sabato 1 ottobre 2016

Ugo Tramballi : L’omaggio a Peres e la pace tormentata



«N on potrei sentirmi più onorato di essere qui, a Gerusalemme, per dire addio al mio amico». Avendo cercato la pace negli ultimi 30 anni della sua vita, Shimon Peres sarebbe stato felice se una parte di questa amicizia – intima, quasi tra figlio a padre - Barack Obama la riservasse per Bibi Netanyahu. Ma una questione di chimica personale, oltre che una totale divergenza politica, rendono il premier israeliano inviso al presidente americano. E viceversa. Il primo spera in una vittoria di Donald Trump, il secondo di fare un’ultima sorpresa a Netanyahu, prima di lasciare la Casa Bianca. Così ieri sul monte Herzl alle porte di Gerusalemme dedicato al fondatore del sionismo, Shimon Peres è stato sepolto nel luogo dove riposano gli eroi d’Israele. La bandiera bianca e azzurra è stata ripiegata; capi di Stato, di governo, principi e dignitari hanno ridisceso i monti di Giudea per raggiungere l’aeroporto in attesa del loro turno per decollare, Bibi Netanyahu è tornato nel suo ufficio di premier. E la possibilità di una ripresa del negoziato di pace fra israeliani e palestinesi, fermo da sei anni, resta lontana come prima. Peggio: nel “campo della pace” che per la maggioranza degli israeliani è sinonimo di illusi, alle spalle di Peres c’è un vuoto siderale. I partiti che appartengono a quel fronte, soprattutto i laburisti, consumano uno dopo l’altro candidati scialbi, regolarmente triturati da Netanyahu e dai sui alleati nazional-religiosi. Per Israele le guerre mediorientali sono alle frontiere, non oltre il Mediterraneo: qui dunque il populismo non fatica a conquistare consensi.
La notizia politica più eclatante di questa giornata d’addio, è stata la partecipazione di Abu Mazen alle esequie. Il presidente dell’Autorità palestinese aveva chiesto l’autorizzazione di esserci e Netanyahu l’aveva concessa senza esitare. Per affermare il loro possesso sull’intera e “indivisibile” città, è raro che gli israeliani aprano Gerusalemme ai dirigenti palestinesi. «Apprezzo molto che abbia voluto venire al funerale», ha detto Netanyahu ad Abu Mazen, con cordialità. I due si sono stretti la mano e hanno scambiato qualche parola. Ma sperare è esagerato. Le posizioni sono troppo distanti: il governo di Bibi ha approvato un nuovo allargamento delle colonie ebraiche attorno e dentro la Gerusalemme araba, e legalizzato 32 avamposti: spesso un avamposto è il nucleo di un nuovo insediamento. Il leader palestinese è un capo troppo debole, senza idee né il seguito di un popolo che ha esaurito le speranze. Eppure, se 70 fra le personalità di maggior potere nel mondo, sono salite fino a Gerusalemme, lasciando campagne elettorali e referendarie, bilanci da sistemare e banche da salvare, non è stato solo per onorare una personalità come Peres che per 70 anni ha calcato la scena israeliana, mediorientale e mondiale. L’hanno fatto anche per segnalare il desiderio irrealizzato di una pace per il più lungo conflitto dei nostri giorni: è iniziato nel XIX secolo, ha attraversato il XX e al sedicesimo anno del XXI ancora non ha un approdo. Con l’Isis e le guerre regionali, oggi non è una priorità per nessuno (a parte i palestinesi, naturalmente). Ma è il confronto più antico, il più legato alla memoria storica di tutti, la sua scena è il luogo dove sono nate le religioni del Libro. Nessun conflitto si risolve da solo: se abbandonato a se stesso prima o poi si rifà vivo con più drammaticità. Ogni fase di stagnazione di questo è sempre stata l’incubatrice di nuove esplosioni. Anche se il fronte sunnita nelle guerre civili arabe è un alleato naturale di Israele, l’Arabia Saudita e gli altri non formalizzeranno mai questo interesse condiviso senza una soluzione della questione palestinese: ignorare Abu Mazen perché l’Iran è una minaccia comune, è un conto; abbandonarlo è altro. Quello che Bibi Netaniahu teme di Barack Obama, e che ne aumenta la sfiducia e l’ostilità, è un colpo di teatro diplomatico entro gennaio, prima che un nuovo presidente occupi lo studio ovale. Obama potrebbe non porre il veto americano a una imminente risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’Onu che rilanci il processo di pace: qualsiasi cosa si decida al Palazzo di Vetro, nella storia del conflitto gli Usa si sono sempre serviti dell’arma del veto contro qualsiasi proposta che non fosse a favore di Israele. Per Netanyahu sarebbe imbarazzante. Quasi disarmati, intanto ai palestinesi di Cisgiordania non resta che combattere quella che definiscono “intifada diplomatica”: un’offensiva internazionale che avrà pochi amici anche l’anno prossimo, nel cinquantesimo dell’occupazione israeliana dei territori palestinesi. Invece armati, i palestinesi di Hamas a Gaza continueranno il loro insensato confronto militare con le forze armate più potenti della regione e fra le più preparate del mondo. La storia sembra senza fine. Chiunque lo abbia conosciuto in vita sa che sul monte Herzl da ieri Shimon Peres riposa. Ma non in pace.
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