martedì 22 novembre 2016

Colonialismo italiano 2.0: Il caso dell’Etiopia.

 
 
 
 
 





Mattarella saluta i partigiani etiopi, dopo aver deposto una corona sul monumento 
alla Vittoria contro il fascismo, in piazza Arat Kilo ad Addis Abeba (Foto Quirinale)
[All’incrocio tra Colonialismo e Grandi Opere – due temi ai quali abbiamo dedicato libri, serate e approfondimenti – l’associazione ReCommon pubblica oggi un lungo reportage di 50 pagine:
Cosa c’è da nascondere nella Valle dell’Omo? Le mille ombre del Sistema Italia in Etiopia. Lo hanno scritto, dopo varie peripezie, Giulia Franchi e Luca Manes e lo si può scaricare gratuitamente cliccando sul titolo qui sopra. L’articolo che segue è stato scritto per Giap come presentazione dell’intero lavoro di indagine e ricerca. Buona lettura.]
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Addis Abeba è una città affetta dal male apparentemente inguaribile della bulimia edilizia. Non esiste un vero e proprio centro, il filo rosso che lega tutte le aree della megalopoli etiopica sono gli incessanti lavori in corso che, secondo le mire dell’élite al potere, dovrebbero fare della capitale uno degli avamposti più importanti per l’economia del Continente Nero.
In questo guazzabuglio architettonico non è sempre facile trovare testimonianze del passato coloniale italiano. Anche se all’improvviso, svoltando in una delle traverse degli immensi vialoni che tagliano la città, ci si può ritrovare in una strada tutta pavimentata con sampietrini di romana memoria. Molto più semplice è scovare lo Juventus Club, dal momento che si trova a due passi dalla smisurata Meskel Square, già piazza della Rivoluzione ai tempi di Menghistu. Lo Juventus club è da 70 anni il luogo di ritrovo degli italiani d’Etiopia, con i suoi campi sportivi e i piatti di pasta e pizza che attirano una bella fetta della comunità diplomatica internazionale presente in Etiopia.
Lo Juventus Club di Addis Abeba
All’entrata, il discobolo bianco su sfondo nero che campeggia sul muro sembra catapultato lì direttamente dal Foro Italico mussoliniano, ma nella prima sala, popolata da una varia umanità che ci fissa per capire da dove spuntiamo, si respira un clima da balera d’altri tempi. La luce bassa contribuisce ancor di più all’atmosfera retrò che ci avvolge e ci mette a disagio. Fortuna che nello stanzone attiguo ci sono nugoli di bimbetti che giocano spensierati, smorzando la nostra sensazione di essere terribilmente fuori posto in questo angolo d’Italia in terra etiopica. Gironzoliamo ancora per qualche minuto e alla fine ci imbattiamo nel lungo elenco dei soci, con uno spazio ad hoc per il nostro ambasciatore. Orgogliosamente proclamato socio onorario.
Incontriamo lui e gli altri esponenti dell’ambasciata e dell’ufficio cooperazione nella residenza ufficiale, dal non originalissimo nome di Villa Italia. Un angolo di paradiso, lontano dal caos e dai miasmi cittadini. Qui l’aria è buona, perché siamo 2-300 metri sopra la città e gli edifici bassi della nostra rappresentanza sono immersi in una rigogliosissima vegetazione. Come si legge sul sito ufficiale dell’ambasciata, dopo essere stata concessa dall’imperatore Menelik alla fine del XIX secolo, Villa Italia “…negli anni dell’Africa Orientale Italiana (1936-1941) è stata residenza del Governatore e poi del Viceré Amedeo d’Aosta e dalla sua famiglia”. E ancora “…vi sono edifici di servizio e una scuderia, … giardini, aree boschive e terreni sportivi. La tenuta si estende su 15 ettari. Prima erano di più, abbiamo dovuto cedere una parte cospicua al momento del riallaccio delle relazioni diplomatiche nel 1952”. Per essere precisi, fu l’Etiopia a ridare all’Italia l’ambasciata e gli edifici annessi, decurtando l’enorme parco di 25 ettari. Un prezzo da pagare dopo l’epoca coloniale, ovvero “quella che loro chiamano dominazione”, come sottolinea un altissimo esponente della nostra ambasciata.
Ma ormai la “dominazione” è acqua passata. Il mantra è che qui “tutti vogliono bene agli italiani”, che sì, tanti anni fa avranno anche combinato qualche marachella, ma ora hanno imparato la lezione e, anzi, si prodigano per aiutare l’alleato etiope.
Non a caso, quello di Addis Abeba è l’ufficio della cooperazione italiana più grande e ricco di risorse al mondo, eccezion fatta per l’Afghanistan, tanto che nel periodo 2013-15 i fondi a sua disposizione hanno raggiunto i 99 milioni di euro. Ma non c’è solo la sfera istituzionale, con i suoi progetti di “aiuto allo sviluppo”. Da queste parti le imprese italiane giocano un ruolo tutt’altro che marginale, con la punta di diamante della Salini/Impregilo che costruisce dighe e strade ovunque. Un Giano bifronte che in realtà tale non è. Anzi, spesso parliamo di due facce della stessa medaglia. E la storia recente della cooperazione italiana è lì a raccontarcelo.
La Diga Gilgel Gibe I (Foto Studio Pietrangeli)
La Diga Gilgel Gibe I (Foto Studio Pietrangeli)
