martedì 6 settembre 2016

Milano e l’Islam


di Luca Misculin – @LMisculin
 
 
 
 
 
Storie concentriche di candidate controverse, moschee mai costruite e accuse di radicalizzazione, in una città dove parlarne è ancora molto delicato
ilpost.it
Alla fine di luglio, due mesi dopo le elezioni di Milano vinte al ballottaggio dal candidato del centrosinistra Giuseppe Sala, non tutte le commissioni del consiglio comunale si erano già insediate: in un recente e caldo pomeriggio a Palazzo Marino, davanti al teatro La Scala, è stato il turno della nuova commissione Cultura, convocata per scegliere presidente e vicepresidente. Una formalità, dato che le cariche vengono decise dai partiti prima delle sedute.
In commissione erano presenti una ventina di consiglieri della maggioranza e sei dell’opposizione, raggruppati ciascuno in un gruppo di banchi alle due estremità dell’emiciclo. L’atmosfera era piuttosto rilassata, da pacche sulle spalle e complimenti sulle prime abbronzature. L’elezione del presidente è filata liscia: la maggioranza ha ricandidato – rieleggendola – Paola Bocci, 53enne consigliera comunale del Partito Democratico che già presiedeva la commissione nella scorsa legislatura. La situazione si è improvvisamente agitata quando si è discussa l’elezione del vicepresidente: la maggioranza di centrosinistra aveva deciso di candidare Sumaya Abdel Qader, 38enne consigliera comunale del PD, sociologa e attivista per i diritti delle donne musulmane, e decisamente la candidata di cui più si era parlato in campagna elettorale.
Abdel Qader è una persona nota a chi frequenta il mondo islamico milanese: è nata a Perugia da genitori palestinesi e giordani, porta l’hijab, ha tre lauree ed è la fondatrice del Progetto Aisha, un’associazione contro la discriminazione delle donne musulmane. Si è fatta notare per la prima volta otto anni fa, quando ha scritto il libro autobiografico Porto il velo, adoro i Queen, pubblicato da Sonzogno. Da tempo organizza convegni contro la violenza sulle donne e per promuovere l’immagine di un Islam pacifico. Diverse persone che hanno avuto a che fare con Abdel Qader l’hanno descritta al Post come una donna molto competente e appassionata, abile a parlare in pubblico e onesta nelle relazioni private.
Ma Abdel Qader, per i suoi critici, è soprattutto l’ex responsabile culturale di uno dei centri islamici più noti e controversi di Milano: il CAIM (Coordinamento Associazioni Islamiche di Milano), un’associazione che raduna diversi piccoli gruppi religiosi islamici della Lombardia. Il CAIM è l’espressione milanese dell’UCOII, la principale associazione italiana dei centri culturali islamici, sostenitrice di una concezione militante dell’Islam: cioè non completamente laica, e legata a capi di stato espressioni del cosiddetto “Islam politico” come l’ex presidente egiziano Mohamed Morsi e l’attuale presidente turco Recep Tayyip Erdoğan.
Abdel Qader ha spiegato diverse volte di aver lasciato il CAIM e di non essersi candidata in comune solamente per difendere gli interessi dei musulmani. Alcuni dei suoi critici, però, hanno fatto notare che la sua candidatura è arrivata pochi mesi dopo che il CAIM aveva vinto un bando – poi bloccato – per costruire la prima moschea ufficiale a Milano, che sarebbe stata finanziata in parte da fondazioni del Qatar e dal Kuwait. Moltissimi, anche all’interno dello stesso Partito Democratico, si sono chiesti se fosse opportuno dare in mano il primo centro di questo tipo a un’associazione così controversa, e addirittura candidare nelle proprie liste una sua ex dirigente. Una delle persone ad aver rivolto le critiche più dure di Abdel Qader è stata una sua collega di partito: Maryan Ismail, storica esponente della comunità somala di Milano e musulmana “progressista”, che in polemica con la candidatura di Abdel Qader ha lasciato il partito poco dopo le elezioni con una lettera aperta a Matteo Renzi, ricevendo moltissimi messaggi di solidarietà da militanti del PD.
