venerdì 4 novembre 2016

Acqua e trasporto, le tante difficoltà per produrre birra in Cisgiordania



Latte e miele non sono gli unici prodotti delle colline punteggiate di uliveti nei dintorni di Ramallah, in Cisgiordania.
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Latte e miele non sono gli unici prodotti delle colline punteggiate di uliveti nei dintorni di Ramallah, in Cisgiordania.
Nel villaggio cristiano di Taybeh, viene prodotta l’unica birra palestinese, dall’omonimo nome.
L’idea è stata lanciata nel 1994 dai fratelli palestinesi David e Nadim Khoury, che fino a quel momento vivevano a Boston (Stati Uniti) e che dopo gli accordi di Oslo sono tornati in Palestina per realizzare il sogno del padre, Canaan.

Da allora la birra Taybeh si è collocata sul mercato regionale e internazionale, affrontando non poche difficoltà.
Far arrivare i prodotti da tutto il mondo per rispettare le regole tedesche sulla produzione della birra, il Reinheitsgebot, non è compito facile, visto che il luppolo arriva dalla Repubblica Ceca e dalla Baviera, il lievito dall’Inghilterra e il malto da Francia e Belgio.
Ma il passo più complicato è l’accesso alla materia prima per la preparazione, l’acqua della fonte di Samia, che si trovava ad appena tre chilometri da Taybeh. “Israele controlla questa fonte di approvvigionamento, anche se questa si trova in territorio palestinese”, spiega Madees Khoury, figlia di Nadim e gestore della birreria. “Spesso non possiamo produrre perché non c‘è accesso all’acqua”.

Ciononostante, la birreria ha prodotto 6000 ettolitri l’anno scorso, l’80% della sua capacità di produzione. Una produzione composta da cinque varietà di birra: scura, bionda, ambrata, bianca (la più palestinese, con frumento, coriandolo e scorza d’arancia della regione) e leggera senza alcool.
Quest’ultima, nata nel 2010, è destinata ai consumatori delle città musulmane di Nablus, Hebron, Jenin e Tulkarem.
Caso vuole inoltre che Taybeh in arabo significhi “delizioso”.

Il 38% delle vendite è realizzato fra gli arabo-israeliani. Ma la Taybeh viene esportata anche in vari Paesi europei (Svezia, Danimarca, Regno Unito, Italia e Spagna), in Giappone e a fine anno dovrebbe arrivare negli Stati Uniti dove la famiglia è ancora impegnata nel commercio di alcolici.
Il trasporto rappresenta un altro problema per i commercianti palestinesi, perché i territori non hanno porto né aeroporto e quindi le merci devono passare da Israele. “Trasportare la birra da Taybeh fino ai porti israeliani di Ashdod o Haifa richiede tre giorni a causa dei posti di controllo – lamenta Madees Khouri – quando in macchina ci vogliono appena due ore. Non va bene per la birra, non va bene dal punto di vista commerciale perché costa caro”.

Di fronte a queste difficoltà, la famiglia Khoury ha cercato di resistere e di diversificare la propria offerta. Il fratello di Madees, Canaan, laureato a Harvard, ha cominciato a produrre vino.
Ma Madees Khoury pensa che la situazione sia peggiorata negli ultimi anni. “Sono rientrata dagli Stati Uniti nel 2007, dove ero tornata per studiare e poi, ogni anno, le cose non hanno fatto che peggiorare; non soltanto nel mondo degli affari, ma nella vita quotidiana. Non ho il diritto di guidare a Gerusalemme!”.
“Ogni volta che c‘è una guerra a Gaza, e capita regolarmente, ci sono ripercussioni in Cisgiordania”.
“Disappointing, deludente”, è il termine utilizzato da Madees Khoury per descrivere il periodo politico. “Vogliono che i palestinesi perdano la speranza e abbandonino il Paese”, conclude.

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