto e quelle di Israele per un dopo-Isis e un anti-Iran concordato con i sauditi, e gli sforzi di tutti per posizionarsi in vista della presidenza Trump. Quindi non c’è da stupirsi che volino un po’ di stracci anche tra vecchi amici.
A Ryad non hanno preso bene lo smarcamento di Al Sisi. Anzi, l’hanno preso così male che ai primi di novembre il ministro egiziano del Petrolio, Tariq al-Mulla, ha dovuto mestamente annunciare che, a dispetto di un accordo quinquennale siglato in aprile, l’Arabia Saudita aveva interrotto le forniture di petrolio. Dopo di che sono partite le missioni dei pontieri incaricati di riannodare quei fili che sembravano sul punto di spezzarsi. In particolare quella di Ahmed Aboul Gheit, ex ministro degli Esteri dell’Egitto e attuale segretario della Lega araba, che ha visitato sia Riad sia il Cairo continuando a sottolineare l’importanza dell’unità tra i Paesi arabi.       

La crisi tra Egitto e Arabia Saudita sembra ora congelata. Ma l’elezione di Donald Trump e le notizie che arrivano da Aleppo, con i ribelli costretti all’ultima disperata resistenza, non sembrano fatte per rallegrare la casa reale saudita, che sul crollo del regime di Assad aveva puntato molte delle sue ca





Mentre della liberazione (senza virgolette) di Mosul non si sa più nulla, della «liberazione» (con virgolette) di Aleppo si raccontano, a quanto pare, le fasi decisive. Lo dimostrano le decisioni strategiche prese sull’uno e sull’altro fronte…
ecodibergamo.it

