Sabato 10 settembre esce in edicola il
nuovo D con tante nuove idee e sezioni interessanti. E una copertina al
maschile. Abraham B. Yehoshua, il più importante scrittore israeliano,
si racconta. Le scelte di vita. L’amore. Il prossimo romanzo. E la sua
visione dello stato ebraico: con orgoglio e speranza
di Wlodek Goldkorn Foto di Davide Monteleone
Yehoshua fotografato dopo l’incontro in un parco di Tel Aviv non lontano dalla sua casa.Giunto, quasi, all’età di 80 anni (li compie il 19 dicembre)
Abraham B. Yehoshua si concede tre lussi. Il primo: sta scrivendo un
nuovo romanzo (che uscirà in italiano come sempre per Einaudi). Il tema:
la demenza senile; il protagonista è un anziano che prende molto sul
serio il ruolo di nonno; e dove l’autore israeliano, tra i massimi del
mondo, torna all’origine della sua scrittura; e cioè al surrealismo.
«Alla mia età mi posso permettere di uscire dai vincoli di realismo»,
dice e ride. «Il surrealismo dà licenza poetica di dire qualunque cosa,
specie quando il protagonista ha la mente un po’ svanita». Letto il
primo capitolo, risulta un potenziale capolavoro. Il secondo lusso: ha
deciso di non seguire più la sinistra nelle «lamentazioni circa la
catastrofe incombente e la fine di ogni speranza ». Dice: «Rispetto a
quello che sta succedendo nel resto del mondo, qui viviamo in una
situazione di relativa normalità». Certamente, da militante del
movimento per la pace non si è rassegnato ad accettare lo status quo di
occupazione militare, trova riprovevole la colonizzazione dei territori,
è deluso dalla scarsa volontà dei palestinesi «di fare il loro Stato»,
ma pensa di intravedere un futuro possibile di una vita comune tra ebrei
e arabi; ci torneremo. Il terzo lusso: ha lasciato Haifa, città dove ha
vissuto dal 1967 e ha preso una grande, bella casa a un piano altissimo
di un nuovo edificio a Tel Aviv; per stare accanto ai sette nipotini. La prima cosa che colpisce entrando nell’appartamento che lo
scrittore condivide con la moglie (psicanalista, ed è facile intuirlo
ascoltando le parole scritte nei libri del marito) è la luce. Un’intera
parete di un ampio salone è di vetro. Oltre il vetro, il cielo sopra la
Terra Santa, un cielo luminoso, di un azzurro che volge per l’intensità
verso il bianco e che facilmente induce a visioni metafisiche e
trascendentali, ma che qui è il cielo di una città, Tel Aviv, che della
santità e trascendenza non sa che farsene. Luogo laico, dei senza dio,
paradiso di ogni minoranza sessuale e di genere e dove sulla stessa
spiaggia si vedono ragazze nude fare il bagno accanto a donne in burkini
(e si parlano tra di loro), la spiritualità di Tel Aviv è fatta di
gesti quotidiani: ma anche da quello che non si fa. Per esempio: non si
picchiano né offendono gli arabi dopo un attentato, anche se a morire
siano stati ragazzini in una discoteca.
E anche: si votano i partiti che auspicano la fine dell’occupazione. E
ancora, mentre a Gerusalemme, all’epoca degli attentati e degli
accoltellamenti, sul tram, sull’autobus si guardano le mani del vicino e
si cerca negli occhi dei passanti il nervosismo e la tensione, a Tel
Aviv si fa finta che tutto questo non esista. Sui mezzi di trasporto ci
sono ragazzi in shorts diretti sulla spiaggia accanto ai manager
incravattati; e tutti a guardare gli smartphone, come in una metropoli
qualsiasi, Bangkok o Buenos Aires. Infine; quando c’è una guerra che si
considera ingiusta, a Tel Aviv si scende in piazza; e ogni volta sono
centinaia di migliaia di persone. E comunque questo è un luogo che della
storia è scevro e dove conta solo il presente; e dove davvero si è
liberi da ogni segno identitario, come è libera e fantasiosa la mente
del nostro interlocutore, nato a Gerusalemme, città carica invece di
