giovedì 8 settembre 2016

Pace in Siria e una nuova geopolitica mondiale: Mosca celebra l’alleanza Erdogan-Assad




Nella capitale russa si prepara l’incontro fra il presidente siriano e l’omologo turco, con la benedizione di Putin. Il ruolo di Mosca nello sventato golpe in Turchia ha riavvicinato Putin ed Erdogan. Nel mirino anche i curdi e le mire nazionaliste e indipendentiste. Il fallimento dei piani di Washington apre una nuova partita nella regione mediorientale. Per gentile concessione dell’Observatoire Géostratégique sur le Proche et Moyen Orient. Traduzione a cura di AsiaNews.
Beirut (AsiaNews) - Bashar al Assad e Recep Tayyip Erdogan dovrebbero incontrarsi a breve a Mosca. Secondo quanto riferisce Mohammad Ballout, giornalista investigativo del quotidiano As-Safir (1), il summit sarebbe in programma fra il 18 e il 22 settembre prossimo. Altre fonti diplomatiche affermano che si dovrebbe svolgere un po’ più in là nel tempo, ma “prima del Natale prossimo”. Sotto l’egida del padrino russo, i due presidenti siriano e turco dovrebbero abbozzare “un manifesto comune per la fine dei conflitti armati in Siria”. Questa informazione, che proviene anche da diversi ambienti militari siriani e russi, è una delle conseguenze dirette del recente riavvicinamento fra Ankara e Mosca.
Questo riscaldamento nelle relazioni è confermato dalla visita di un alto funzionario dei servizi di sicurezza turchi nella capitale siriana, la scorsa settimana, per incontrare l’omologo generale Ali Mamlouk. L’obiettivo dell’incontro era “trovare delle convergenze sul dossier curdo”. Dopo alcune settimane, il leader turco ha ritirato le proprie truppe da diversi avamposti occupati nel nord della Siria. Erdogan non chiede più la dipartita di Bashar al Assad, moltiplicando al contempo le critiche verso il proprio “alleato” americano e le sue propaggini europee.
Il tentativo di colpo di Stato contro Erdogan del 15 luglio scorso ha cambiato in modo repentino lo scenario… mentre l’Iran - e questo non è sfuggito ai servizi di intelligence occidentali - ha giocato un ruolo di primo piano nella gestione del post tentato golpe. I suoi servizi segreti hanno consigliato a Erdogan e alle sue unità lealiste di mobilitare la piazza delle grandi città, in modo da poter assumere il controllo delle vie e delle strade.
Secondo quanto riferiscono altre fonti militari interpellate da prochetmoyen-orient.ch, sembra che Mosca abbia messo in guardia Ankara e Teheran circa “preparativi militari turchi ostili al regime di Erdogan” fin dal mese di aprile. Questa messa in guardia russa è stata resa possibile grazie a intercettazioni telefoniche effettuate dalla base aerea di Hmeimim, dove si è posizionata l’aviazione russa un mese dopo la decisione a sorpresa di “ritiro parziale” dell’esercito dalla Siria, annunciata dallo stesso Vladimir Putin a marzo. Da quel momento decine di aerei russi stazionano sulla pista di questa base aerea strategica per la Siria, situata nel nord-ovest del Paese. Nei pressi della torre di controllo principale, il radar gigante S-400 - il più moderno sistema di difesa aereo dell’arsenale russo - ruota in continuazione.
Installati a sostegno degli squadroni di SU-34, SU-24 e degli elicotteri da combattimento Mi-8 e Mi-24, i sistemi di ascolto più avanzati dell’esercito russo servono per operazioni di spionaggio; in particolare, al centro dell’interesse vi è la base aerea turca nei pressi di Incirlik, sede delle forze aeree statunitensi impegnate in Siria. Igor Konachenkov, portavoce del contingente russo in Siria, ha dichiarato all’Afp nel maggio scorso che “tutto ciò di cui abbiamo bisogno (per condurre operazioni in Siria) si trova sempre” nella base di Hmeimim. E ancora, le operazioni di ascolto dei russi si sono intensificate in particolare dopo la riconquista da parte dell’esercito siriano del sito archeologico di Palmira, il giorno di Pasqua. Queste hanno permesso di accertare una rinnovata cooperazione fra i servizi segreti americani e diverse postazioni militari turche nell’est del Paese e nella regione di Istanbul.