Torniamo a quel pomeriggio di fine luglio. Il primo iscritto a parlare per dibattere dell’elezione di Abdel Qader era Gianluca Comazzi di Forza Italia, ex Garante per gli animali del Comune sotto la giunta Moratti ed ex capogruppo del centrodestra in commissione Cultura. Al momento di parlare, Comazzi ha spiegato che candidando Abdel Qader – che ha chiamato “Sumaya” per tutto il discorso, nonostante i monitor della sala mostrassero solo i cognomi di ogni consigliere – il PD stava facendo un grave errore: stava mettendo in una posizione “scomoda” Abdel Qader e creando “attrito” con “altri interlocutori” della comunità musulmana. L’intervento di Comazzi si è poi rivelato il più pacato di tutti. Dopo ha preso la parola Alessandro Morelli, Lega Nord, ex assessore al Turismo della giunta Moratti e attuale direttore del blog vicino a Matteo Salvini il Populista. Morelli, che partecipava alla seduta indossando una maglietta di Radio Padania, ha attaccato duramente il PD e Abdel Qader, spiegando – con il proprio computer portatile aperto – che secondo alcuni virgolettati che aveva trovato su Internet Abdel Qader – che Morelli ha chiamato “Maryam”, confondendosi con Ismail – era una sostenitrice dell’«Islam oscurantista», e che «non è stato chiarito nulla delle accuse pubblicate su tutti i giornali» (Abdel Qader non ha mai avuto nessun problema con l’antiterrorismo ma ha passato l’intera campagna elettorale a smarcarsi dalle accuse di vicinanza all’Islam radicale).
Dopo Morelli sono intervenuti fra gli altri Silvia Sardone di Forza Italia («cosa ne pensa che nelle periferie ci siano le donne col velo integrale?»), Massimiliano Bastoni della Lega Nord («Milano ha una storia, una cultura, che non vedo perché debbano essere messe in dubbio», «considera [l’attentato a Nizza] un delitto all’umanità? Sì o no?») e Luigi Amicone, direttore del quotidiano di Comunione e Liberazione Tempi, che assieme ad altri giornali di destra ha fatto attivamente campagna contro la candidatura di Abdel Qader («la sinistra e il PD faranno i conti con questa scelta»). Pochi secondi prima che finisse l’ultimo discorso in programma, Comazzi si è iscritto per parlare una seconda volta. Bocci, non essendosene accorta, ha chiuso il dibattito e iniziato le procedure di voto. Comazzi se l’è presa moltissimo, urlando cose come «lei è distratta!», «non iniziamo così, presidente!», «lei non venga qui a insegnarci cosa dobbiamo fare!». Quindi ha parlato per altri otto minuti. Poi hanno ripreso la parola Bastoni e Sardone, senza aggiungere niente di sostanziale. A questo punto si erano fatte le tre meno venti e bisognava lasciare la sala ai componenti della commissione Bilancio. Alla fine, la votazione per la vicepresidenza di Abdel Qader è stata rinviata alla seduta successiva.
Gli attacchi dei consiglieri di centrodestra e le critiche di Ismail mostrano rispettivamente due cose. La prima è che in Italia il dibattito su Islam e impegno politico è ancora piuttosto superficiale, anche a livello istituzionale: cosa che rende difficile capire qualcosa di un tema così complicato, col rischio di dire cose false (per esempio associando Abdel Qader al terrorismo). La seconda è che il Partito Democratico – il partito di maggioranza sia a Milano sia al parlamento nazionale – ha un problema di rappresentanza e dialogo col mondo musulmano, avvertito da estesi pezzi del partito.
Questi due problemi si intrecciano col vero nodo irrisolto del rapporto fra Islam e Milano: la questione della costruzione di una moschea “ufficiale”, che nei mesi scorsi è stata ostacolata da una controversa legge regionale, dalla litigiosità delle varie associazioni coinvolte e da vari passi falsi del comune: e che a oggi nessuno può dire come andrà a finire. Il nervosismo con cui è stata trattato il caso di Abdel Qader e quello della moschea mostra inoltre che il tema del fondamentalismo islamico è ancora particolarmente delicato in una città che in passato è stata molto importante per il jihadismo europeo e il cui Istituto Culturale Islamico di viale Jenner – che ha una piccola parte anche in questa storia – fu definito dal dipartimento del Tesoro americano «la principale base di al Qaida in Europa».
Storia di una candidatura
