mercoledì 16 novembre 2016

Noam Chomsky e CJ Polychroniou :Trump alla Casa Bianca




di Noam Chomsky e CJ Polychroniou – 14 novembre 2016 CJ Polychroniou: Noam, l’impensabile si è avverato: contro tutte le previsioni, Donald Trump ha conseg
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CJ Polychroniou: Noam, l’impensabile si è avverato: contro tutte le previsioni, Donald Trump ha conseguito una decisiva vittoria su Hillary Clinton e l’uomo che Michael Moore ha descritto come “abietto, ignorante, pericoloso buffone a tempo parziale e pericoloso sociopatico a tempo pieno” è il prossimo presidente degli Stati Uniti. Secondo te quali sono stati i fattori decisivi che hanno indotto gli elettori statunitensi a produrre il più grosso ribaltamento della storia della politica degli Stati Uniti?
Noam Chomsky: Prima di occuparmi di questa domanda penso sia importante dedicare qualche momento a riflettere su ciò che è accaduto l’8 novembre, una data che potrebbe rivelarsi una delle più importanti della storia umana.
Nessuna esagerazione.
La notizia più importante dell’8 novembre è stata a malapena notata, un fatto già di per sé di un certo significato.
L’8 novembre l’Organizzazione Metereologica Mondiale (WMO) ha trasmesso un rapporto alla conferenza internazionale sul cambiamento climatico in Marocco, COP22, che era stata convocata al fine di portare avanti gli accordi di Parigi del COP21. La WMO ha riferito che gli ultimi cinque anni sono stati i più caldi mai registrati. Ha riferito della crescita del livello dei mari, che presto aumenterà in conseguenza di uno scioglimento inaspettatamente rapido del ghiaccio polare, più sinistramente di quello degli enormi ghiacciai dell’Antartico. Già il ghiaccio marino artico negli ultimi cinque anni è del 28 per cento sotto la media dei precedenti 29 anni, non solo facendo crescere il livello dei mari ma anche riducendo l’effetto di raffreddamento della riflessione dei raggi solari da parte del ghiaccio polare, in tal modo accelerando i gravi effetti del riscaldamento globale. La WMO ha riferito inoltre che le temperature si stanno pericolosamente avvicinando agli obiettivi stabiliti dal COP21, assieme ad altre notizie e previsioni sinistre.
Un altro evento ha avuto luogo l’8 novembre, che può anch’esso rivelarsi di inconsueto significato storico per motivi che, ancora una volta, sono stati scarsamente notati.
L’8 novembre il paese più potente della storia mondiale, che metterà il suo sigillo su quanto avverrà in seguito, ha tenuto un’elezione. L’esito ha posto il controllo totale del governo – dell’esecutivo, del Congresso, della Corte Suprema – nelle mani del Partito Repubblicano, l’organizzazione più pericolosa della storia mondiale.
A parte l’ultima frase, tutto questo è incontrovertibile. L’ultima frase può sembrare stravagante, persino offensiva. Ma lo è? I fatti suggeriscono altro. Il Partito è dedito a correre più rapidamente possibile verso la distruzione della vita umana organizzata. Non ci sono precedenti storici di una simile posizione.
Si tratta di un’esagerazione? Si consideri ciò cui abbiamo appena assistito.
Nel corso delle primarie Repubblicane tutti i candidati hanno negato che sta succedendo quello che sta succedendo, a eccezione dei moderati sensati, come Jeb Bush, che hanno affermato che tutto è incerto ma che non occorre che facciamo nulla perché non stiamo producendo più gas naturale, grazie alla fratturazione idraulica. O John Kasich, che si è detto d’accordo che il riscaldamento globale sta avendo luogo ma ha aggiunto che “bruceremo [carbone] in Ohio e non abbiamo intenzione di chiedere scusa per questo”. Il candidato vincitore, ora presidente eletto, sollecita un rapido aumento dell’uso di combustibili fossili, compreso il carbone; lo smantellamento delle regole; il rifiuto di aiutare i paesi in via di sviluppo che stanno cercando di passare a energie rinnovabili e in genere la corsa più veloce possibile all’orlo del baratro.
