mercoledì 12 ottobre 2016

Zeinab Sekaanvand, la sposa bambina vittima di violenze che rischia l’impiccagione in Iran

 

Zeinab Sekaanvand, la sposa bambina vittima di violenze che rischia l’impiccagione in Iran






Fuggita da una famiglia povera, la giovane si è sposata all’età di 15 anni. Dopo mesi di abusi e violenze ha tentato, invano, la via della fuga e la richiesta di divorzio. Nel 2012 viene accusata della morte dell’uomo; la polizia estorce a forza la confessione. La sentenza di condanna rimandata perché in carcere è rimasta incita. Il giorno del parto ha dato alla luce un bimbo nato morto.

Teheran (AsiaNews/Agenzie) - Sembra ormai segnata la sorte della giovane iraniana Zeinab Sekaanvand, condannata a morte per aver ucciso il marito - da cui aveva subito ripetute violenze fisiche e verbali - quando era ancora minorenne. La sentenza per impiccagione è in programma domani e finora sono caduti nel vuoto gli appelli lanciati da attivisti e organizzazioni umanitarie al governo di Teheran, perché le sia risparmiata la vita.
Nei mesi scorsi avrebbe dovuto già finire nelle mani del boia. Le autorità iraniane hanno però posticipato l’esecuzione della condanna, dopo che la donna si è risposata in carcere ed è rimasta incinta. Il parto è avvenuto il 30 settembre scorso ma il bambino è nato già morto.
Secondo i medici che l’hanno visitata in cella, il bimbo nel grembo di Zeinab Sekaanvand sarebbe deceduto due giorni prima della nascita. Dietro la morte, il forte stato di shock subito dalla madre alla notizia dell’esecuzione della sua compagna di cella.
Secondo quanto riferiscono gruppi attivisti e organizzazioni umanitarie che hanno seguito la sua vicenda, Zeinab Lokran aveva solo 15 anni quando è fuggita dalla famiglia - curdo iraniana, povera e molto conservatrice - per cercare nel matrimonio con Hossein Sarmadi una via verso la libertà.
Tuttavia, dopo poco l’uomo ha iniziato a maltrattarla e a nulla sono valse le ripetute denunce alla polizia circa i comportamenti del marito; nell’impunità e inerzia delle forze dell’ordine, l’uomo ha continuato ad abusare di lei.
Senza esito anche il tentativo di ottenere il divorzio, che Hossein Sarmadi non ha mai voluto concederle; e anche l’estrema risorsa finale, l’idea di tornare a casa dalla propria famiglia è naufragata quando i genitori l’hanno respinta rimproverandole la fuga del passato.
Dopo due anni di incubi e violenze, nel 2012 Zeinab Sekaanvand l’epilogo del matrimonio con l’accusa di aver accoltellato a morte il marito. Arrestata a febbraio 2012, la giovane ha raccontato di essere rimasta per 20 giorni nelle mani della polizia, che attraverso torture e abusi le ha estorto la confessione di colpevolezza.
Durante i mesi di regime di detenzione preventiva, le è stato a più riprese negato l’accesso a un avvocato e alla tutela legale. Il primo e unico incontro con un avvocato il giorno precedente l’udienza finale del processo, conclusosi il 18 ottobre 2014 con la sentenza di condanna a morte. Prima del verdetto - emesso da un tribunale della provincia dell’Azarbaijan occidentale - Zeinab Sekaanvand ha ritrattato la confessione, negando di aver commesso l’omicidio e accusando invece il fratello del marito, che in passato l’aveva violentata.
La donna ha spiegato di essersi dichiarata colpevole spinta proprio da lui, che le avrebbe promesso di salvarla dalla pena di morte concedendole il perdono: in Iran, infatti, i parenti delle vittime di omicidio hanno il potere di perdonare l’autore del reato e di accettare un risarcimento.
La sua ritrattazione viene però ignorata, così come vengono ignorate le accuse rivolte al cognato, uscito incolume dalla vicenda giudiziaria. Il nuovo matrimonio e la gravidanza, conclusa in modo tragico, hanno solo rimandato l’esecuzione della condanna.
In Iran i minorenni possono evitare la pena di morte se il giudice riconosce la loro incapacità di rendersi conto della gravità del reato commesso. Zeinab Sekaanvand Lokran, secondo documenti medici rilanciati da attivisti e Ong internazionali, sarebbe affetta da un grave disturbo depressivo. Tuttavia, anche in questo caso i giudici non hanno voluto accogliere la prova, negandole le cure in carcere e non concedendole alcuna attenuate.
Nel 2016 la Repubblica islamica ha giustiziato un condannato che era minore all’epoca del crimine; ancora oggi vi sono 49 persone rinchiuse nel braccio della morte e in attesa di sentenza, i quali avevano meno di 18 anni quando hanno violato la legge.

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