venerdì 11 novembre 2016

Ilan Pappe : Dichiarazione Balfour .Novembre nero


Novembre nero


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di Ilan Pappe – Ilan Pappe è il direttore dello European Center of Palestine Studies dell’Università di Exeter.
Novembre è un mese doloroso nel calendario palestinese. È punteggiato di giornate commemorative che hanno un tema in comune: la partizione della Palestina.
Oggi è il novantanovesimo anniversario della Dichiarazione Balfour. Per quanto non abbia proposto la partizione, ne ha piantato i semi, che alla fine hanno concesso al movimento sionista di prendersi la Palestina.
Il 15 novembre commemoriamo la Dichiarazione d’Indipendenza palestinese (promulgata dal Palestinian National Council [Pnc]), che ha costituito un consenso nazionale palestinese riluttante alla partizione, a dispetto di quanto fosse ingiusto e criminale tale atto.
Alla fine del mese, il 29, commemoriamo la Risoluzione generale dell’Onu n. 181, che suggeriva la partizione della Palestina in due Stati.
Se li mettiamo in ordine cronologico, possiamo vedere una linea che unisce la Dichiarazione Balfour del 1917, la Risoluzione dell’Onu del 1947 e il documento del Pnc del 1988. Vale la pena che rileggiamo il saggio commento di Edward Said alla Dichiarazione Balfour.
«L’aspetto importante nella Dichiarazione Balfour è,
1) che è stata a lungo la base giuridica delle rivendicazioni sioniste sulla Palestina e
2) (ancor più importante per i nostri fini) che è stata una dichiarazione la cui forza può esser apprezzata solo quando sono state chiaramente comprese le realtà demografica e umana della Palestina. Perché la Dichiarazione è stata fatta: a) da un potere europeo b) a riguardo di un territorio non europeo c) nel pieno disprezzo sia della presenza sia dei desideri della maggioranza nativa residente in quel territorio, e d) ha preso la forma di una promessa riguardo quello stesso territorio a un altro gruppo straniero, cioè che quel gruppo straniero avrebbe potuto, letteralmente, far di quel territorio la madrepatria del popolo ebraico».
In realtà è stata ancor più di questo: ha permesso che un movimento di stanziamento di coloni, apparso storicamente molto tardi, immaginasse un progetto trionfale ben prima di aver davvero messo piede su quella terra o di avervi una presenza geografica e demografica significativa.

«La logica dell’eliminazione del nativo»

La popolazione nativa della Palestina era molto meglio equipaggiata degli indiani americani o degli aborigeni nell’affrontare il pericolo del sionismo, appena arrivato nel suo territorio.
Ai tempi aveva anche molto più chiaro il concetto di autodeterminazione e nazionalità rispetto agli altri popoli indigeni.