Trump ha già fatto passi per smantellare l’Agenzia per la Protezione dell’Ambiente (EPA) ponendo a capo della transizione dell’EPA un notorio (e orgoglioso) negatore del cambiamento climatico, Myron Ebell.  Il massimo consigliere di Trump sull’energia, il miliardario dirigente petrolifero Harold Hamm, ha annunciato le sue aspettative, che erano prevedibili: smantellare le regole, tagli fiscali all’industria (e ai ricchi e al settore societario in generale), maggior produzione di combustibili fossili, revoca del blocco temporaneo di Obama all’oleodotto Dakota Access. Il mercato ha reagito prontamente. Le azioni delle società dell’energia hanno avuto un boom, comprese quelle della società mineraria carbonifera più grande del mondo, la Peabody Energy, che aveva portato i libri in tribunale ma che dopo la vittoria di Trump ha registrato un aumento del 50 per cento.
Gli effetti del negazionismo Repubblicano si erano già avvertiti. C’erano state speranze che l’accordo del COP21 di Parigi avrebbe condotto a un trattato verificabile, ma qualsiasi pensiero del genere è stato abbandonato poiché il Congresso Repubblicano non accetterebbe impegni vincolanti, dunque quello che è emerso è un accordo volontario, evidentemente molto più debole.
Gli effetti possono diventare presto più vividamente evidenti di quanto lo siano già. Nel solo Bangladesh ci si aspetta che decine di milioni di persone debbano fuggire dalle pianure basse nei prossimi anni a causa dell’aumento del livello del mare e di eventi atmosferici più gravi, determinando una crisi migratoria che farà impallidire fino a renderla insignificante quella attuale. Con considerevole senso della giustizia il principale scienziato del clima del Bangladesh afferma che “questi migranti dovrebbero avere il diritto di trasferirsi nei paesi dai quali stanno arrivando tutti questi gas serra. Milioni dovranno poter andare negli Stati Uniti”. E negli altri paesi ricchi che sono diventati tali determinando una nuova era geologica, l’Antropocene, contrassegnato da radicali trasformazioni umane dell’ambiente. Queste conseguenze catastrofiche possono solo aggravarsi, non solo in Bangladesh ma anche in tutta l’Asia meridionale, mentre le temperature, già intollerabili per i poveri, aumentano inesorabilmente e i ghiacciai dell’Himalaya si sciolgono, minacciando l’intero approvvigionamento idrico. Già si ha notizia che circa 300 milioni di persone in India sono prive di acqua potabile. E gli effetti si estenderanno molto più in là.
E’ difficile trovare parole per cogliere il fatto che gli umani stanno affrontando la domanda più importante della loro storia – se la vita umana organizzata sopravvivrà in una forma in qualche modo simile a quella che conosciamo – e che stanno accelerando la corsa al disastro. Osservazioni simili valgono per l’altro enorme problema che riguarda la sopravvivenza umana, la minaccia di distruzione nucleare che incombe sulle nostre teste da settant’anni, e che adesso si sta aggravando.
Non è meno difficile trovare parole per cogliere il fatto assolutamente stupefacente che in tutta l’enorme copertura mediatica del carnevale elettorale, nulla di tutto questo ha ricevuto più di una citazione di passaggio. Quanto meno non sono in grado io di trovare parole appropriate.
Passando infine alla domanda proposta, per essere precisi risulta che la Clinton ha ricevuto una leggera maggioranza dei voti. L’apparente vittoria decisiva ha a che fare con le curiose caratteristiche della politica statunitense: tra altri fattori i collegi elettorali residuati dalla fondazione del paese come alleanza di stati separati; il sistema, in ogni stato, del “chi vince prende tutto”; l’organizzazione dei distretti del Congresso (spesso mediante brogli) al fine di dare un maggior peso ai voti rurali (nelle passate elezioni e probabilmente anche in questa i Democratici avevano avuto un confortevole margine di vittoria nel voto popolare per la Camera ma detenevano una minoranza dei seggi); l’altissima percentuale di astensionismo (solitamente prossima al cinquanta per cento nelle elezioni presidenziali e anche in questa). Di qualche significato per il futuro è il fatto che nella fascia d’età tra i 18 e i 25 anni la Clinton ha vinto comodamente, e Sanders aveva un livello di sostegno ancora più elevato. Quanto ciò conti dipende dal genere di futuro che l’umanità affronterà.
