giovedì 29 settembre 2016

Robert Fisk : Shimon Peres non era un costruttore di pace. Non dimenticherò mai l’immagine dei fiumi di sangue e dei corpi bruciati a Qana.


Shimon Peres non era un pacificatore . Non dimenticherò mai la vista del sangue che traboccava e dei corpi in fiamme a Qana
Di Robert Fisk
29 settembre 2016
Quando il mondo ha saputo che Shimon Peres era morto, ha urlato: “Pacificatore!” Ma quando ho sentito che Peres era morto, ho pensato al sangue e al fuoco e al massacro.
Ho visto le conseguenze: neonati fatti a pezzi, profughi che urlavano, corpi che bruciavano. Era un luogo che si chiamava Qana e la maggior parte dei 106 corpi – metà dei quali erano bambini – ora giacciono sotto un campo profughi dell’ONU dove furono fatti a pezzi dai proiettili israeliani nel 1996. Ero stato su un convoglio di aiuti dell’ONU proprio fuori del villaggio nel Libano meridionale. Quei proiettili fischiavano proprio sopra le nostre teste e nei profughi ammassati sotto di noi. E’ durato per 17 minuti.
Shimon Peres che era candidato all’elezione di primo ministro israeliano – una carica che ereditò quando il suo predecessore Yitzhak Rabin era stato assassinato – decise di incrementare le sue credenziali militari prima della giornata elettorale, attaccando il Libano. Il vincitore del Premio Nobel per la pace (condiviso con Rabin ed Arafat),  usò come scusa il lancio   di razzi Katyusha al di là del confine libanese per mano di Hezbollah. Di fatto i razzi erano la rappresaglia per l’uccisione di un ragazzino libanese  causata  da  una bomba nascosta che si sospettava fosse stata lasciata da un agente di pattuglia. Non era importante.
Pochi giorni dopo, truppe israeliane in Libano, subirono un attacco fuori vicino a Qana e reagirono aprendo il fuoco nel  villaggio. I loro primi proiettili colpirono un cimitero usato da Hezbollah; il resto arrivò direttamente in un campo dell’ONU con truppe Figiane dove centinaia di civili si erano rifugiati. Peres annunciò che “non sapevamo che varie centinaia di persone erano radunate in quel campo. Ci ha colto come un’amara sorpresa.”
Era una bugia. Gli israeliani avevano occupato Qana per anni dopo la loro invasione del 1982, avevano filmati del campo, usarono anche un drone che  volò al di sopra del campo durante il massacro del 1996 – un fatto che negarono fino a quando un soldato dell’ONU mi diede un suo video del drone, e ne pubblicammo fotogrammi su The Independent. L’ONU aveva ripetutamente detto a Israele che il campo era zeppo di rifugiati.
Questo è stato il contributo di Peres alla pace in Libano. Perse l’elezione e probabilmente non pensò più molto a Qana. Io, però non l’ho mai dimenticata.
Quando arrivai ai cancelli del campo dell’ONU, il sangue fuoriusciva a torrenti attraverso questi. Ne sentivo l’odore. Copriva le nostre scarpe e ci restava appiccicato come colla. C’erano gambe e braccia, bambini senza testa, teste di anziani senza i corpi. Il corpo di un uomo pendeva in due pezzi da un albero che stava bruciando. Quello che era rimasto di lui era in fiamme.
Sui gradini delle caserme, un ragazza era seduta tenendo un uomo con i capelli grigi, il suo braccio intorno alle sue spalle, e cullandolo tra le sue braccia. Gli occhi di lui fissavano lei. La ragazza piangeva e gridava di continuo: “Padre mio, padre mio.” Se è ancora viva e se ci dovesse essere un altro massacro negli anni futuri, questa volta per opera dell’aviazione israeliana – dubito che la parola “pacificatore” uscirà dalle sue labbra.
C’è stata un’inchiesta dell’ONU che ha dichiarato nel suo modo blando che non credeva che il massacro sia stato un incidente. Il rapporto dell’ONU fi accusato di essere anti-semita. Molto dopo, una coraggiosa rivista israeliana pubblicò un’intervista con i soldati dell’artiglieria che avevano sparato a Qana. Un ufficiale definì gli abitanti del villaggio “soltanto un mucchio di arabi” (‘arabushim’ in ebraico). “Un po’ di Arabushim muoiono, non c’è nulla di male in questo,” sembra che abbia detto. Il capo di stato maggiore di Peres è stato ugualmente sereno: “ Non conosco altre regole del gioco sia per l’esercito israeliano che per i civili…”
Peres chiamò la sua invasione in Libano, “Operazione Frutti del rancore”, che, se non era ispirata da John Steinbeck, proveniva dal Libro del Deutronomio. “Di fuori la spada e di dentro il terrore”, dice nel capitolo 32, “distruggeranno sia i giovani che le vergini, i lattanti e gli uomini con i capelli grigi.” Ci potrebbe essere una migliore descrizione di quei 17 minuti a Qana?
Sì, naturalmente Peres è cambiato negli anni seguenti. Si sosteneva  che anche Ariel Sharon, i cui soldati avevano osservato il massacro nei campi profughi di Sabra e Shatila nel 1982 compiuto dai loro alleati, i Cristiani libanesi – era stato anche un “pacificatore” quando è morto. Per lo meno non ha ricevuto il Premio Nobel per la Pace.
Peres in seguito divenne un difensore di una “soluzione dei due stati”, anche se le colonie ebraiche sul suolo palestinese – che una volta aveva appoggiato con tanto fervore – continuavano a crescere.
Ora dobbiamo chiamarlo “pacificatore”. E, per favore, contate quante volte la parola “pace” è usata nei necrologi di Peres nei giorni scorsi. Poi contate quante volte compare la parola Qana.
Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo
www.znetitaly.org
Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/shimon-peres-was-no-peacemaker-ill-never-forget-the-sight-of-pouring-blood-and-burning-bodies-at-qana/
Originale : The Independent
Traduzione di Maria Chiara Starace
Traduzione © 2016 ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC BY NC-SA 3.0