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La Dichiarazione Balfour è una lettera scritta dal segretario per gli Affari Esteri James Balfour, in cui si conferma l’impegno del Regno Unito a stabilire uno Stato ebraico in Palestina [Al Jazeera]
 Nel 1917 i Palestinese erano praticamente i soli abitanti della loro patria e ne possedevano la maggior parte. Nel suo primo stadio, al tempo delle rivolte palestinesi del 1920, 1921, 1929 e – in particolare – del 1936, il progetto dell’insediamento dei coloni sionisti poté sopravvivere solo grazie all’aiuto delle baionette britanniche. Nel 1936 l’esercito britannico utilizzò forze enormi, tra cui la Royal Air Force, per soffocare la ribellione palestinese. Durò tre anni e terminò con l’eliminazione da parte dei britannici della leadership palestinese nazionale, che venne uccisa o mandata in esilio.
Questo fu il maggiore retaggio del progetto di Balfour: non il testo consacrato, ma le politiche che ne derivarono e che alla fine condussero alla catastrofe del 1948.
Ci furono ufficiali britannici, sia tra quelli rientrati in patria sia tra quelli rimasti in loco, che ebbero ripensamenti e rimorsi riguardo l’alleanza con il sionismo. Poterono esprimere la propria opinione quando il governo britannico incaricò una Commissione d’inchiesta di esaminare le motivazioni all’origine della rivolta del 1936.
La Commissione sperava di porre riparo ad alcune delle ingiustizie commesse suggerendo una divisione della terra fra i coloni e la popolazione nativa.
La leadership sionista fece pressioni sui britannici perché trasferissero i Palestinesi da tutti i territori che sarebbero stati concessi ai coloni sionisti, ma Londra rifiutò di farlo.
Tuttavia, legittimando la partizione della Palestina come una «soluzione» con credibilità internazionale, la Gran Bretagna associò chiaramente questo accordo geografico con l’impulso di base di ogni movimento di insediamento di coloni, che in seguito venne brillantemente definito da Patrick Wolfe come «la logica dell’eliminazione del nativo».
Il mondo arabo sostenne il rifiuto palestinese della Dichiarazione e all’inizio sperò di cambiarla tramite accordi diplomatici. Nei primi mesi del 1948, quando divenne chiaro che era iniziata una vera pulizia etnica in Palestina, l’opinione pubblica nei Paesi arabi chiese di più ai propri governi.
Con un tale avallo, non c’è da stupirsi se, da quel momento in poi, partizione e pulizia etnica nel pensiero e nella pratica sionisti procedettero di pari passo.
All’inizio di febbraio del 1947, quando il gabinetto britannico annunciò di voler lasciare la Palestina e affidò il futuro del Paese alle Nazioni Unite, ancora una volta vi fu l’opportunità di rendere una cosa sola la partizione e il trasferimento della popolazione.
Questa volta la leadership sionista non cercò la legittimazione internazionale per il trasferimento, ma solo per la partizione. Dette per scontato, a ragione, che la partizione, soprattutto ad appena due anni dall’Olocausto, sarebbe stata accettata dall’opinione pubblica internazionale come una soluzione morale e ragionevole.

Un crimine europeo

Il naturale rifiuto dei Palestinesi dell’idea di dividere la loro patria con i coloni, la maggioranza dei quali erano arrivati solo pochi anni prima, cadde inascoltato alle orecchie degli Occidentali.
Collocare gli Ebrei in Palestina, senza la necessità di assumersi la responsabilità di quel che l’Europa aveva fatto loro durante la Seconda guerra mondiale, divenne la miglior via d’uscita dal più terribile momento storico vissuto dall’Europa.
Come appare oggi evidente dai documenti, la leadership sionista considerava la risoluzione sulla partizione come una legittimazione internazionale di uno Stato ebraico in Palestina, e il suo rifiuto da parte palestinese come un valido pretesto per la pulizia etnica nei confronti della popolazione nativa.
Il mondo arabo sostenne il rifiuto palestinese della Dichiarazione e all’inizio sperò di cambiarla tramite accordi diplomatici. Nei primi mesi del 1948, quando divenne chiaro che era iniziata una vera pulizia etnica in Palestina (entro l’inizio di maggio la popolazione della maggior parte delle città palestinesi venne trasferita o uccisa, e alcuni insediamenti abitativi furono interamente cancellati dalle forze sioniste), l’opinione pubblica nei Paesi arabi chiese di più ai propri governi.
L’ultima goccia fu il massacro di Dar Yassin dell’aprile 1948. In seguito a ciò, la Lega araba cominciò a coordinare un’operazione militare su vasta scala per fermare la distruzione della Palestina.
Non tutti i leader arabi erano sinceramente interessati a questo scopo, e nessuno di loro era intenzionato a impiegare nella campagna una forza militare significativa.
Il risultato fu la totale disfatta a opera delle forze israeliane, che continuarono senza alcun rimprovero o intervento internazionale, la pulizia etnica nei confronti dei Palestinesi.