Secondo le informazioni attuali Trump ha superato ogni record nel sostegno che ha ricevuto da elettori bianchi, della classe lavoratrice e di quella media inferiore, particolarmente nella fascia di reddito tra 50.000 e i 90.000 dollari, rurale e suburbana, principalmente quelli senza istruzione superiore. Questi gruppi condividono la rabbia presente in tutto l’occidente nei confronti della dirigenza centrista, rivelata anche nell’imprevisto voto a favore della Brexit e nel crollo dei partiti di centro nell’Europa continentale. Gli arrabbiati e i frustati sono le vittime delle politiche neoliberiste della passata generazione, delle politiche descritte nella testimonianza al Congresso del capo della Fed Alan Greenspan – Sant’Alan, com’era chiamato rispettosamente dai professionisti dell’economia e da altri ammiratori fino a quando l’economia miracolosa cui sovrintendeva non è crollata nel 2007-8, minacciando di trascinare con sé l’intera economia mondiale. Come Greenspan spiegava nei suoi giorni di gloria, i suoi successi nella gestione economica erano basati sostanzialmente sull’”aumentare l’insicurezza dei lavoratori”. Lavoratori intimiditi non avrebbero chiesto salari più alti, indennità e previdenza, ma si sarebbero accontentati dei salari stagnanti e delle indennità ridotte che segnalano un’economia sana secondo gli standard neoliberisti.
I lavoratori che sono stati oggetto di questi esperimenti di teoria economica non sono, stranamente, particolarmente felici del risultato. Non fanno, ad esempio, salti di gioia per il fatto che nel 2007, all’apice del miracolo neoliberista, i salari reali per i lavoratori di livello inferiore erano inferiori a quanto erano stati anni prima, o per il fatto che i salari reali dei lavoratori maschi sono circa ai livelli degli anni ’60, mentre aumenti spettacolari sono finiti nelle tasche di pochissimi al vertice, sproporzionatamente a una frazione dell’1 per cento. Non la conseguenza di forze del mercato, di risultati o di merito, bensì di definite decisioni di politica, questioni esaminate attentamente dall’economista Dean Baker in un lavoro pubblicato di recente.
La vicenda del salario minimo illustra ciò che stava succedendo. Nei periodi di crescita elevata e ugualitaria degli anni ’50 e ’60 il salario minimo – che è la base per altri salari – seguiva la produttività. Ciò è finito con l’avvento della dottrina neoliberista. Da allora il salario minimo è stagnato (in valore reale). Se le cose fossero continuate come prima sarebbe probabilmente di 20 dollari l’ora. Oggi è considerato una rivoluzione politica aumentarlo a 15 dollari.
Nonostante tutti i discorsi oggi sulla quasi piena occupazione, la partecipazione della forza lavoro resta inferiore alla norma precedente. E per un lavoratore c’è una grossa differenza tra un lavoro fisso nella produzione con salari sindacali e indennità, come negli anni precedenti, e un lavoro temporaneo con scarsa sicurezza in alcune professioni dei servizi. A parte i salari, le indennità e la sicurezza, c’è una perdita di dignità, di speranza per il futuro, di una sensazione che questo è un mondo cui io appartengo e nel quale ho un ruolo utile.