Mentre della liberazione (senza virgolette) di Mosul non si sa più nulla, della «liberazione» (con virgolette) di Aleppo si raccontano, a quanto pare, le fasi decisive. Lo dimostrano le decisioni strategiche prese sull’uno e sull’altro fronte della città siriana. I generali di Bashar al-Assad e i consiglieri militari russi hanno proposto, ai ribelli e ai jihadisti ancora asserragliati nei quartieri Est, la resa e un salvacondotto per raggiungere la provincia di Idlib. I miliziani superstiti, al contrario, si sono radunati sotto un’unica denominazione, Esercito di Aleppo, e un unico comando per organizzare l’ultima resistenza.
Russi e lealisti siriani cercano di affrettare la resa della parte di città che non controllano, ridurre le proprie perdite e sfuggire alla vergogna delle troppe vittime civili. I jihadisti, al contrario, cercano di approfittare ancora della relativa protezione offerta dalla presenza dei civili, al cui sacrificio sono poco sensibili. Gli uni hanno bombardato senza rispetto, gli altri hanno addirittura sparato sui civili in fuga: come tutte le guerre contemporanee, anche questa è combattuta sulla pelle della gente innocente e disarmata. È quanto ci ricorda Papa Francesco quando parla dei «tantissimi volti sofferenti in Siria, in Iraq». La guerra non è un confronto di strategie, a questo punto nemmeno di forze militari. Oggi è strage di popolazioni. Da questo punto di vista il conflitto siriano è la piaga più crudele tra le tante (il Global peace index, elaborato negli Usa, ci dice che da dieci anni il mondo diventa, di anno in anno, più belligerante) aperte nella carne viva del pianeta. Il computo dei morti è incerto, varia secondo le fonti, ma è comunque agghiacciante: 400 mila caduti come minimo, con quasi metà della popolazione sfollata e milioni di siriani fuggiti all’estero.L’aspettativa di vita, in Siria, è crollata da 70 a 55 anni. Il Paese è devastato in tutte le sue strutture vitali. Chi lo controllerà in futuro, dovrà fare i conti con una nazione politicamente frammentata, geograficamente dispersa e spiritualmente divisa da rancori che dureranno in eterno. La situazione sul campo, comprendendo in essa anche lo spirito dell’Isis, che da tempo si ritira ma non dà segno di volersi arrendere, non consente di dare per chiusa la vicenda. È comunque possibile, però, farsi qualche domanda. Nel 2011, quando la crisi siriana era solo agli inizi e, anzi, la si chiamava Primavera, si sarebbe potuto fare qualcosa di diverso? Qualcosa che la incanalasse verso uno sbocco come quello di Giordania e Marocco, se non della Tunisia? In fondo i problemi non erano molto diversi: anche in Siria le proteste chiedevano meno corruzione e più democrazia, nulla di rivoluzionario.
Al netto dalle ipotesi non verificabili di complotto (c’è chi ritiene che la rivolta covasse e fosse programmata da tempo), possiamo forse dire due cose. La prima è che Bashar al-Assad troppo in fretta rinunciò a una gestione politica della contestazione, troppo in fretta si fece tentare dal pugno di ferro, perdendo un’occasione per innovare il Paese e insieme offrendo ai suoi nemici l’occasione perfetta per attaccarlo.
Ma non si può parlare della tragedia della Siria senza parlare anche dell’Occidente. Se Usa, Francia e Gran Bretagna si fossero lavati le mani delle faccende siriane, e non avessero di volta in volta aiutato molti gruppi ribelli o incitato i Paesi alleati (le monarchie del Golfo Persico e la Turchia) ad armare e sostenere i jihadisti, che cosa sarebbe successo? Assad avrebbe esercitato la repressione e, con ogni probabilità, la crisi sarebbe stata chiusa in pochi mesi. Sarebbe rimasto in sella quello che molti giudicano un brutale dittatore? Sì. Brutta storia, vero? Certo. Ma non più brutta di quelle che abbiamo visto svolgersi in Egitto (dove la critica ad Al Sisi, almeno da noi, è nata con l’assassinio del povero Giulio Regeni: prima tutti applaudivano il generale che aveva tolto il potere ai Fratelli Musulmani) o in Bahrein, dove persino Barack Obama lodò l’intervento militare saudita contro la locale Primavera. In Siria ci sarebbero stati morti, ma non così tanti. Distruzioni, ma non così massicce. Esuli, ma non a milioni. Quale dei due scenari sarebbe convenuto ai siriani la cui sorte, per lo più a parole, commiseriamo? Questo solo per dire che il realismo, anche nella versione meno nobile che è la ricerca del meno peggio, in politica è una qualità, non un difetto. È quello che per anni ci hanno detto, ignorati quando non sbeffeggiati, i cristiani del Medio Oriente, che di regimi autoritari e relazioni con l’islam fanno esperienza da 14 secoli. Anche a proposito di Aleppo, quando ammonivano che la vittoria della «rivoluzione» sarebbe stata poi sfruttata dagli eredi di Al Qaeda, non dai ribelli moderati. Noi, vittime delle teorie sulla esportazione della democrazia che così gustosi frutti hanno prodotto in Iraq (2003) e in Libia (2011), abbiamo preferito tapparci le orecchie e giocare con le virgolette di cui si diceva all’inizio. Così, di fronte allo stesso nemico, alcuni saranno liberati e altri solo «liberati». Anche se tireranno tutti un sospiro di sollievo.




Un giorno capiremo, forse, com’è nata, e con quali scopi, l’alleanza guerrafondaia che in Europa affianca la sinistra benpensante e benintenzionata alla destra neocon più cinica e disinvolta. Un’alleanza che nel 2003 abbiamo visto in azione…
occhidellaguerra.it|Di Fulvio Scaglione