  AP When the world heard that Shimon Peres had died, it shouted “Peacemaker!” But when I heard that Peres was dead, I thought of blood and fire and slaughter.
I saw the results: babies torn apart, shrieking refugees, smouldering bodies. It was a place called Qana and most of the 106 bodies – half of them children – now lie beneath the UN camp where they were torn to pieces by Israeli shells in 1996. I had been on a UN aid convoy just outside the south Lebanese village. Those shells swished right over our heads and into the refugees packed below us. It lasted for 17 minutes.
Shimon Peres, standing for election as Israel’s prime minister – a post he inherited when his predecessor Yitzhak Rabin was assassinated – decided to increase his military credentials before polling day by assaulting Lebanon. The joint Nobel Peace Prize holder used as an excuse the firing of Katyusha rockets over the Lebanese border by the Hezbollah. In fact, their rockets were retaliation for the killing of a small Lebanese boy by a booby-trap bomb they suspected had been left by an Israeli patrol. It mattered not.
A few days later, Israeli troops inside Lebanon came under attack close to Qana and retaliated by opening fire into the village. Their first shells hit a cemetery used by Hezbollah; the rest flew directly into the UN Fijian army camp where hundreds of civilians were sheltering. Peres announced that “we did not know that several hundred people were concentrated in that camp. It came to us as a bitter surprise.”

It was a lie. The Israelis had occupied Qana for years after their 1982 invasion, they had video film of the camp, they were even flying a drone over the camp during the 1996 massacre – a fact they denied until a UN soldier gave me his video of the drone, frames from which we published in The Independent. The UN had repeatedly told Israel that the camp was packed with refugees.
This was Peres’s contribution to Lebanese peace. He lost the election and probably never thought much more about Qana. But I never forgot it.
On the steps of the barracks, a girl sat holding a man with grey hair, her arm round his shoulder, rocking the corpse back and forth in her arms. His eyes were staring at her. She was keening and weeping and crying, over and over: “My father, my father.” If she is still alive – and there was to be another Qana massacre in the years to come, this time from the Israeli air force – I doubt if the word “peacemaker” will be crossing her lips.
There was a UN enquiry which stated in its bland way that it did not believe the slaughter was an accident. The UN report was accused of being anti-Semitic. Much later, a brave Israeli magazine published an interview with the artillery soldiers who fired at Qana. An officer had referred to the villagers as “just a bunch of Arabs” (‘arabushim’ in Hebrew). “A few Arabushim die, there is no harm in that,” he was quoted as saying. Peres’s chief of staff was almost equally carefree: “I don’t know any other rules of the game, either for the [Israeli] army or for civilians…”
Peres called his Lebanese invasion “Operation Grapes of Wrath”, which – if it wasn’t inspired by John Steinbeck – must have come from the Book of Deuteronomy. “The sword without and terror within,” it says in Chapter 32, “shall destroy both the young man and the virgin, the suckling also with the man of grey hairs.” Could there be a better description of those 17 minutes at Qana?
Yes, of course, Peres changed in later years. They claimed that Ariel Sharon – whose soldiers watched the massacre at Sabra and Chatila camps in 1982 by their Lebanese Christian allies – was also a “peacemaker” when he died. At least he didn’t receive the Nobel Prize.
Peres later became an advocate of a “two state solution”, even as the Jewish colonies on Palestinian land – which he once so fervently supported – continued to grow.
Now we must call him a “peacemaker”. And count, if you can, how often the word “peace” is used in the Peres obituaries over the next few days. Then count how many times the word Qana appears.