L’impatto è colto bene nel ritratto sensibile e illuminante da parte di Arlie Hochschild di una roccaforte di Trump in Louisiana, dove lei ha vissuto e lavorato per molti anni. Lei usa l’immagine di una fila in cui queste persone stanno in piedi, aspettando di muoversi costantemente in avanti mentre lavorano duro e si attengono a tutti i valori convenzionali. Ma la loro posizione nella fila si è fermata. Davanti a loro vedono persone che balzano in avanti, ma ciò con causa molta ansia perché è “il modo statunitense” in cui il (presunto) merito è ricompensato. Quello che causa angoscia è ciò che sta succedendo dietro di loro. Persone immeritevoli che non rispettano le regole sono fatte passare davanti a loro da programmi del governo federale mirati ad avvantaggiare afroamericani, immigrati e altri che loro spesso considerano con disprezzo. Tutto questo è esacerbato dalle invenzioni di Reagan a proposito di adolescenti vigorosi e di regine dell’assistenza sociale (per implicazione, nere) che rubano i tuoi soldi guadagnati faticosamente, e da altre fantasie, che a volte sono tinte di briciole di realtà, come accade solitamente nel caso di pericolosi intrugli mirati a deviare l’attenzione dai veri agenti dell’angoscia a facili capri espiatori.
A volte ha un ruolo l’assenza di spiegazioni, essa stessa una forma di disprezzo. Una volta ho conosciuto un imbianchino a Boston che si era rivoltato ferocemente contro il maledetto governo dopo che un burocrate di Washington che non sapeva nulla di tinteggiatura aveva organizzato una riunione di appaltatori delle tinteggiature per informarli che non potevano più usare vernice al piombo, il solo tipo che funziona, come loro sapevano tutti ma che l’elegantone non capiva. Ciò aveva distrutto la sua piccola azienda, costringendolo a tinteggiare casa da solo con personale inetto impostogli dalle élite governative. A volte ci sono anche dei motivi. La Hochschild descrive un uomo la cui famiglia e i cui amici soffrono pesantemente per gli effetti letali dell’inquinamento chimico ma che detesta il governo, e le “élite liberali”, perché secondo lui l’EPA è fatta di ignoranti che gli dicono che non può pescare ma che non fanno nulla riguardo alle fabbriche chimiche.
Questi sono solo esempi delle vite reali di sostenitori di Trump che sono illusi a credere che Trump farà qualcosa per rimediare alle loro difficoltà, anche se il più semplice sguardo alle sue proposte fiscali e di altro genere dimostra il contrario, proponendo un compito agli attivisti che sperano di respingere il peggio e di far progredire cambiamenti disperatamente necessari.
I sondaggi all’uscita dalle urne rivelano che l’appassionato sostegno a Trump è stato ispirato principalmente dalla convinzione che egli rappresentasse il cambiamento, mentre la Clinton era percepita come la candidata che avrebbe perpetuato la loro sofferenza. Il “cambiamento” che Trump probabilmente introdurrà sarà dannoso o peggio, ma è comprensibile che le conseguenze non siano chiare e persone isolate in una società atomizzata, prive del genere di associazioni (come i sindacati) che possano istruire e organizzare. Questa è una differenza cruciale tra la disperazione di oggi e gli orientamenti in generale ottimisti di molti lavoratori sotto coercizioni molto più gravi durante la grande depressione degli anni ’30.
Ci sono altri fattori nel successo di Trump. Studi comparativi mostrano che le dottrine del Suprematismo Bianco hanno avuto una presa sulla cultura statunitense anche maggiore che in Sudafrica e non è un segreto che la popolazione bianca è in declino. Tra un decennio o due è previsto che sarà una minoranza della forza lavoro e non molto tempo dopo una minoranza della popolazione. Anche la cultura conservatrice tradizionale è percepita sotto attacco dai successi della “politica identitaria”, considerata il campo di élite che provano unicamente disprezzo per gli statunitensi patriottici che lavorano duro e frequentano la chiesa con reali valori famigliari il cui paese sta scomparendo davanti ai loro occhi.
