lunedì 21 novembre 2016

Eric Salerno : La destra israeliana guarda a Trump per realizzare il suo grande sogno


 
 
 
 
 
Il grande muro - cemento, filo spinato e altro - che separa Israele dai territori palestinesi occupati sta per essere abbattuto? Non so se ci sono altri posti al…
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Il grande muro - cemento, filo spinato e altro - che separa Israele dai territori palestinesi occupati sta per essere abbattuto? Non so se ci sono altri posti al mondo in cui le elezioni americane siano state seguite con tanta trepidazione come in Medio Oriente e sopratutto in Israele dove molti hanno la doppia cittadinanza e hanno potuto votare per Trump o Clinton.
Netanyahu, il premier che ha appena superato il record di giorni consecutivi a capo del governo (prima era di Ben Gurion), guarda a Trump come grande alleato. Con tanti finanziatori, odi e visioni in comune compresa quella di vedere in Putin e la Grande Russia un importante riferimento geo-politico.
Sono mesi che Netanyahu e Putin si corteggiano, si parlano, guardano a un nuovo assetto della regione. Sykes-Picot ha fatto il suo tempo. E tra un massacro e l'altro (Siria e Yemen e, perché no, Libia) c'è bisogno di mettersi d'accordo per il futuro pur consapevoli che la rivalità saudita-iraniana (imperiale e religiosa) sarà difficile da gestire.
Molte delle personalità scelte da Trump per la sua futura amministrazione potrebbero tranquillamente essere scambiate con quelle che governano oggi Israele. Islamofobi, razzisti, sono nemici giurati dell'Iran e vorrebbero smantellare l'accordo con Teheran sul nucleare.
L'unico moderato tra tanti falchi - se le voci di un suo incarico a Segretario di stato fossero confermate - potrebbe essere Mitt Romney, repubblicano che non dispiace ai democratici. Negli Usa sono aumentati in queste settimane gli incidenti di intolleranza da parte di gruppi di estrema destra che si sentono vittoriosi.
E in Israele la presidenza Trump viene vista dalla destra (e non soltanto) come l'occasione buona per mettere in pratica un grande sogno: l'annessione dei territori palestinesi, dal muro fino al fiume Giordano. Non bastano più nuovi insediamenti, ha detto il ministro dell'educazione Naftali Bennett, è venuto il momento di prendere tutto. Il "sogno è che Giudea e Samaria farà parte di Israele", ha tuonato giorni fa. "Dobbiamo agire oggi ed essere pronti a sacrificarci".
Una frase che ha fatto scrivere a qualcuno che gli israeliani devono essere pronti anche a morire pur di trasformare in realtà ciò che fino a pochi anni fa faceva parte della piattaforma del Likud, il partito di cui Netanyahu è leader. L'idea non dispiace al consigliere per gli affari israeliani di Trump.
Prima delle elezioni, nel corso di un incontro con uno dei leader dei coloni, David Friedman ha spiegato che Israele resterebbe con una maggioranza ebraica anche se avesse dato la cittadinanza al milione settecentomila palestinesi della Cisgiordania. Friedman non prendeva in considerazione i rifugiati palestinesi e nemmeno gli abitanti di Gaza e nemmeno il fatto che la destra israeliana vorrebbe togliere la cittadinanza agli arabi israeliani non aggiungerne altri.
Bennett e altri come lui vorrebbero vedere i palestinesi sparire oltre il fiume biblico e per ora spingono per l'approvazione di una legge che darebbe ai coloni lo status di "residenti protetti" per consentire a questi intrusi di costruire dove e come vogliono. Sarebbe un passo in direzione dell'annessione e anche verso ciò che anche tanti israeliani considerano la trasformazione di Israele in uno stato dell'apartheid.
In attesa di ciò, la municipalità di Gerusalemme sta autorizzando migliaia di nuove abitazioni nelle parti occupate della città santa per "lanciare un segnale" al presidente-eletto e incurante delle proteste prevedibili dell'amministrazione Obama. Trump, nella sua prima intervista dopo il voto, ha detto che vuole trovare una soluzione storica per mettere fine al conflitto israelo-palestinese.
Nessuno sa cosa possa avere in mente. Di sicuro si sta circondando da falchi, ma con visioni che non necessariamente coincidono con quelle dei falchi israeliani. Non molti anni fa, per citare uno solo, James Mattis, generale americano a riposo, possibile futuro segretario alla Difesa, disse che la "colonizzazione potrebbe trasformare Israele in uno stato apartheid" e che gli Usa stavano "pagando un prezzo in Medio Oriente" per il loro sostegno a Israele.
Ci vorrà del tempo per capire come Trump intende procedere in questa regione. Non credo che il Muro cadrà presto mentre altri pareti di cemento (una sta nascendo attorno a un campo profughi palestinese in Libano) sorgeranno in Siria se e quando le bombe metteranno fine alla guerra e i contendenti e i loro alleati tracceranno nuovi incerti confini tra popoli che, per decenni seppure sotto una dittatura, erano riusciti a convivere nonostante diversità di religione, etnia e lingua.

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