martedì 27 dicembre 2016

Fulvio Scaglione : ALEPPO, AIUTIAMO I BAMBINI NELLA GUERRA



Ad Aleppo non si spara più ma la guerra non è finita. Torna la campagna di Famiglia Cristiana e Fondazione Giovanni Paolo II per dare speranza ai bambini.
fulvioscaglione.com





Possiamo chiamarla vittoria o tragedia, liberazione o sconfitta. Ma una cosa non cambia: sappiamo che per la Siria questo è ancora un Natale di guerra. Il sesto. E per Aleppo, un altro inverno in cui la sorte di migliaia di famiglie sarà legata al filo della solidarietà. Un filo fragile, minacciato ogni giorno da nemici potenti. Ma anche saldo e tenace, a giudicare da quanto è avvenuto con la campagna che Famiglia Cristiana e la Fondazione Giovanni Paolo II hanno lanciato giusto un anno fa, nel Natale 2015, e rilanciato per la Pasqua 2016. Le donazioni sono arrivate, numerose e generose, e il legame con i francescani della Custodia di Terra Santa, che non hanno mai abbandonato la gente di Aleppo e hanno così santificato anche per noi il Giubileo straordinario della Misericordia, ha permesso un intervento immediato.
Fra Ibrahim al-Sabbagh, parroco nella chiesa di San Francesco, riassume così i primi risultati della campagna: “Grazie alla generosità dei lettori di Famiglia Cristiana e all’opera della Fondazione, abbiamo assistito e sostenuto 900 famiglie in pericolo di vita distribuendo oltre 10 mila pacchi con provviste e generi di prima necessità, più altri aiuti mirati al benessere dei bambini. Abbiamo investito una parte dei fondi nel riscaldamento delle case, diventato molto costoso negli anni di questa guerra, e aiutato molte famiglie a rientrare nelle case danneggiate dalle bombe, contribuendo a ristrutturarle. Con le scuole chiuse, abbiamo organizzato negli ambienti della parrocchia una serie di sale, protette dai proiettili e dai colpi di mortaio e dotate di riscaldamento e luce elettrica, in cui i ragazzi potessero continuare a studiare, assistiti da insegnanti veri. Noi e voi, insieme, ci siamo presi cura di tante persone: non possiamo abbandonarle”.
Fra Ibrahim ha ragione: non possiamo tirarci indietro. Non ora, dopo aver messo a punto una catena tale da garantire che gli aiuti arrivino proprio a chi ne ha bisogno, senza sprechi e senza abusi. E non mentre si delinea con sempre maggiore urgenza la più crudele delle emergenze: quella dei bambini.
La campagna per Aleppo di questo Natale è infatti dedicata a Bassam, 8 anni, unico figlio di una coppia di giovani coniugi aleppini. Bassam non sapeva nulla di politica, cercava solo un posto sicuro dove giocare tranquillo, lontano dal fragore delle esplosioni. Credeva di averlo trovato nel cortile della scuola, dove però un proiettile vagante, o forse sparato proprio contro di lui, lo ha colpito alla testa. In ospedale i medici hanno subito dichiarato la morte cerebrale. Ma il piccolo grande cuore di Bassam non voleva rassegnarsi: ha continuato a battere per cinque giorni, irrorato dalle lacrime di mamma Kinda. Il suo funerale ha riempito la chiesa e il sacerdote ha dovuto “lavorare” a lungo per frenare i ragazzi dei gruppi giovanili e i familiari che, a dispetto del pericolo costante, volevano portare il feretro in processione. Per una sfida al male, alla violenza, a tutti coloro che non posano le armi neppure di fronte a un bambino.
La storia di Bassam, purtroppo, non è eccezionale ad Aleppo. Nei quartieri Est sotto i bombardamenti dei russi e dell’esercito regolare siriano come in quelli Ovest colpiti per anni dai mortai e dai razzi dei jihadisti e dei ribelli, sono morti centinaia di bambini. Non tutti sono diventati “famosi” su Internet come Omran, il piccolo estratto dalle macerie della casa in Aleppo Est dov’era morto il fratello Alì, ma non hanno certo sofferto meno. Emile Katty, medico chirurgo a direttore dell’ospedale Al-Rajaa (la Speranza), fondato dalla Custodia di Terra Santa ad Aleppo, ricorda bene i bambini arrivati al suo ospedale dopo che un colpo di mortaio era caduto nel recinto della loro scuola, ad Aleppo Ovest. “Stavano giocando, l’esplosione è stata devastante”. Dieci i bambini morti, quattro di loro erano fratelli.
Sono storie di ordinaria follia per chi, come il dottor Katty, da anni si batte per alleviare le sofferenze degli altri. La sua memoria è piena di episodi da incubo. Per esempio, la vicenda di Ahmed e Amal, marito e moglie. Lui sosteneva la famiglia con una bancarella di frutta e verdura piazzata davanti a una moschea. È lì che un razzo lo ha ucciso. Amal badava ai loro quattro bambini, in casa. È lì che la scheggia di un colpo di mortaio l’ha colpita e l’ha ammazzata, tre giorni dopo la morte del marito. “Non posso dimenticare quei bambini e i loro sguardi”, dice ora Katty, “il loro dolore e nello stesso tempo l’incapacità di realizzare l’enormità della tragedia che li aveva colpiti”.
Tutti questi bambini formano la generazione perduta della Siria. Milioni di ragazzi ai quali la guerra ha amputato il futuro. Chi non ha perso la vita ha perso la famiglia, la casa. È dovuto scappare, spinto in un campo profughi quando non costretto a emigrare all’estero. Non è potuto andare a scuola, non avrà un’istruzione, di certo ha perso la possibilità di avere una vita piena e serena. E oltre alla solidarietà nostra e di altri, non ha molto su cui contare, in questa guerra che prosegue a dispetto di chi la grida finita. Per questo, oltre che per tante altre ragioni, nessuno può parlare davvero di vittoria, ad Aleppo e in Siria. Per questo non possiamo tirarci indietro proprio adesso.
Pubblicato su Famiglia Cristiana 52/2016
Come partecipare alla campagna a favore dei bambini della Siria e delle loro famiglie

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