Merita di essere ricordato che prima della seconda guerra mondiale, anche se erano stati a lungo il paese più ricco del mondo, gli Stati Uniti non erano uno dei protagonisti principali degli affari globali ed erano anche in un certo senso un ambiente culturale isolato. Chi voleva studiare fisica si recava in Germania. Un aspirante scrittore o artista andava a Parigi. Ciò è cambiato radicalmente con la seconda guerra mondiale, per motivi ovvi, ma solo per parte della popolazione. Molta è rimasta culturalmente tradizionale.  Per citare un esempio di grande significato, una delle difficoltà nel sollecitare l’interesse del pubblico per le gravissime minacce del riscaldamento globale sta nel fatto che il 40 per cento della popolazione non vede perché si tratti di un problema, visto che Cristo tornerà nel giro di pochi decenni.  Circa la stessa percentuale crede che il mondo sia stato creato pochi millenni fa. Se la scienza è in conflitto con la Bibbia, tanto peggio per la scienza. Sarebbe difficile trovare un’analogia in altre società.
Il Partito Democratico ha abbandonato qualsiasi interesse reale per i lavoratori negli anni ’70 e questi ultimi sono stati perciò attirati nei ranghi dei loro più feroci nemici di classe, che quanto meno facevano finta di parlare la loro lingua; lo stile popolaresco di Reagan con piccole battute mangiando caramelle gommose; l’immagine attentamente coltivata di Bush di un tizio normale che potresti incontrare in un bar e che amava tagliar boschi nel ranch con 40 gradi di caldo e i suoi probabilmente finti errori di pronuncia (è improbabile che parlasse così alla Yale) e oggi Trump, che dà voce a persone con rimostranze legittime che hanno perso non solo il loro lavoro ma anche un senso di valore personale e che si scaglia contro il governo che loro percepiscono (non senza ragione) aver compromesso le loro vite.
Uno dei grandi risultati del sistema dottrinale è consistito nel deviare la rabbia dal settore industriale al governo che attua i programmi che esso disegno, quali gli accordi fortemente protezionisti dei diritti di imprese e investitori che sono uniformemente descritti in modo fuorviante come “accordi di libero scambio” sui media e nei commenti. Con tutti i suoi difetti, il governo è in qualche misura sotto l’influenza e il controllo popolari, diversamente dal settore industriale. E’ molto vantaggioso per il mondo degli affari incoraggiare l’odio nei confronti di burocrati governativi idioti e scacciare dalla testa della gente l’idea sovversiva che il governo potrebbe diventare uno strumento della volontà popolare, un governo di, da e per il popolo.

Trump rappresenta un nuovo movimento nella politica statunitense o il risultato di questa elezione è stato principalmente un rifiuto di Hillary Clinton da parte di elettori che odiano i Clinton e sono stufi della “solita politica”?
Non è assolutamente una novità. Entrambi i partiti politici si sono spostati a destra nel corso del periodo neoliberista. I Nuovi Democratici di oggi sono sostanzialmente quelli che solevano essere definiti “Repubblicani moderati”. La “rivoluzione politica” sollecitata, giustamente, da Bernie Sanders non avrebbe sorpreso molto Dwight Eisenhower. I Repubblicani si sono spostati così tanto nella dedizione ai ricchi e al settore industriale che non possono sperare di ottenere voti sui loro programmi reali e si sono rivolti a mobilitare settori della popolazione che ci sono sempre stati ma non come forza politica organizzata: evangelicali, nativisti, razzisti e le vittime delle forme di globalizzazione mirata a mettere i lavoratori di tutto il mondo in competizione tra loro proteggendo contemporaneamente i privilegiati e minando le misure legali e di altro genere che offrivano ai lavoratori una certa protezione e modi per influenzare i processi decisionali nei settori pubblici e privati strettamente collegati, in particolare mediante sindacati efficienti.
Le conseguenze sono state evidenti nelle recenti primarie Repubblicane. Tutti i candidati emersi dalla base – Bachmann, Cain,Santorum …  – sono stati così estremisti che la dirigenza Repubblicana ha dovuto usare le sue vaste risorse per metterli a tacere. La differenza nel 2016 è stata che la dirigenza ha fallito, con suo grande rammarico, come abbiamo visto.