Dall’inizio di luglio, i servizi di intelligence russi hanno comunicato agli omologhi turchi la trascrizione di diverse conversazioni americano-turche, in cui si faceva riferimento a preparativi militari “mirati a colpire i principali organi di potere del Paese”. La divulgazione di queste informative di primaria importanza avrebbe accelerato i preparativi del colpo di Stato del 15 luglio scorso. Sferrato in tutta fretta, mentre vari avamposti sul terreno non erano ancora attrezzati e pronti all’azione, questo tentativo di golpe è stato rintuzzato in poco tempo, nonostante i contributi della marina statunitense, impegnati in prima linea nella preparazione. Un evento che ha scatenato la furia di Erdogan, e conosciamo il resto della storia… soprattutto l’accelerazione della progressiva distanza fra Ankara e lo storico alleato americano e le forze della Nato.
La brusca conferma di questo raffreddamento nelle relazioni fra Ankara e Washington è il culmine di altre due situazioni di tensione che perduravano da mesi. La prima riguardava la formazione di una forza navale integrata della Nato nel mar Nero, per fronteggiare - se non arginare - il ritorno operativo nell’area della marina russa che, nel frattempo, ha trovato conferma nella vicenda della Crimea e del porto militare di Sebastopoli. Dopo lunghe trattative, Ankara ha finito per opporsi al progetto facendo abortire la nascita di un dispositivo navale sotto l’egida degli Stati Uniti e della Nato… aumentando al contempo i malumori del Pentagono.
Il secondo contenzioso si è svolto attorno alla possibile creazione di una zona tampone turca nel nord della Siria, con Washington che cercava di imporre una “no-fly zone” come aveva già cercato di fare in Libia, con i risultati che ben conosciamo. Questo obiettivo, anch’esso nato già morto, ha aumentato lo scontento, la confusione e le contraddizioni in merito allo scopo della famosa guerra contro Daesh [acronimo arabo per lo Stato islamico, SI], una guerra di tutti contro tutti, in cui ciascuno gioca la propria partita…
Sullo sfondo, Ankara crede da tempo che Washington stia facendo il doppio gioco, se non addirittura un triplo gioco sul dossier curdo. La Turchia resta fermamente contraria alla nascita di uno spazio curdo alla frontiera, mentre gli Stati Uniti hanno promesso ai vari componenti del Pkk (il Partito curdo dei lavoratori) - il Pyd in Siria, il Pjak in Iran e ai curdi in Iraq, in un Kurdistan quasi indipendente - la concessione di statuti di autonomia di grado variabile, se non addirittura di una indipendenza nazionale.
In direzione di Teheran, i servizi americani lavorano in modo attivo a un sostegno al Pjak con l’obiettivo di creare “un focolaio di instabilità in Iran”. In Iraq, i servizi israeliani e americani accompagnano da anni un processo di separazione del Kurdistan da Baghdad. In Siria, Washington non ha ancora abbandonato il piano di divisione del Paese: due emirati sunniti (Aleppo e Damasco), un micro-stato druso sugli altipiani del Golan e un’enclave alawita nelle montagne che dominano i porti di Latakia e Tartous… Un gatto riuscirebbe a trovare i suoi piccoli? Niente di più incerto!
Di conseguenza, la politica pasticciata dello zio Sam ha finito per allentare i legami storici di Ankara con la Nato, facendo sorgere il dubbio nella leadership turca se non sia più conveniente aderire al gruppo di Shanghai (2). L’ultimo incontro fra Erdogan e Vladimir Putin a Mosca (il 9 agosto scorso) rappresenta una tappa fondamentale nel contesto di questa evoluzione di cui non si conoscono ancora tutti i risvolti.
In ogni caso, il prossimo incontro fra i presidenti siriano e turco a Mosca anticipa già di fatto alcune conseguenze di primo piano: l’accelerazione della riconquista di Aleppo da parte dell’esercito governativo siriano; l’inizio della fine della rivolta in Siria; una ridistribuzione delle milizie salafite e jihadiste nel Caucaso e nel nord-ovest della Cina e la permanenza di Bashar al Assad alla guida del suo Paese, con la nomina di tre vice-presidenti incaricati di mettere in atto la ricostruzione politica e materiale del Paese.