miti, identità pesanti e dove la trascendenza facilmente si tramuta in
odio e sangue. Anche lo studio di Yehoshua è ampio e luminoso; e vi si
vede (come dal salone) l’intera città, con i suoi grattacieli, con
l’autostrada che corre nel letto del fiume prosciugato Ayalon, e fino al
blu del Mediterraneo. Ma, allo stesso tempo, lo studio ha l’aura di una
cella monacale, spoglio di ogni cosa superflua; se non per una enorme e
comodissima poltrona, color nero. Lui si lamenta: «È la prima volta in
vita mia che lavoro in casa, non è facile. Abraham Yehoshua è nato nel 1936 a Gerusalemme e da qualche mese si è trasferito da Haifa, dove viveva dal 1967, a Tel AvivA Haifa avevo un appartamento tutto mio, accanto a quello
condiviso con mia moglie». Ma poi è ricompensato dall’amore, e ne
parlerà nel corso di questo colloquio. Sentiamolo quindi, a partire da
una domanda canonica: perché scrive libri. Lui, sorride (è molto ironico
Yehoshua) e dice nel suo ebraico raffinato ma diretto: «Mia moglie, da
brava psicanalista, sostiene che scrivo per controllare la realtà ». E
così ammette di voler essere una specie di dio, un deus ex machina;
creare e distruggere personaggi e mondi. Ma come per uno spirito di
contraddizione e amore di paradosso (Yehoshua adora l’ambivalenza che
però ha il fondo di onestà intellettuale e artistica) narra una storia
che spiega i limiti di ogni pretesa di controllare tutto. Dunque nel
romanzo Il ritorno dall’India (1994) il giovane protagonista si innamora
di una donna più anziana. Ma lei lo lascia. Dice Yehoshua che quando ha
iniziato a lavorare al libro ha pensato a tre eroine ottocentesche:
Anna Karenina, Emma Bovary ed Effie Briest, suicide per amore: «Volevo
che questa volta a darsi la morte per amore fosse un maschio. Ma il mio
protagonista si è rifiutato. Mi ha detto: non mi hai dato motivi
sufficienti perché io ponga fine alla vita». E così si arriva a parlare
del rapporto tra scrittura e vita. Yehoshua riflette: «Faccio il
romanziere perché sono convinto che la letteratura permetta di esprimere
idee complesse, non come discorso filosofico, ma dando vita e voce a
personaggi veri e narrando situazioni esistenziali». Sorride : «C’è un
lato simbolico, kafkiano nella mia scrittura». In La scena perduta
(2011), romanzo folle, picaresco e in cui Yehoshua indaga sulle origini
della scrittura, e dove dal registro realistico passa con facilità al
surrealismo (cambiando pure il finale di Don Chisciotte) come se avesse
voluto mettere in gioco ogni arte, in La scena perduta, dunque, è
inserito per intero un racconto di Kafka, Nella nostra sinagoga. Vi si
narra di un piccolo e arcaico animale, una marmotta che abita in una
sinagoga. L’animale è fuori luogo e fuori tempo e tuttavia senza
quell’animale fuori luogo e fuori tempo, quel luogo e quel tempo non
potrebbe esistere. «Quell’animale nella sinagoga dà il senso
all’identità ebraica come nessun saggio filosofico e storico è in grado
di fare. C’è uno strato metafisico in quel racconto che nessun altro
autore è in grado di trasformare in scrittura». Un mercato coperto a GerusalemmeMa esiste un’etica della scrittura? «Le devo
spiegare una cosa», Yehoshua alza la voce. «La generazione precedente
alla mia, scrittori che hanno combattuto nella guerra dell’indipendenza
del 1948, aveva un modo di pensare legato all’ideologia e al sistema di
valori socialista e sionista. Io invece ho voluto rendermi libero. Non
mi interessava la discussione (vera su un romanzo vero, Ndr) se a un
membro di un kibbutz fosse permesso innamorarsi di una ragazza tedesca».
Cita uno dei suoi primi racconti, Il rapido serale di Yatir: «Invento
un incidente ferroviario provocato da abitanti di un paesino che
vogliono vivere così un’esperienza forte, senza alcun altro motivo».