Meritatamente o no la Clinton ha rappresentato le politiche temute e odiate, mentre Trump è stato considerato come il simbolo del “cambiamento”; di quale genere di cambiamento si tratti richiede un esame attento alle sue effettive proposte, qualcosa in larga misura assente in ciò che è arrivato al pubblico. La campagna stessa è stata rimarchevole nel suo evitare i problemi, e i commenti dei media in generale si sono adeguati, attenendosi al concetto che una vera obiettività consiste nel riferire accuratamente ciò che c’è “all’interno dei circoli che contano nella capitale” e nel non avventurarsi oltre.
Trump, dopo l’esito dell’elezione, ha affermato che “rappresenterò tutti gli statunitensi”. Come farà ciò, quando la nazione è così divisa e lui ha già espresso un odio profondo per molti gruppi negli Stati Uniti, tra cui donne e minoranze? Vedi qualche somiglianza tra la Brexit e la vittoria di Trump?
Ci sono decise somiglianze con la Brexit e anche con l’ascesa dei partiti ultranazionalisti di destra in Europa, i cui leader sono stati pronti a congratularsi con Trump per la sua vittoria, percependolo come uno di loro: Farage, Le Pen, Orbàn e altri simili a loro. E questi sviluppi sono parecchio spaventosi. Uno sguardo ai sondaggi in Austria e in Germania – Austria e Germania! – non può fare a meno di evocare ricordi sgradevoli per chi abbia familiarità con gli anni ’30, ancor più per quelli che li hanno vissuti direttamente, come ho fatto io da bambino. Posso ancora ricordare di aver ascoltato i discorsi di Hitler, con comprendendo le parole anche se il tono e le reazioni del pubblico erano sufficientemente raggelanti. Il primo articolo che ricordo di aver scritto è stato nel febbraio  del 1939, dopo la caduta di Barcellona, sulla diffusione apparentemente inesorabile della peste fascista. E per una strana coincidenza è stato a Barcellona che io e mia moglie abbiamo seguito gli eventi di martedì.
Quanto a come Trump gestirà ciò che ha portato avanti – non creato, ma portato avanti  – non possiamo dirlo. Forse la sua caratteristica che più colpisce è l’imprevedibilità. Molto dipenderà dalle reazioni degli inorriditi dal suo risultato e dalle visioni che ha proiettato, quali sono.

Trump non ha alcuna ideologia politica identificabile che guidi la sua posizione su temi economici, sociali e politici, tuttavia ci sono chiare tendenze autoritarie nel suo comportamento. Quindi trovi qualche validità nelle affermazioni che Trump può rappresentare l’emergere di un “fascismo dal volto amichevole” negli Stati Uniti?
Per molti anni ho scritto e parlato del pericolo dell’ascesa di un ideologo onesto e carismatico negli Stati Uniti, qualcuno che possa sfruttare la paura e la rabbia che da lungo tempo ribollono in gran parte della società e che possa deviarla dai responsabili reali del malessere e verso bersagli vulnerabili. Ciò potrebbe effettivamente condurre a quello che il sociologo Bertram Gross ha chiamato “fascismo amichevole” in un perspicace studio di 35 anni fa. Ma ciò richiede un ideologo onesto, tipo Hitler, non qualcuno la cui unica ideologia individuabile è “Io”. I pericoli, comunque, sono reali da molti anni, forse ancor più alla luce delle forze che Trump ha liberato.

Con i Repubblicani alla Casa Bianca, ma anche in controllo di entrambe le Camere e della futura forma della Corte Suprema, come saranno gli Stati Uniti almeno nei prossimi quattro anni?
Molto dipenderà dalle sue nomine e dalla cerchia dei suoi consiglieri. Le prime indicazioni sono sgradevoli, a esser buoni.
