giovedì 10 novembre 2016

In Siria, la presidenza Trump è un regalo a Putin

Prima che Trump entri alla Casa Bianca, Mosca si sarà presa Aleppo est Aleppo (al-Hayat). La vittoria di Donald Trump è "un regalo" per il presidente russo Vladimir Putin e la sua strategia in Siria. Aleppo, divisa in due e con la zona…
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 La rassegna dal e sul Medio Oriente di oggi: Aleppo potrebbe essere la carta negoziale tra Putin e Trump; all’indomani delle presidenziali, i curdi iracheni già chiedono aiuti agli Usa; in Libia si rischiano nuovi conflitti per il controllo delle risorse della mezzaluna petrolifera.
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Prima che Trump entri alla Casa Bianca, Mosca si sarà presa Aleppo est
Aleppo (al-Hayat). La vittoria di Donald Trump è “un regalo” per il presidente russo Vladimir Putin e la sua strategia in Siria. Aleppo, divisa in due e con la zona orientale assediata da milizie vicine all’Iran, sarà annientata in tempo perché il neoeletto presidente Usa si insedi alla Casa Bianca (20 gennaio) e formi la sua squadra (febbraio).
Così, secondo Ibrahim Hamidi, esperto di questioni siriane per al-Hayat, Putin non ha fretta di prendersi quel che rimane della città. Ma userà la “vittoria militare” ad Aleppo per negoziare meglio con Trump, con cui da tempo sembra d’accordo su come risolvere la questione siriana.
Damasco e Teheran sembrano soddisfatte dei risultati delle elezioni Usa, afferma Hamidi, e si sfregano le mani fiduciose: pensano ai prossimi mesi di sorrisi e vittorie, mediatiche prima di tutto. Putin è già “l’uomo della pace” dopo che ha provato a organizzare “tregue umanitarie” ad Aleppo est. Il presidente siriano al-Asad e i suoi uomini, grazie ai legami con i media occidentali (in particolare di Usa e Regno Unito), ha mostrato nei giorni scorsi il “vero volto” di Aleppo ovest, minacciata dai “terroristi”.
Trump è d’accordo nel definire la guerra in Siria come una guerra contro il terrorismo. Lo stesso ministro degli Esteri siriano, Walid al Muallim, incontrando i giornalisti stranieri a Damasco, ha ricordato loro che la battaglia di Mosul e quella di Aleppo sono uguali: sempre contro il terrorismo.
Per la gente di Aleppo est si preparano mesi molto duri. L’inverno arriverà assieme a periodi di “tregue umanitarie” russe e nuovi raid mortiferi. Mentre Trump vinceva, i lealisti rafforzavano l’assedio riprendendo il controllo del quartiere di Hikme, sobborgo a sud-ovest.
Secondo Hamidi, dalla primavera all’estate prossima russi e governativi siriani lavoreranno alla proposizione di una “soluzione politica”, dopo aver vinto militarmente nella “Siria utile”: da Daraa ad Aleppo, passando per Damasco, Homs e Hama.
Idlib è la nuova Kandahar, sempre più qaidizzata e marginalizzata. Nell’asse sud-nord ci saranno sacche di resistenza, che verranno rese inoffensive e descritte come “covi di terroristi”.
Si potrà così pensare a una “conferenza tra governo e opposizione” a Damasco, organizzata con “garanzie russe”. I miliziani non qaidisti potranno essere invitati nella base russa di Hmeimim, Latakia, per discutere la loro resa onorevole.
Questo è il sentimento diffuso, secondo Hamidi, nella Siria governativo-russo-iraniana.

I peshmerga curdi bussano alla porta di Trump

Arbil (Kurdistan24). A poche ore dall’elezione del nuovo presidente statunitense, alcuni alleati regionali di Washington cercano già di entrare nelle sue grazie per assicurarsi sostegno finanziario e politico.
Il cancelliere del Consiglio di sicurezza del Kurdistan iracheno, Masrur Barzani, dopo le congratulazioni di rito, ha manifestato le sue “speranze” che la nuova amministrazione aumenti il sostegno “ai peshmerga e al popolo curdo: il più efficace, fidato e affidabile alleato nella lotta al terrorismo”.
L’appello di Barzani è più che comprensibile alla luce delle difficili condizioni economiche in cui versano le forze armate curde, con i militari rimasti a lungo senza stipendio anche per via del crollo dei prezzi del greggio in una regione fortemente dipendente dalle risorse energetiche. La situazione è critica: basti pensare che in alcuni supermercati della catena Carrefour della regione autonoma sono comparsi dei cartelli che invitano stranieri e locali a “lasciare gli spiccioli” alle famiglie dei peshmerga.
In base alla retorica islamofoba di Trump, le forze curde irachene – musulmane sì, ma animate da una retorica nazionalista non islamica – potrebbero migliorare la loro posizione agli occhi di una attualmente già ben disposta amministrazione statunitense.
Le conseguenze sarebbero destabilizzanti. Un approccio che mirasse a debellare il “terrorismo” solamente attraverso milizie su base etnica, senza includere ampie fasce della popolazione araba, sarebbe destinato al fallimento.

La mezzaluna petrolifera libica rischia di riaccendere nuovi conflitti
Ras Lanuf (al-Arabi al-Jadid). In Libia potrebbe riaccendersi a breve il conflitto per il controllo delle risorse della cosiddetta mezzaluna petrolifera (al-hilal al-nafti), che vede contrapposto ciò che rimane dell’esercito, guidato dal generale Khalifa Haftar e fedele al parlamento di Tobruk nell’est del paese, e le forze riconosciute dall’Onu fedeli al governo di Tripoli.
La mezzaluna petrolifera comprende quattro porti utilizzati per l’import-export dei barili di greggio – Brega, Zuweytina, Ras Lanuf e Sidra – conquistati a settembre dagli uomini di Haftar.  I porti si trovano  a metà strada tra Bengasi, dove i filo-Tobruk combattono contro una galassia di milizie islamiche, e Sirte, dove le forze fedeli a Tripoli non sono ancora riuscite a debellare lo Stato Islamico (Is) dopo sei mesi di campagne militari.
Le ultime dichiarazioni del ministro della Difesa di Tripoli, al-Mahdi al-Barghathi, lasciano presupporre un confronto imminente nella mezzaluna petrolifera. Al-Barghathi ne ha promesso il ritorno sotto il governo “legittimo” di Tripoli attraverso un movimento “dall’interno”, vale a dire senza un’azione diretta militare, ma affidandosi probabilmente ai clan locali che si dicono insoddisfatti della ripartizione degli introiti petroliferi.
Dal canto suo, il portavoce delle forze di Haftar, Ahmad al-Masmari, ha annunciato che i preparativi per respingere l’offensiva di Tripoli sono già in corso.

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