Occupazione

Due aree rimasero fuori dalla portata degli Israeliani: la Striscia di Gaza e la Cisgiordania. Non perché a quell’epoca a Israele mancasse la forza per occuparle, ma perché i suoi leader decisero che la Cisgiordania era un peso dal punto di vista demografico e che la Striscia di Gaza poteva essere utile come enorme recettore delle centinaia di migliaia di rifugiati buttati fuori dalle loro case dagli Israeliani a sud di Giaffa e Gerusalemme.
Tuttavia, già a partire dal 1948, una lobby si era mossa in Israele per ottenere l’occupazione di questi ultimi scampoli di Palestina. L’opportunità si presentò nel 1967.
Poco dopo apparve chiaro che, almeno per alcuni degli Israeliani, questa non era una novità gradita: occupare le terre di milioni di Palestinesi causò un inaspettato mal di capo politico e per un certo periodo un onere economico.
La fazione pacifica israeliana da un lato desiderava controllare queste due aree dall’esterno e garantire loro l’autonomia e, più tardi, alcuni membri del movimento furano addirittura favorevoli a che le due aree costituissero uno Stato.
Contemporaneamente i coloni, con o senza l’avallo governativo, cominciarono a colonizzare la Cisgiordania e la Striscia di Gaza.
Come nel 1936, anche nel 1987 un popolo oppresso cercò di scrollarsi di dosso il progetto coloniale. Questa volta ci furono alcune positive reazioni internazionali che l’Olp (Organizzazione per la liberazione della Palestina) sperò spronassero ad agire in favore della causa. Sembrò che addirittura gli Usa, nel periodo successivo alla guerra fredda, potessero cambiare il proprio atteggiamento.

Sostituire presenza con assenza

L’avallo americano richiese un prezzo: che l’Olp riconoscesse la partizione della Palestina e accettasse la perdita di quasi l’80% del suo territorio.
La Dichiarazione di Indipendenza si barcamenò tra il pragmatismo richiesto e la lealtà ai principî morali fondamentali del movimento di liberazione. La partizione fu riconosciuta sia come crimine sia come fait accompli.
A dispetto dell’ingiustizia sociale perpetrata ai danni della popolazione araba palestinese sia con il suo trasferimento sia con il privarla del diritto all’autodeterminazione, in seguito all’adozione della Risoluzione dell’Assemblea generale n. 181 (II) del 1947, che divise la Palestina fra uno Stato arabo e uno ebraico, questa Risoluzione – nonostante tutto – continua a dettare le precondizioni alla legittimità internazionale che garantisce alla popolazione araba palestinese il diritto di sovranità e di indipendenza nazionale.
Avrebbe potuto funzionare se la partizione fosse stata una vera e propria strategia o una visione dello Stato colonizzatore d’Israele. Concedere l’esclusività demografica e il possesso geografico totale, però, è uno scenario inimmaginabile per qualsiasi progetto di insediamento coloniale. L’intento è allontanare i nativi e rimpiazzarli con i coloni; o, come ha detto benissimo Edward Said, sostituire la presenza con l’assenza.
Dalla prospettiva israeliana/sionista la partizione può essere solo un mezzo per completare il progetto di insediamento dei coloni; non può essere usata per limitare o rinunciare al progetto.
Quindi la Dichiarazione di Indipendenza non influisce sulla realtà fisica, né lo fanno tutti i successivi tentativi internazionali, regionali o locali di rivendere l’idea della partizione come una «soluzione con due Stati».
La discussione sulla partizione continua, mentre la realtà dell’insediamento coloniale copre ormai quasi ogni centimetro della Palestina storica.
Novembre è un buon mese per chiedersi per quale motivo la partizione, descritta dagli Americani come il modo migliore per mantenere felici i vicini, si identifica con l’occupazione, la colonizzazione e la pulizia etnica.
I semi sono stati seminati nel 1917, il raccolto è stato mietuto nel 1947 e da allora ha avvelenato il Paese. È tempo di adottare un nuovo punto di vista morale e politico su questa questione per costruire un futuro migliore.
Ilan Pappe è il direttore dello European Center of Palestine Studies dell’Università di Exeter. Ha pubblicato quindici libri sul Medio Oriente e sulla questione palestinese.
Le opinioni espresse nell’articolo sono dell’autore e non necessariamente riflettono la politica editoriale di Al Jazeera’s.
Trad. Chiuz-Invictapalestina
Fonte: Al Jazeera




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