lunedì 24 ottobre 2016

Barbara, dalla fisica teorica al progetto per dare la luce a Gaza

Lo scorso 2 aprile è stata invitata dalla Società europea di fisica a raccontare il suo progetto. I suoi colleghi internazionali volevano capire come e cosa aveva mosso questa fisica teorica italiana di 35 anni che fa ricerca sui nanomateriali all’Università di Vienna a costruire ed ideare un progetto autofinanziato ed un’associazione per dare indipendenza energetica ad alcune zone di Gaza. Soprattutto, volevano capire come creare modelli analoghi di scienza applicata allo sviluppo sostenibile e quali erano, se esistevano, gli altri progetti che aveva in cantiere questa piccola associazione autogestita (oggi registrata come Ong inglese e palestinese) composta da amici fisici e ingegneri internazionali. Così Barbara Capone, romana, ha raccontato dell’associazione Sunshine4Palestine, nata nel 2011, dell’obiettivo di rendere la scienza un ponte per lo sviluppo e di come con il loro primo progetto, a fine 2014, sono riusciti ad illuminare l’ospedale di Jenin nella zona di Shijajja (la struttura offre prestazioni a prezzi ridotti in una delle aree più povere della striscia di Gaza) con impianti fotovoltaici installati e progettati da Sunshine che hanno consentito di passare da un’autonomia di 4 ore a 17 ore al giorno di elettricità, con evidente aumento delle prestazioni eseguite ad un sempre maggiore numero di pazienti e la possibilità di avere la prima sala operatoria completamente alimentata con il fotovoltaico. Immaginate corridoi, reparti, macchinari che funzionano, laboratori specializzati attivi per 17 ore solo grazie all’energia del sole (in una zona dove è particolarmente intenso) con un risparmio evidente da parte dell’ospedale che ha potuto reinvestire quello che pagava in elettricità, in personale.
Il «nostro» ospedale solare a Jenin
«Tutto è cominciato nel 2011 - racconta Barbara Capone - dopo la morte di Vittorio Arrigoni. In quel periodo, insieme ad un amico, avevo messo su una pagina online di traduzione e diffusione di informazioni sulla situazione nella Striscia di Gaza, che era particolarmente calda. Le informazioni venivano tradotte da ogni lingua all’inglese ed erano sottoposte ad un sistema di controllo di veridicità, indipendente, da parte di persone di fiducia, abitanti a Gaza. In quel progetto iniziai a collaborare con Haitham, un ingegnere che vive nella Striscia, che stava prendendo una seconda laurea in Fisica. Per discutere del lavoro che stavamo portando avanti, eravamo sempre costretti ad appuntamenti notturni su Skype a causa della carenza di elettricità nella Striscia durante il giorno. Essendo entrambi tecnici, iniziammo a discutere di come avremmo potuto tamponare i problemi energetici a Gaza, e decidemmo di prendere una struttura pubblica, stimarne i consumi e provare a vedere quanto sarebbe costato costruire un impianto fotovoltaico che ne avrebbe permesso il funzionamento. Haitham aveva da poco portato a termine un progetto come project manager della Welfare Association, una Ong che lavora a Gaza, e che aveva nel contempo contribuito a costruire parte di un ospedale nel quartiere di Shijajia, in una delle zone più povere di Gaza City. Ci rendemmo subito conto di una cosa macroscopica: con il fotovoltaico, il costo per mantenere aperta la struttura 24 ore al giorno sarebbe stato inferiore al costo di un qualsiasi macchinario operante nell’ospedale. Decidemmo di andare più nel dettaglio e facemmo una prima bozza di impianto modulare, pensando che, se avessimo dovuto raccogliere fondi per realizzare l’opera, sarebbe stato ideale un sistema installabile un pezzetto alla volta. Chiedemmo, poi, ad un amico che disegna impianti di professione di dare un’occhiata al progetto e perfezionarlo; cercammo i migliori materiali sul mercato che avessero specificità consone alle necessità di Gaza (ottima produzione energetica, resistenza e durata) ed iniziammo pian piano ad andare avanti. Coinvolgemmo qualche amico, provammo a sottoporre il progetto come privati a Ong per vari mesi, dopo di che, decidemmo di andare per la nostra via ed aprimmo un'associazione nel Regno Unito, dove alcuni dei membri di S4P risiedevano. Piano piano iniziammo la raccolta fondi, divenimmo charity, iniziammo ad organizzare eventi e a fare domande per finanziamenti, aprimmo una sede in Palestina per poter accedere ai grant mediorientali». Questa è la storia di come tutto è cominciato.
Quei pezzi attesi come Godot
Nel cammino hanno sposato il progetto di Sunshine alcuni artisti come Stefano Bollani, Richard Galliano, Antonio Rezza, i Radiodervish, che hanno prestato la loro arte ad eventi finalizzati alla raccolta fondi per accendere la luce a Gaza. Due moduli sono stati installati nell’ospedale; con il terzo modulo si sarebbe potuto illuminare tutto il quartiere, ma era troppo costoso. L’ospedale di Jenin funziona ad oggi 17 ore al giorno ed è una delle tre strutture che riesce a rimanere aperta durante gli attacchi perché ha i pannelli fotovoltaici che si alimentano con il sole e non dipende dalle restrizioni israeliane. «Abbiamo fatto costruire gli impianti da fornitori locali di Gaza ma è stato difficile assemblarli per i blocchi dei varchi di passaggio da una zona all’altra, per questo chiamavamo i nostri “pezzi” Godot, perché li aspettavamo sempre molto prima di vederli arrivare», racconta Barbara Capone.
Esperimenti con i ragazzi
Oggi l’ospedale funziona e Sunshine sta lavorando ad altri progetti. A febbraio partirà nelle scuole e all’università di Betlemme il progetto Science4people con il quale gli scienziati che collaborano con Sunshine vogliono rompere le barriere grazie alla divulgazione di competenze. L’idea è di formare alla scienza e ai piccoli esperimenti pratici gli studenti universitari che poi a loro volta formeranno i bambini di tutto il plesso scolastico dai 6 ai 18 anni. Quello che impareranno giocando è come fare una batteria con una patata, come costruire una radio con materiale di riciclo, come con due bicchieri vedere il filtraggio delle acque. Tutte “piccole cose” pratiche e funzionali che vogliono dire alla popolazione di quei territori, spesso rassegnata, che con la scienza si può fare.
Il polo per la scienza applicata allo sviluppo sostenibile
«E poi – continua Barbara - stiamo cercando, in collaborazione con sette diverse università europee e con diverse realtà che già operano a Gaza, di finanziare un nostro progetto per la desalinizzazione dell’acqua, perché la riserva idrica in questi territori è un altro problema serio che vogliamo affrontare e che migliorerebbe le condizioni di vita davvero minime. Sembra sempre che la scienza sia avulsa dalla realtà contingente e che debba essere applicata a fini commerciali ma non è così. Io di giorno faccio ricerca e la notte lavoro ai progetti per l’associazione, perché quello che vogliamo fare è usare la ricerca come un ponte tra scienza pura e soluzioni pratiche». E in questo senso si sta lavorando anche a Roma per costruire all’interno di un ambiente accademico un polo internazionale per la scienza applicata allo sviluppo sostenibile. Ovviamente Sunshine4Palestine e Barbara Capone saranno coinvolti.
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Lo scorso 2 aprile è stata invitata dalla Società europea di fisica a raccontare il suo progetto. I suoi colleghi internazionali volevano capire come e cosa aveva mosso…
27esimaora.corriere.it|Di di Geraldine Schwarz

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