Insiste: «Parlo di metafisica da scrittore, non da filosofo. È questo il
mio surrealismo. Ed è questa la mia libertà». Obiezione: Yehoshua fa
troppo il modesto. È pur sempre autore di romanzi in cui si parla di
scelte etiche dei protagonisti. In Un divorzio tardivo indaga sulla
natura morale dei rapporti coniugali, su come ci si pone di fronte a una
moglie che soffre di una malattia mentale. In Il signor Mani... Lo
scrittore interrompe la domanda e dice: «Ma in nessuno dei miei romanzi
do un giudizio etico definitivo». Ulteriore obiezione: nessun grande
scrittore lo fa, altrimenti sarebbe un filosofo moralista e non uno
scrittore. Yehoshua sbuffa, poi ride: «E allora prendiamo Il viaggio
alla fine del Millennio. Il protagonista è bigamo. È evidente che io non
sono favorevole alla bigamia, ma gli fornisco tutte le possibilità e
tutti gli argomenti plausibili a favore. Però, certo, alla fine spiego
che se un uomo ha diritto a due mogli, allora anche una donna deve avere
diritto a due mariti». Riflette: «Nel romanzo l’ideologia dev’essere
filtrata da un setaccio molto delicato. I miei modelli sono Shmuel Agnon
(Nobel per la letteratura e tra i fondatori del romanzo moderno in
ebraico), Kafka, Beckett (l’uomo che decreta la fine della parola),
Camus ». Ecco, Camus, un algerino nato e cresciuto nella luce accecante
del Nordafrica, maestro assoluto nel raccontare la luce, i suoi riflessi
e le forme che dà al mondo. Gli occhi di Yehoshua s’illuminano e segue
un’insolita confessione: «Non sono bravo a raccontare gli oggetti, la
mia scrittura non è abbastanza sensuale. Quindi è la luce che descrivo a
dare la forma alle cose». Un po’ come Bacon, e Caravaggio che Yehoshua
adora. Ma lui preferisce fare una digressione su politica e identità.
In uno dei romanzi canonici della generazione precedente a Yehoshua il
protagonista “è nato dal mare”: un modo per dire che gli israeliani non
hanno passato, perché il sionismo ha prodotto un ebreo nuovo che ha
reciso ogni legame con la diaspora. Oggi invece, spiega
Yehoshua, «siamo all’ossessione della memoria». Tutto è cominciato
decenni fa, con la rivalutazione romantica della vita degli ebrei in
Europa dell’est prima della Shoah. Negli ultimi tempi sono invece i
figli e i nipoti degli immigrati dai Paesi arabi a rivendicare le radici
e l’orgoglio identitario, in chiave populista e contro le élite
occidentalizzate, askenazite e di sinistra. Tanto che la ministra della
cultura Miri Regev, di origini marocchine, è arrivata a dire che Cechov
non fa parte della sua tradizione e che lei, da brava marocchina
appunto, da ragazza non andava mai a teatro. «Guardi», dice Yehoshua,
«David Ben Gurion (il fondatore dello Stato d’Israele) era venuto qui
dalla Polonia nel 1906. E disse: io rinasco in Terra d’Israele e la mia
identità è il deserto. Non gliene importava niente della cittadina da
cui veniva. Surfer sul lungomare di Tel Aviv.Certo, era una visione un po’ troppo radicale, ma in fondo aveva
ragione. Io non saprei che farmene della vicenda di un rabbino
marocchino o lituano di duecento anni fa». Tace per lunghi due minuti,
dà impressione di pensare a qualcosa di inenarrabile, poi guarda
l’interlocutore dritto negli occhi: «Chi dice “abbiamo sconfitto Hitler
perché abbiamo uno Stato degli ebrei” dice una un’idiozia oscena. Non
abbiamo vinto. La Shoah è stata una sconfitta e una catastrofe. Ci hanno
ammazzato non per una questione di territorio, di fede, di ideologia,
di economia, ma perché ci consideravano dei microbi. Ci hanno ammazzato
nella maniera più umiliante immaginabile». Prende tempo: «Ecco perché
per me lo Stato, il nostro Stato è un dono, un regalo. Abbiamo rischiato
di essere oggi un popolo vagante tra i musei della Shoah». Quindi?
«Quindi, con tutta la critica che esprimo nei confronti dello Stato
d’Israele, sono fiero di questo Stato, e sono orgoglioso perché i miei
figli vivono qui». Nuova pausa, cui seguono parole strozzate: «C’è
qualcosa di terribile riguardante Auschwitz. I tedeschi hanno detto agli
ebrei: voi dite che siete un popolo senza patria? Allora vi portiamo ad
Auschwitz perché questa è una non patria, un luogo che non è luogo».
Altra pausa: «Io sono contrario ai viaggi dei giovani israeliani ad
Auschwitz, così come oggi vengono fatti». Spiega: «Vanno lì con le
bandiere spiegate al vento, manifestano orgoglio. Io voglio invece che
chi va ad Auschwitz pianga. È un cimitero». «Ecco perché», spiega, «per
me l’identità israeliana, il territorio, è la cosa più importante. Per
duemila anni gli ebrei hanno vissuto una specie di nevrosi; dicevano
“l’anno prossimo a Gerusalemme”, ma non facevano niente per arrivarci, a
Gerusalemme. Con il corpo stavano da una parte, con i sogni da
un’altra». Sorride: «Il paradosso è che anche qui in Israele non capiamo
che il territorio è la patria e che la patria è territorio».