Un giorno capiremo, forse, com’è nata, e con quali scopi, l’alleanza guerrafondaia che in Europa affianca la sinistra benpensante e benintenzionata alla destra neocon più cinica e disinvolta. Un’alleanza che nel 2003 abbiamo visto in azione nel disastro dell’invasione anglo-americana dell’Iraq, non a caso gestita in coppia dal progressista Tony Blair e dal con-servatore George Bush. Che nel 2011 si è rinnovata nell’altrettanto disastrosa spedizione contro la Libia del colonnello Gheddafi (con il trio Obama-Cameron-Sarkozy). E che oggi si rinnova con le ricorrenti manifestazioni dell’ossessione anti-russa.
Basta notare quant’è successo nel giro di pochi giorni. Prima il Parlamento europeo ha approvato (a scarsa maggioranza, ma l’ha approvato) una delirante risoluzione scritta dall’ex ministro degli Esteri (incredibile ma vero) della Polonia, Anna Elzbieta Fotyga, in cui si mettono l’Isis e la Russia sullo stesso livello come i due nemici principali dell’Europa. Poi è arrivato su Le Monde, tempio della borghesia illuminata, un altrettanto delirante editoriale di Francoise Thom, docente della Sorbona, che se la tira da “russista” ma non teme di scrivere tra l’altro che il Cremlino influenza l’opinione pubblica occidentale con “lo sviluppo di una coscienza apocalittica intorno al mito della fine dell’Occidente, che spinge i popoli ad accettare l’abbandono delle libertà e a desiderare l’avvento del pugno di ferro”.
Infine, il ministro degli Esteri del Regno Unito, Boris Johnson, ci spiega in una fantastica intervista che “la Nato è principalmente un’organizzazione difensiva” che si limita “a respingere l’aggressione” della Russia.
Come si vede, il fritto misto di sinistre e destre è completo. La stessa mistura che ha seminato disastri in tutto il Medio Oriente e adesso si affanna in ogni modo per provocare uno scontro diretto con la Russia. È ovvio che il Cremlino di Vladimir Putin non è il vaso di ogni perfezione, né in casa né fuori. Però proviamo ad analizzare un po’ nello specifico che cosa ci dicono questi signori.
Parlare della Fotyga è inutile. È già un dramma vedere arrivare al voto di Strasburgo una risoluzione del Parlamento europeo come la sua, che invoca la censura sulla stampa e sui media perché il Cremlino usa i suoi per propagandare le proprie ragioni. E questo in nome dei “valori” di un’Europa occidentale che ha mentito sull’Iraq, ha mentito sulla Libia, ha mandato la Nato a “proteggere” il confine della Turchia con la Siria attraverso cui Erdogan faceva arrivare foreign fighters, denaro e armi ai terroristi dell’Isis, e che tuttora mente senza ritegno (e in cambio di denaro) sulle fonti di finanziamento del terrorismo islamico e sugli appoggi di cui gode presso le monarchie del Golfo Persico con cui i Paesi Ue sono in affari.
È più interessante l’articolo della Thom per Le Monde, perché contiene tutta una mentalità. L’insigne docente parte elencando una serie di risultati (“Referendum olandese sull’Accordo di associazione dell’Ucraina, la Brexit, l’elezione di Trump, la vittoria del partito del Centro pro-russo in Estonia, l’elezione del pro-russo Dodon in Moldavia, del pro-russo Rumen Radev in Bulgaria, la vittoria di Fillon alle primarie della destra francese”) per dire che tutto questo è frutto della “paziente strategia di controllo delle elite e delle opinioni pubbliche straniere da parte del Cremlino”. Ora, quanto paranoici bisogna essere per credere che Trump abbia vinto grazie al Cremlino? E quanto fessi bisogna essere per non capire che l’Accordo di associazione dell’Ucraina è stato respinto dagli olandesi perché l’Olanda vive da molti anni un fenomeno xenofobo che si chiama Partito della libertà, che è contrario a tutte le forme di immigrazione e che tutti i sondaggi danno in testa per le elezioni politiche del marzo 2017?