Nel 2004, la Farnesina staccò un assegno di 220 milioni di euro per “contribuire” alla realizzazione dell’impianto idroelettrico di Gibe II, che la Salini stava appunto costruendo nel sud dell’Etiopia, in quella Valle dell’Omo popolata da numerose popolazioni indigene che durante la nostra permanenza in Etiopia abbiamo sentito definire “primitive”. I tecnici del ministero del Tesoro e alcuni esponenti dello stesso ministero degli Affari Esteri non erano troppo d’accordo, ma alla fine i soldi furono sborsati, eccome. Singolare come da una parte si dessero 220 milioni, mentre dall’altra si cancellava una parte del debito che gravava sulle spalle dell’Etiopia (circa 300 milioni). Ma il mitico Sistema Italia – quello che tutti i governi da tempo immemore dipingono come la panacea di tutti i mali – funziona così. Si fa di tutto pur di agevolare gli interessi italici nell’agone della competizione internazionale. Per la mega diga di Gibe III l’allora ministro degli Esteri Franco Frattini sembrava pronto a fare il bis, ma poi una campagna della società civile globale e le perplessità di Banca mondiale – che quando c’è da investire denari per mettere in piedi un mega sbarramento non si tira (quasi) mai indietro – riportarono l’Italia a più miti consigli. Forse non aveva nemmeno troppo aiutato il crollo di un tunnel della Gibe II, a 10 giorni dall’inaugurazione con il ministro Frattini.
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Targa posta dal Comune di Parma a Daga Roba, Etiopia, sul luogo dove morì Vittorio Bottego, sanguinario esploratore della Valle dell’Omo.
Tornando a Gibe III, teniamo a mente che è “un orgoglio italiano”, come ha proclamato con appena un pizzico di enfasi il presidente del Consiglio Matteo Renzi in occasione della sua visita al cantiere nel luglio del 2015. Siamo certi che il buon Matteo confida nelle parole del suo omologo Haile Mariam Desalegn, il quale sostiene che opere come Gibe III stiano portando sviluppo alle comunità indigene. Quelle stesse comunità che si oppongono alla diga perché sta distruggendo i loro mezzi di sostentamento e il loro sistema di vita, anche a causa dei programmi di villaggizzazione governativi – ovvero: tu vai via dalle tue terre e io ti do una casa altrove – forme di sfollamento coatto, per di più con abbondante uso della forza.
Tutte argomentazioni che però non appassionano i nostri vertici istituzionali. Oltre a Renzi, anche il Capo dello Stato Sergio Mattarella ha visitato l’Etiopia di recente (e poi ospitato al Quirinale il presidente Mulatu Teshome), contribuendo a spianare la strada per il quarto episodio della saga Gibe. A costruire l’ennesima diga sarà sempre la Salini/Impregilo, ma questa volta una mano la darà la Sace. Vista la sua allergia ad apparire sui mezzi di comunicazione, pochi sanno che cosa sia e che cosa faccia la Sace. È l’assicuratore pubblico italiano, ossia la società (al 100% di Cassa Depositi e Prestiti) che garantisce gli investimenti delle nostre grosse imprese all’estero. Se qualcosa va male, la Sace “rimborsa” l’impresa per poi rivalersi sul governo locale. Nel caso di Gibe IV, si sussurra di una garanzia per circa 1,5 miliardi di euro, a fronte di un contratto siglato dalla Salini con il governo etiopico che ammonta ufficialmente a 2,5 miliardi di euro.
La Diga Gibe III (Foto Flickr Palazzo Chigi)
La Diga Gibe III (Foto Flickr Palazzo Chigi)
Quanto funziona bene questo sistema Italia!
A dirla tutta, da Villa Italia, dipartimento cooperazione, qualche mezza ammissione sulla problematicità di finanziamenti come quello per Gibe II (e l’idea “balzana” per Gibe III), è arrivata. Così come sono giunti i distinguo, sotto forma di manifestazioni di grande orgoglio per opere come il Warka Water (una sorta di Albero della Vita di “exponiana” memoria, in grado di garantire qualche decina di litri d’acqua al giorno) o altre opere idriche sempre nella valle dell’Omo. A voler essere maliziosi, sono proprio questi interventi che sembrano il frutto di un neo-colonialismo 2.0. Fatto di “bei gesti” e di una stretta collaborazione con il potere locale. Relazioni che ora appaiono ancor più idilliache di quando c’era il defunto Meles Zenawi. Ormai non si contano più gli attestati di stima per Desalegn, uno che non si fa scrupoli a massacrare chi si oppone a un modello di sviluppo totalizzante e senza margini di revisione. Ora è il turno degli Oromo, morti a decine non più tardi dell’ottobre scorso durante una manifestazione repressa nel sangue a piazza Meskel. Quella a due passi dal club Juventus.
Su questo e altri episodi recenti il nostro governo si guarda bene dal commentare, onde non far scricchiolare il Sistema Italia e indispettire un prezioso alleato. Alleato che poi, oltre agli appalti assegnati in maniera diretta (ergo, senza gara d’appalto) alla Salini, non si tira certo indietro nel concedere decine di migliaia di ettari a qualche azienda tricolore. Vedi per esempio Fri-El Green in Dassanech, dove stando alle nostre fonti la popolazione locale non intrattiene con l’impresa rapporti troppo costruttivi.
Qualche bacchettata, sotto forma di velata critica, ogni tanto però va assestata. Allora la nostra cooperazione ci assicura di aver “rafforzato il sistema di monitoraggio” sull’applicazione del programma Promoting Basic Services, che letto così sembra una cosa buona e giusta, ma da più parti è stato denunciato come un gigantesco assegno in bianco al governo di Addis Abeba, per “promuovere” i già incontrati programmi di sfollamento e sedentarizzazione forzata. Al programma partecipano con cifre ben più sostanziose dell’Italia altri paesi occidentali e la Banca mondiale. Però, credeteci, non vale proprio la pena di tirare in ballo il vecchio detto “mal comune, mezzo gaudio…”.

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