All’obiezione che la normalità non esiste e forse era solo un’illusione
dei sionisti, il tentativo di “normalizzare gli ebrei” risponde: «La
normalità esiste, invece. Normale è una persona responsabile delle
proprie azioni. La normalità degli ebrei è quindi essere responsabili
per la propria sorte. Chiamasi sovranità». Una vista sulla città di Tel AvivSi beve il caffè, si mangiano i datteri, si parla dei nipotini;
e sembra di essere in un Paese qualunque del Medioriente e non in uno
Stato nato per dare una patria ai profughi venuti dall’Europa, con i
loro cibi (carpa farcita) e con i loro modi di vivere (lamentazione
perché fa troppo caldo). Accoglie con un sorriso l’osservazione sui suoi
illustri colleghi per cui Amos Oz è un grande scrittore russo che
scrive in ebraico, David Grossman è un ottimo romanziere polacco, mentre
lui, Yehoshua, è un autore locale. Poi racconta: «Sono della quinta
generazione di gente nata a Gerusalemme. I miei antenati arrivarono da
Salonicco a metà dell’Ottocento, molto prima della nascita del
sionismo». Sua madre invece era arrivata dal Marocco, figlia di
benestanti di Agadir. Nelle foto appare bella, un po’ malinconica e
forse non del tutto felice. Non ha mai imparato a leggere in ebraico, le
opere di suo figlio le ha lette in traduzione francese, e così forse
non ha potuto comprendere a pieno la formidabile padronanza della lingua
di Yehoshua, mentre lui non ha mai potuto godere in pieno
dell’ammirazione della mamma (Yehoshua queste osservazioni non le vuole
commentare). Così si arriva a parlare di famiglia, un tema classico di
ogni romanzo, ma Yehoshua vuole sorprendere: «Per me la cosa più
importante è il matrimonio, non la famiglia. La mia è una presa di
posizione etica ed esistenziale. I rapporti matrimoniali sono molto
significativi perché possono essere disfatti da un momento all’altro e
quindi sono rapporti mantenuti per libera scelta. Nelle mie ultime opere
valorizzo, non romanticamente ma parlando della dura realtà,
l’istituzione del matrimonio, proprio nel momento in cui la maggior
parte della letteratura contemporanea mostra di disprezzarlo».
Eccoci quindi nel cuore della creazione. Anche nei suoi testi meno
interessanti (capita pure agli scrittori più grandi) la prosa è
trascinante, forse grazie a una maniacale attenzione ai dettagli, quasi a
ricalcare Balzac o Manzoni. La risposta è una secca smentita. «No, non
mi riconosco in Balzac o Manzoni. Ai tempi non c’erano film, né
documentari sulla natura: ecco perché lo scrittore doveva mostrare tutta
la sua abilità nell’uso delle parole. La mia è invece una lingua
scarna, e proprio perché il mio linguaggio non è del tutto sensuale
(l’ho già detto) ho bisogno di essere preciso e, qualche volta, giocare
sul significato simbolico delle parole che uso». Aggiunge: «Mi sono di
aiuto la Bibbia e il Talmud. L’ebraico è una lingua che permette di
impostare un dialogo tra un ragazzo e una ragazza in un modo che
contenga uno strato semantico che risale a oltre un millennio fa. Da noi
anche un bambino è in grado di comprendere la Bibbia, un testo di 2.500
anni fa». Bibbia, Talmud, tradizioni antiche. Ma Dio per Yehoshua
esiste? «Non nella sua versione religiosa. Però riconosco il bisogno di
un Dio personale. E siccome sono interessato alle vicende umane ed
esistenziali, nelle mie opere non posso fare a meno di parlare della
necessità di alcuni di noi di crederci e trarne ispirazione per formare
giudizi etici e fare scelte esistenziali». C’è chi è convinto non solo
che Dio esista, ma che abiti a Gerusalemme... «E allora, facciamo un po’
di chiarezza», dice. «Il sionismo non è nato a Gerusalemme, anzi, il
sionismo voleva liberare gli ebrei dalla semantica religiosa e priva di
conseguenze pratiche della formula “l’anno prossimo a Gerusalemme”, per
cominciare a ragionare in termini di territorio dove costruire
un’identità nazionale, linguistica e politica, qui e ora». Lui,
Gerusalemme la lasciò nel 1967, proprio nel momento in cui Israele
conquistò il Muro del Pianto e i luoghi sacri. Yehoshua ripete (lo ha
detto in varie occasioni) che da laico, territorialista, voleva fuggire
dall’atmosfera dell’insana fusione tra miti arcaici e identità
nazionale. Però spiega di essere legato alla città, anche dal punto di
vista spirituale: «Mio padre aveva scritto una dozzina di libri sulla
vita a Gerusalemme, tra la fine dell’800 e l’inizio del secolo scorso. E
Gerusalemme è sempre presente nei miei libri. La principale
protagonista di Il signor Mani, il mio più importante romanzo, è proprio
lei, Gerusalemme». Ha parlato di Il signor Mani? Lì c’è qualcosa che
assomiglia a un incesto. Di incesto si parla pure in La sposa liberata.