La Corte Suprema sarà per molti anni nelle mani di reazionari, con conseguenze prevedibili.  Se Trump porterà a termine i suoi programmi fiscali in stile Paul Ryan ci saranno enormi benefici per i ricchissimi, stimati dal Centro sulla Politica Fiscale in un taglio fiscale di più del 14 per cento per lo 0,1 per cento al vertice e considerevoli tagli più in generale a favore della fascia superiore della scala del reddito, ma con virtualmente nessun sollievo fiscale per gli altri, che subiranno anche nuovi pesanti fardelli. Il rispettato corrispondente economico del Financial Times, Martin Wolf, scrive che “le proposte fiscali inonderanno di benefici gli statunitensi già ricchi, come Trump” lasciando contemporaneamente gli altri nelle pesti, compreso naturalmente il suo elettorato popolare. La reazione immediata del mondo degli affari rivela che la grande industria farmaceutica, Wall Street, l’industria militare, l’industria dell’energia e altre simili magnifiche istituzioni si aspettano un futuro molto luminoso.
Uno sviluppo positivo potrebbe essere il programma infrastrutturale che Trump ha promesso, celando contemporaneamente (in compagnia di gran parte del giornalismo e dei media) il fatto che si tratta essenzialmente del programma di stimolo di Obama che sarebbe stato di grande beneficio per l’economia e per la società in generale ma che è stato ucciso dal Congresso Repubblicano in base al pretesto che avrebbe fatto esplodere il deficit. Mentre l’accusa era spuria all’epoca, considerati i tassi d’interesse molto bassi, vale alla grande riguardo al programma di Trump, oggi accompagnato dai radicali tagli fiscali ai ricchi e al settore industriale e dall’aumento della spesa del Pentagono.
C’è, tuttavia, una via d’uscita, offerta da Dick Cheney quando ha spiegato al Segretario al Tesoro di Bush, Paul O’Neill, che “Reagan ha dimostrato che i deficit non contano”, intendendo i deficit che creiamo noi Repubblicani al fine di conquistare sostegno popolare, lasciando a qualcun altro, preferibilmente ai Democratici, il compito di sistemare il casino. La tecnica potrebbe funzionare, almeno per qualche tempo.
Ci sono anche molte domande, prevalentemente prive di risposta, riguardo alle conseguenze in politica estera.

C’è ammirazione reciproca tra Trump e Putin. Quanto è probabile, perciò, che possiamo assistere a una nuova era nelle relazioni USA-Russia?
Una prospettiva ottimistica è che potrebbe esserci una riduzione delle tensioni pericolosissime e montanti al confine russo: si noti “al confine russo”, non al confine messicano. Lì c’è una storia in cui non possiamo entrare qui. E’ anche possibile che l’Europa prenda le distanze dagli Stati Uniti di Trump, come già suggerito dalla cancelliera Merkel e da altri leader europei, nonché dalla voce britannica del potere statunitense dopo la Brexit. Ciò potrebbe forse determinare sforzi europei di disinnescare le tensioni e forse persino tentativi di portare avanti qualcosa di simile alla visione di Mikhail Gorbaciov di un sistema integrato euroasiatico della sicurezza senza alleanze militari, respinto dagli Stati Uniti a favore dell’espansione della NATO, una visione resuscitata recentemente da Putin, se sul serio o no non lo sappiamo, visto che il gesto è stato scartato.

E’ probabile che la politica estera statunitense sotto l’amministrazione Trump sia più o meno militarista di quella che abbiamo visto sotto Obama o addirittura sotto le amministrazioni di G.W.Bush?
Penso che non si possa rispondere con alcuna sicurezza. Trump è troppo imprevedibile. Ci sono troppe domande in sospeso. Quello che possiamo dire è che la mobilitazione e l’attivismo popolari, appropriatamente organizzati e condotti, possono fare una grande differenza.
E dovremmo tener presente che la posta in gioco è enorme, come ho osservato all’inizio.

Da ZNetitaly – Lo spirito della resistenza è vivo
www.znetitaly.org
Originale: https://zcomm.org/znetarticle/trump-in-the-white-house/
traduzione di Giuseppe Volpe
Traduzione © 2016 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

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