martedì 22 novembre 2016

La lotta secolare fra al-Azhar e il wahabismo per la supremazia nell’islam sunnita



La massima istituzione giuridica egiziana già nel 1818 ha fermato il tentativo egemonico (radicale) saudita. Oggi lo scontro si rinnova, con il boicottaggio da parte di Riyadh delle attività di al-Azhar. Una guerra fredda e silenziosa che ha favorito la nascita di gruppi jihadisti come al Qaeda e lo Stato islamico. Il grande imam Al-Tayeb promuove il dialogo e la tolleranza fra religioni.

Il Cairo (AsiaNews) - Fra meno di due anni ricorre il bicentenario della lotta, avvenuta nel 1818, fra la sede teologica della moschea di al-Azhar, sostenuta dall’Egitto, e il wahabismo, saudita, che ha segnato la fine della politica espansionista di quest’ultimo. Un tentativo di egemonizzare tutto il mondo islamico arabo, ma che si è limitato poi all’interno dei confini della penisola arabica. In quello che, con maggior precisione, diverrà in seguito il regno dell’odierna Arabia Saudita.
Da quel momento, sebbene all’apparenza tutto sembrava superato, le fiamme hanno covato a lungo sotto le ceneri di un conflitto irrisolto. Non sono mai mancate - anche durante il ventesimo secolo - posizioni di rivalità, per non dire di boicottaggio promosso da Riyadh verso la quasi totalità delle attività della moschea di al-Azhar.
E ancora, i casi di studenti di giurisprudenza islamica (fiqh) all’università di al-Azhar, provenienti dal continente asiatico per studiare la dottrina dell’islam, finanziati dalla sede diplomatica saudita al Cairo. E, attraverso conferenze e pubblicazioni, portati a pensare che quanto veniva insegnato loro ad al-Azhar era scisma e deviazione dalla vera religione, che è racchiusa nel wahabismo il quale è custode dei luoghi sacri dell’islam e dove la religione di Maometto si è rivelata. Molti di questi studenti delle scuole islamiche, attirati dal denaro e da inviti in Arabia Saudita, pur avendo concluso gli studi nell’università egiziana e rientrando in patria con un dottorato in Sharia islamica rilasciato da al-Azhar, sono poi finiti nel giro del wahabismo.
Così, dagli anni ’80 del secolo scorso, sono aumentati gli imam Wahabbiti asiatici “innaffiati” di doni e di benedizioni dall’Arabia Saudita. Particolare attenzione è stata riversata sulla Malaysia, dove nel febbraio scorso - grazie a un’indagine del sito egiziano Yom Al Sabee - è emersa la notizia di un indottrinamento parallelo promosso dall’università internazionale al Madina, una istituzione locale creata e finanziata da Riyadh, con sede anche al Cairo. Per rilasciare un dottorato religioso riconosciuto da al-Azhar, l’università malaysiana in questione accoglie docenti dell’istituzione egiziana, dando così una copertura alla vera attività che è contro la stessa al-Azhar e che viene promossa al suo interno. Secondo il sito egiziano, l’università al Madina fa veicolare all’interno del corso accademico tutte le idee wahabite.
L’Arabia Saudita è riuscita poi a impossessarsi delle cattedre di islamistica dell’Università americana, da dove passano decine di migliaia di laureati di oltre 100 nazionalità diverse; questi studenti finiscono poi con l’alimentare di imam “wahabiti” non solo la Malaysia, ma anche molte altre nazioni del continente africano. Il Paese più colpito è la Nigeria, dove gruppi salafiti, ispirati al wahabismo, sono aumentati in maniera vertiginosa, al pari del loro incremento in Asia.
Particolare attenzione viene ora riservata da Riyadh alla Russia e al Caucaso, soprattutto alla Cecenia, dove il wahabismo è in continua diffusione, anche se il lavoro di proselitismo da parte dell’Arabia Saudita viene fatto in modo discreto, come in America ed Europa.
Questa guerra fredda, silenziosa e delicata contro al-Azhar si è diffusa grazie anche al silenzio delle autorità politiche egiziane, finora accondiscendenti alle volontà dei sauditi che immettevano fiumi di denaro e aiuti nelle casse del Cairo. Il tutto, pur mantenendo un occhio vigile sugli imam wahabiti che sono alla base della diffusione delle ideologie violente e politicizzate della religione e che hanno portato alla nascita di al Qaeda e dello Stato islamico (SI), senza parlare di Boko Haram e di Abu Sufian in Asia.
Contro questa deriva estremista, si è speso in questi giorni in prima persona lo sceicco Ahmad Al-Tayeb, grande imam di al-Azhar, che ha inviato un messaggio di pace alla comunità internazionale per la Giornata mondiale della tolleranza, il 16 novembre scorso. Il leader islamico ha ricordato che pace, tolleranza, dialogo e rispetto dell’altro, a prescindere dal credo religioso, sono elementi di tutte le religioni monoteiste. La tolleranza, ha aggiunto, “è anche uno dei più importanti messaggi dell’islam e che al-Azhar vuole propugnare nel mondo”.
Incentivati dallo stesso presidente egiziano Abdel-Fattah Al-Sisi, al-Azhar e i suoi vertici stanno rafforzando i contatti sul piano locale e internazionale per far emergere una visione dell’islam moderata contro ideologie estremiste e violenze che seminano morte e distruzione. Nei Paesi arabi, così come in Europa e nel resto del mondo. E uno scontro che si consuma, come ricordato prima, proprio nei confronti dell’ideologia wahabita che dalla penisola araba si è sparsa in tutto il mondo.
Secondo il giornalista egiziano Hamdi Saaid Al Salem non si tratta soltanto di un braccio di ferro fra due correnti dell’islam o due scuole di Fikh diverse; infatti, alla base di questo scontro vi è il rancore e il risentimento, se non aperta vendetta, “per la sconfitta che ha fatto subire loro Ibrahim Pasha” nel 1818.
Intanto vendetta o no, il wahabismo si diffonde in quasi tutti i continenti portando con sé ideologie di violenza e terrorismo islamico del tipo salafita takfiri. Secondo un religioso egiziano la forza del proselitismo saudita sta nelle ingenti somme di denaro investite. “Al-Azhar non possiede alcun organo di informazione audio-visiva - afferma l’imam Ahmad Karim - mentre i wahabiti diffondono il loro proselitismo via satellite sulle onde di oltre 15 canali televisivi interamente dedicati alla religione islamica e finanziati dall’Arabia Saudita”.
Mentre la tv di Stato egiziana dedica non più di dieci minuti agli imam di al-Azhar nei suoi palinsesti televisivi, il wahabismo entra in tutte le case e parla direttamene ai poveri egiziani e non in Asia ed Africa, molti dei quali  spesso analfabeti, in varie lingue. Una comunicazione massiccia che raggiunge i loro cuori ma, ancor più, le loro menti dando loro la speranza [vana] di una vita migliore attraverso il martirio della guerra santa.(PB-LL)

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