E quanto anti-democratici bisogna essere, sia come intellettuale (la Thom) sia come giornale (Le Monde) per sostenere che tutti i risultati che vanno contro i propri desideri sono frutto di “dossier compromettenti, corruzione, ricatto, promesse di avanzamenti e incarichi di potere, controllo dei media”, cioè le cose che farebbe il Cremlino per favorire quei risultati? Gli olandesi, gli inglesi, gli americani, gli estoni, i moldavi, i bulgari e persino i francesi che hanno silurato Sarkozy e scelto Fillon come candidato della destra sono, secondo questa signora, o corrotti o scemi.
La Thom, ovviamente, parla di assoggettamento dell’Europa ai voleri del Cremlino. E poiché gli intellettuali francesi, quando vogliono rendersi ridicoli, ci riescono benissimo, non si rende conto di replicare le tesi di Alain Minc, politologo, scrittore, manager, ex consigliere di Sarkozy, ex presidente del Consiglio di sorveglianza di Le Monde (ma guarda…) e decorato della Legion d’Onore. Nel 1985 Minc pubblicò un libro (“Europa addio. La sindrome finlandese”, il titolo della traduzione italiana) in cui pronosticava la sottomissione dell’intera Europa all’Urss. Cinque anni dopo, purtroppo per lui, l’Urss non c’era più.
E per finire il caso Boris Johnson. Qui siamo al folklore e stupisce che chi ha deriso tanto a lungo Donald Trump ora prenda così sul serio questo signore. Nell’intervista, Johnson esibisce alcune chicche. Per esempio, “le ripetute provocazioni (della Russia, n.d.r) verso la Nato e i suoi alleati”. È indubbio che la tensione tra Nato e Russia sia oggi ai massimi storici del periodo post-sovietico. E altrettanto indubbio è che la Russia contribuisce per la sua parte. Curioso però che nessuno ricordi gli anni Novanta, lungo periodo in cui la Nato ha fatto ciò che ha voluto in tutta l’ex Europa dell’Est senza incontrare opposizione alcuna, nemmeno verbale. Né ricordi il marzo del 1999, quando il premier russo Primakov era in volo verso Washington per consultazioni con Bill Clinton e, in volo, venne a sapere che gli Usa avevano cominciato a bombardare la Serbia, impresa cui si sarebbe subito aggiunta la Nato. Né menzioni gli “scudi stellari” che, con l’assistenza della Nato, dal 2008 gli Usa hanno piazzato in Polonia e Romania per difendere l’Europa dalla minaccia (non ridete, lo dicono sul serio) per proteggerci dalla minaccia dell’Iran e della Corea del Nord.
Qualcuno può stupirsi se, arrivati all’Ucraina, la Russia ha detto basta? E lo ha detto alla sua maniera? Ma Boris Johnson pensa ad altro. Pensa alla Brexit. Nella stessa intervista sostiene che “il Regno Unito prospererà una volta lasciata la Ue”. E vabbè, convinto lui. Però, aggiunge, “vorremmo che le aziende britanniche avessero la massima libertà di fare affari e operare in un mercato unico”. Comodo, no? Me ne vado ma voglio mantenere tutti i vantaggi di prima. Come un marito che, lasciando la moglie, dicesse: “Non ti reggo più e me ne vado, ma vorrei che tu mi cucinassi ancora la cena e ogni tanto mi ospitassi nel tuo letto”. La sensazione è che questi siano molto più pericolosi, per noi europei, dello stesso Putin.