When the world heard that Shimon Peres had died, it shouted “Peacemaker!” But when I heard that Peres was dead, I thought of blood and fire and slaughter. 
independent.co.uk
 

PeaceReporter - online newspaper
en.peacereporter.net

Nel 1996 i caccia israeliani attaccano Qana: il ricordo di una strage
scritto per noi da
Erminia Calabrese
Qana, Libano meridionale, 18 Aprile 1996. Sono le 14.10 e le forze armate israeliane colpiscono una base dell’Unifil (Forza d’interposizione delle Nazioni Unite in Libano). Centinaia di rifugiati palestinesi perdono la vita,  dopo essersi rifugiati in quel posto pensando di essere al sicuro. Era scattata l’operazione israeliana chiamata  “raisins de colere”, contro la popolazione e il territorio libanese.
una lapide commemorativa della strage di qanaSolo alcuni dei corpi carbonizzati possono essere identificati. Tra le vittime molti i bambini.
“Quello stesso giorno, era un martedì, come oggi, sono andata al supermercato prima di rifugiarmi all’Unifil, 4 minuti dopo l’attacco. Ho visto mio padre e mia madre morire”, racconta Fatma, 31 anni, che abita ancora a Qana, dove il 18 Aprile 2006, dieci anni dopo, è avvenuta la commemorazione del massacro, nella piazza dove riposano i corpi delle vittime. Molti leader di Hizbollah e Amal sono presenti alla cerimonia, oltre ad una delegazione dell’Unifil. Il Corano riecheggia nel piccolo villaggio e i ricordi, sempre presenti, si fanno ancora più forti. Immagini del massacro sono esposte nella stessa piazza, per non dimenticare. Tra la folla anche stranieri con la voglia di informarsi su quello che è accaduto 10 anni fa.  Chadia Abi Khalil aveva 8 anni nel 1996. “Tutta  mia famiglia è morta. Ho visto tanta gente morire, un mare di sangue”, racconta il ragazzo diventato uomo. Samir in quel massacro, ha perso la sua bambina di 8 anni e la moglie. “Le avevo detto di rifugiarsi lì nel centro per essere al sicuro mentre io ero nelle campagne a difendere il villaggio. Poi l’attacco…. Non riuscivo a crederci”, racconta Samir, restando in piedi davanti alla tomba di sua figlia, con una rosa bianca.
un'immagine della strage di qana nel 1996Nella piazza delle Nazioni Unite a Qana molti sono i  murales che ricordano il massacro. Stelle di David, carri armati, missili, sangue, gente in fuga, tutti riprodotti su quei muri che circondano la base. “Dove sono gli arabi”, sussurra un Handala, lil personaggio di Naji al Ali, guardando quello che ancora resta della base Onu e il cortile dove, ancora oggi, ci sono oggetti appartenuti ai defunti: coperte, utensili vari e giochi.  Molti degli interventi ufficiali hanno posto l’accento nei loro discorsi sulla necessità per Hizbollah di mantenere le armi, perché quello che è successo a Qana dieci anni fa non si possa ripetere. Corone di fiori, per lo più  bianche, e bambini vestiti di bianco circondavano la piazza tenendosi per mano.  Il canale televisivo al-Manar, quello di Hezbollah, trasmette la cerimonia in diretta. Sultan Abul-Aynain, rappresentante dell’Olp palestinese in Libano, risponde così a un intervstatore: “ Il Libano si è distinto dagli altri paesi arabi per il suo appoggio concreto e reale  alla causa palestinese. Qana ci ha insegnato come i nobili muoiono in silenzio”. M. Khreiss deputato libanese di Hizbollah : “ Dobbiamo contare solo sulle nostre proprie forze, le nostre armi e la nostra resistenza, perché è il solo mezzo per liberare il nostro territorio e i nostri detenuti in Israele. Non possiamo lasciare da parte la resistenza fino a quando non siamo sicuri che non ci sono più problemi da parte del nostro nemico”.
un mezzo dell'unifil in libanoSono le 19 dello stesso girono a Beirut, quando una folla con in mano candele, giunge nella Piazza Riad Al-Solh, nei pressi dell’edificio dell’Onu al centro di Beirut.
Nessuna bandiera libanese o di partito. Solo candele e le parole e la musica  di “Kullu lana alwatan”, il canto nazionale libanese, che riecheggiano nell’aria.  Anche qui alcuni deputati ricordano il massacro, e poi “ majzarat Kana” (massacro di Qana), appare scritto dalle tante lucine bianche portate dai bambini.
Hassan 18 anni: “ Oggi siamo qui per non dimenticare. Due giorni fa, proprio in questa piazza c’era stata una rappresentazione teatrale del massacro”.
La notte scende sia su Qana che su Beirut mentre  le luci gialle dei lampioni sostituiscono quelle bianche delle candele.

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