Da un punto di vista geopolitico di più ampia scala, vi saranno conseguenze altrettanto importanti. Se la morte dell’accordo Sikes-Picot, annunciata forse in modo prematuro, non si è ancora di fatto realizzata, quella del “Grande Medio oriente” preconizzata da Condoleezza Rice (ripresa alla lettera, ma con uno stile diverso, dall’amministrazione Obama) è perfettamente avvenuta. Washington non riuscirà a imporre una nuova Yalta in Medio oriente con l’aiuto di Israele, degli scagnozzi europei e dei Paesi del Golfo.
Uno dei principali obiettivi della guerra di Washington, che era quello di garantire l’ingresso di Ankara nella Nato per la creazione di un Grande Medio oriente, si rivela un completo fiasco. L’Iran, Hezbollah in Libano e le organizzazioni palestinesi nazionaliste escono anch’esse rinforzate da questa nuova situazione. La Cina, dopo aver aperto una base per le forze armate nel Gibuti, si appresta a realizzare un nuovo porto militare sulle coste della Siria a Tartous e apre le scorte dei suoi armamenti più avanzati a Damasco. Al fine di completare questa nuova cooperazione militare, il presidente Bashar al Assad andrà a breve a Pechino in visita ufficiale! L’ultimo risvolto di questa riconfigurazione strategica - di cui la marina britannica e francese dovranno tirare le conseguenze - è di importanza capitale: il Mediterraneo non è più un mare occidentale!
I transiti nel Mediterraneo assicurati dal canale di Suez e l’installazione britannica a Gibilterra non rientrano più nel monopolio delle potenze occidentali. Americani ed europei dovranno fare i conti con la Russia e la Cina(3). Qualche che sia il risultato delle prossime elezioni presidenziali Usa, questa nuova situazione si imporrà di fatto come uno dei principali temi sul piano strategico negli anni a venire. Signori Bush, Obama, Sarkozy, Hollande, Cameron, Ben Salman e Netanyahu, ancora complimenti!
Speriamo che questa riconfigurazione geopolitica spinga i dirigenti europei a prendere maggiore distanza dalle mire imperialiste della Nato, se non a riconquistare un minimo di indipendenza e di sovranità nazionale. E speriamo che spinga anche Riyadh a disimpegnarsi dallo Yemen, che la coalizione saudita cerca di distruggere mentre le forze Houthi sono penetrate di almeno una cinquantina di chilometri all’interno dei confini del regno wahhabita.
Speriamo anche che gli stessi plutocrati delle monarchie petrolifere ristabiliscano relazioni più equilibrate, se non normali, con l’Iran.
Infine, da ultimo ma non per questo meno importante, speriamo che i nuovi presidenti americano e francese possano rilanciare in modo serio i negoziati per la fine dell’occupazione, colonizzazione e repressione israeliana in Palestina, di modo che tutte le popolazioni dell’area possano avere diritto - una volta per tutte - a uno Stato vitale e caratterizzato da continuità territoriale. Senza offesa per nessuno, la prossima stretta di mano fra Erdogan e Assad a Mosca sarà l’immagine emblematica di un cambiamento profondo dei rapporti di forza nello scacchiere mondiale.
Pur senza dimenticare le tendenze fasciste di Erdogan, questi risvolti che mostrano la nascita di un mondo multipolare sono di certo positivi, anche se prendono forma attraverso processi dolorosi e di morte. In ogni caso, tutto questo ci ricorda che non basta sperare in un “progetto di pace perpetua” che scende dal cielo come una corda Kantiana… Riprendendo il pensiero strategico di Abou Fadi, questo evento frattale conferma una delle prime leggi irriducibili della geopolitica: cambiamenti di questa natura sono sempre il risultato di “rapporti di forza”.
(Clicca qui per l’articolo originale)
Note: 
(1) As-Safir, 2 settembre 2016
(2) L'Organizzazione di Shanghai per la cooperazione è una organizzazione intergovernativa regionale asiatica che comprende la Russia, la Cina, il Kazakistan, il Kirghizistan, il Tagikistan e l’Uzbekistan. Essa è stata creata a Shanghai il 14 e 15 giugno 2001 dai presidenti di questi sei Paesi. Il 10 luglio 2015 lo Sco ha deciso di accogliere l’India e il Pakistan come membri a tutti gli effetti. Il 24 giugno 2016 viene ufficializzato il riavvicinamento di India e Pakistan in qualità di stati membri. 
(3) “Ambizioni strategiche americane, britanniche e russe nel Mediterraneo” di Bastien Alex, Didier Billion, Alain Coldefy e Richard Labévière – IRIS, ottobre 2013.

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