Le stragi in Somalia, Nigeria e in Egitto, oltre alla nuova offensiva dell’Isis contro la città siriana di Palmira, sono un campanello d’allarme. Crudele, feroce. Ma utile per tutti coloro, e non sono pochi, che ancora sottovalutano la questione del…
ecodibergamo.it


Le stragi in Somalia, Nigeria e in Egitto, oltre alla nuova offensiva dell’Isis contro la città siriana di Palmira, sono un campanello d’allarme. Crudele, feroce. Ma utile per tutti coloro, e non sono pochi, che ancora sottovalutano la questione del terrorismo islamista o che credono, e vogliono far credere, che sia possibile risolverlo con una stanca campagna di bombardamenti o qualche guerra improvvisata in malafede.
Possibile che nessuno si chieda, per restare al caso più clamoroso, dove prenda le armi, i mezzi e gli uomini l’Isis, che da due anni e mezzo combatte, almeno in teoria, contro l’esercito siriano e quello russo, i pasdaran iraniani, i miliziani libanesi di Hezbollah e una coalizione guidata da Usa e Arabia Saudita che comprende altri 65 Paesi? Davvero pensiamo che Al Baghdadi e i fanatici del jihad facciano tutto da soli, con il volontariato e lo spirito di sacrificio? In questi giorni insanguinati, e dentro questa preoccupazione globale, il caso forse più inquietante è quello del Cairo, dove la Cattedrale copta di San Marco è stata colpita da un attentato che ha fatto almeno 25 morti e decine di feriti. L’Egitto è da sempre uno dei pilastri della stabilità del Medio Oriente. E lo è diventato ancor più negli ultimi anni, da quando una serie di guerre disgraziate (Iraq 2003, Libia 2011, Siria 2011) ha accentuato le tendenze centrifughe della regione, lasciando sul terreno tre soli Stati-nazione: Turchia, Iran e appunto Egitto.
I cristiani copti formano circa il 10% della popolazione egiziana. Sono dunque una minoranza ma, come spesso accade alle minoranze cristiane nelle società musulmane, decisiva. Non a caso copto viene dal greco «aiguptios», poi arabizzato in qubt. Copto insomma è sinonimo di egiziano, perché i copti sono appunto gli egiziani delle origini, dell’epoca (quarto-settimo secolo) in cui il Paese era a maggioranza cristiana. Oltre ad avere una presenza importante nei mestieri e nelle professioni, e quindi anche nella politica, i copti svolgono in Egitto la stessa funzione che era svolta in Iraq dai caldei e dai siri o in Siria dai cristiani cattolici e ortodossi: garantiscono il pluralismo, alla fin fine proteggono l’islam dalle sue tendenze minoritarie e peggiori. Per questo i copti egiziani, che formano la più grande comunità cristiana del Medio Oriente, hanno guardato alle Primavere del 2011 con un certo sospetto: perché l’instabilità, in quella parte del mondo, è il peggior nemico delle minoranze. E per la stessa ragione i copti sono stati colpiti con particolare accanimento, con una cinquantina di attentati e attacchi e decine di morti, nel 2012-2013, cioè nel periodo in cui l’Egitto era sotto il controllo dei Fratelli Musulmani.

Quest’ultimo attentato ci dice che il pericolo è sempre vivo, a dispetto delle repressioni dell’ex generale e ora presidente Al Sisi, del ruolo assunto dai militari, del bando imposto ai Fratelli Musulmani e, come dicevamo prima, della presunta guerra al terrorismo islamico che diciamo di combattere. Una guerra che fu proclamata quindici anni fa, dopo gli attentati delle Torri Gemelle, e che non ha dato risultati apprezzabili. Dal 2000 a oggi le vittime per atti di terrorismo, nel mondo, sono aumentate di nove volte, con un’escalation diventata negli ultimi anni drammatica: dai 10 mila morti del 2011 siamo infatti arrivati ai 33 mila del 2015.
Per disarmare il terrorismo islamico, ormai è più che chiaro, bisogna fermare chi lo finanzia e lo protegge. Cosa che le alleanze internazionali e i rapporti d’affari non permettono. Ma abbiamo anche visto a che prezzo: un pezzo di mondo in fiamme, la paura della violenza in Europa, flussi migratori fuori controllo, settarismo, guerre. Parlano chiaro l’Iraq, la Libia, la Siria.
Destabilizzare l’Egitto, che ha il Sinai affacciato su Israele e Arabia Saudita e l’Alto Nilo che fa da porta all’Africa sub-sahariana, è l’obiettivo che da anni l’islamismo si propone. Vorrebbe dire collegare i peggiori conflitti del Medio Oriente con i traumi più gravi dell’Africa. Il tutto alle porte dell’Europa. Ci pensino un po’ su tutti coloro che ancora credono che tra esportare la democrazia e diffondere fast-food e telefonini non ci sia differenza.

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