Le piace violare i tabù? Yehoshua ride: «Nell’incesto c’è un’attrazione
sessuale enorme, per questo motivo si tratta di un tabù e di un divieto
dei più severi possibili per tutte le religioni e per quasi tutte le
civiltà. La letteratura non può prescindere da quel desiderio, ecco
perché l’incesto fa capolino nei miei libri». Precisa: «Talvolta come
realtà, altre volte come sogno». Il Muro del piantoAnche gli arabi sono una specie di tabù, sociale, in Israele. Per
Yehoshua sono invece qualcosa di molto concreto. In L’amante un
ragazzino arabo s’innamora della coetanea ebrea. In Di fronte ai boschi
un palestinese a cui è stata tagliata la lingua incendia una foresta. In
La sposa liberata i palestinesi mettono in scena il dramma fondante
della letteratura yiddish, Dibbuk. «Mio padre parlava l’arabo alla
perfezione e aveva molti amici palestinesi. Gli arabi sono sempre stati
presenti nella mia vita. E siccome vivono in mezzo a noi il rapporto con
loro è la chiave per costruire il futuro del nostro Stato, uno Stato
che sta diventando bi-nazionale nei fatti. E anche nella mia opera, gli
arabi sono parte della nazione israeliana. Del resto c’è una teoria per
cui i palestinesi sono discendenti degli antichi ebrei. Ecco, potrebbero
diventare israeliani senza convertirsi all’ebraismo. Sarebbe una cosa
formidabile. Ci costringerebbe a recidere finalmente il nesso tra fede e
nazionalità». Il colloquio sta per concludersi con una domanda intima.
Cos’è l’amore? «Per me», risponde, «l’amore è amore per mia moglie. Ne
sono innamorato da oltre 50 anni. Se mi chiede se è questa l’essenza
dell’amore, dico che non saprei. Ma forse sì». Si potrebbe terminare
qui, ma Yehoshua vuol parlare della Francia. A Parigi ha vissuto dal
1963 e fino al ’67, e non c’è surrealismo senza la Francia. Dice:
«Quando io e mia moglie ci siamo laureati, avevamo la possibilità di
andare in America per proseguire i nostri studi. Sapevamo bene la lingua
e gli States ci sembravano il mondo nuovo, l’avvenire. Ma abbiamo
scelto la Francia. Penso che fosse la decisione più importante della
nostra vita. L’America assomiglia a Israele, un Paese nuovo che tuttavia
basa la propria identità su miti e non sulla Storia. La Francia, come
del resto l’Europa, elabora invece una memoria storica dettagliata. Per
questo i quattro anni che abbiamo vissuto a Parigi sono stati così
significativi per tutto il resto della nostra vita». Aggiunge: «Il
filtro francese mi ha aiutato a conoscere l’Italia, con cui sento un
profondo legame anche dal punto di vista letterario. Per me e mia moglie
l’Italia è una seconda patria, come la Francia». Non è retorica.
Qualche anno fa, Yehoshua e la moglie erano ospiti a Marina di
Pietrasanta. Una mattina fecero visita (in incognito) a Sant’Anna di
Stazzema, luogo della strage nazista. Erano ambedue commossi. Come se a
essere stati assassinati fossero bambini, donne, uomini non stranieri,
ma loro fratelli.
VITA E OPERE 1936 - 1967 Abraham Yehoshua è nato a
Gerusalemme nel 1936 in una famiglia d’origine sefardita. Dopo aver
servito nell’esercito dal 1954 al 1957, ha studiato alla scuola
Tikhonaime e si è laureato in Letteratura ebraica e Filosofia
all’Università di Gerusalemme. Nel 1960 si sposa con Rivka Kirninski,
psicanalista. Avranno tre figli e sei nipoti. Tra il 1963 e il 1967
vivono a Parigi, dove Abraham insegna e scrive il primo libro di
racconti. 1968 - 2016 Scrive tre raccolte di racconti, testi per il
tatro, saggi e undici romanzi, da L’amante (1977) al più recente La
comparsa (2015), tutti tradotti in italiano da Einaudi. E
nell’intervista in queste pagine annuncia di essere al lavoro sul
dodicesimo.
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