Parlando col Post al quarto piano del palazzo che ospita gli uffici dei consiglieri comunali, Abdel Qader ha raccontato che la possibilità di candidarsi col Partito Democratico le è stata offerta dal segretario cittadino, Pietro Bussolati. Abdel Qader dice di avere accettato la proposta – dopo qualche esitazione – perché considera l’incarico in consiglio comunale come la naturale prosecuzione del suo impegno da attivista. Parlando a bassa voce, in tono rilassato, Abdel Qader ha elencato le iniziative di cui si è occupata in passato di cui va più fiera: l’assistenza legale per le donne vittime di violenza domestica, i corsi per sensibilizzare gli imam su questi problemi, i seminari sull’educazione sessuale per le ragazze musulmane. Abdel Qader si considera comunque una candidata “indipendente”: non ha la tessera del Partito Democratico.
Durante la campagna elettorale, a causa del suo legame col CAIM, Abdel Qader è stata criticata quasi quotidianamente da quotidiani e siti di destra, accusata esplicitamente di essere legata ai Fratelli Musulmani – il principale gruppo transnazionale che rappresenta l’Islam politico – e attaccata per alcuni post su Facebook molto critici nei confronti di Israele pubblicati anni prima da suo marito e da sua madre. Ma Abdel Qader ha ricevuto anche altri tipi di critiche: a metà maggio è stata definita un’apostatacioè una persona che ripudia la propria religione – da una pagina Facebook piuttosto seguita e gestita da un musulmano conservatore. Abdel Qader dice che si aspettava attacchi del genere, che però hanno solamente «rafforzato la [mia] volontà a proseguire: c’è bisogno di scardinare i pregiudizi».
Per contro, Abdel Qader è stata difesa pubblicamente da diversi importanti dirigenti del PD milanese come il segretario cittadino Pietro Bussolati e naturalmente il candidato sindaco del partito Giuseppe Sala. In campagna elettorale Abdel Qader ha dato decine di interviste e tenuto diversi comizi: in nessuno di questi comizi o incontri ci sono stati episodi di incitamento alla violenza o problemi di ordine pubblico.
Abdel Qader si è sempre difesa dalle accuse negando di appartenere ai Fratelli Musulmani e di avere una concezione politica dell’Islam. I suoi critici fanno però notare che per anni è stata la responsabile giovanile della Federation of Islamic Organizations in Europe (FIOE), un’associazione che almeno in passato era esplicitamente vicina ai Fratelli Musulmani. In un post del suo blog, Abdel Qader ha scritto che ha militato nella FIOE «portando avanti con spirito critico l’idea di un Islam indipendente da stati esteri». La maggior parte delle critiche rivolte ad Abdel Qader si concentra comunque sul CAIM e sul suo ruolo nella comunità islamica milanese, anche in vista della futura costruzione della moschea (al centro di una storia molto ingarbugliata: ci arriviamo).
Parliamo del CAIM
Il CAIM, Coordinamento Associazioni Islamiche di Milano Monza e Brianza, è stato fondato nel 2011 e oggi comprende una ventina di associazioni, molte delle quali di Milano. Dentro c’è un po’ di tutto, dai piccoli centri religiosi “nazionali” di fedeli provenienti da Albania e Bangladesh, alle sedi locali dei Giovani Musulmani, fino all’Associazione Donne Musulmane d’Italia. Le principali attività del CAIM sono l’organizzazione di eventi e progetti culturali, oltre che l’assistenza legale e burocratica alle piccole associazioni che fanno parte della rete. Il CAIM non è legato a una sola moschea, insomma, ma è un misto fra un’associazione culturale e una rete di comunità. Il CAIM è considerato l’espressione lombarda dell’UCOII, Unione delle comunità islamiche d’Italia, un’associazione nata nel 1990 che ad oggi comprende la maggior parte dei centri islamici italiani, e da più parti considerata effettivamente sostenitrice di un modello di “Islam politico” vicino a quello dei Fratelli Musulmani.
Fra i fondatori dell’UCOII c’è Hamza Piccardo, intellettuale in passato vicino alla sinistra extraparlamentare e fra i più famosi convertiti italiani, noto anche per aver curato una popolare traduzione del Corano uscita nel 2004 per Newton Compton e ancora in vendita. Piccardo ha raccontato di avere una “vicinanza amichevole” coi Fratelli Musulmani ma di non farne parte. Di recente si è tornati a parlare di lui perché su Facebook ha paragonato il riconoscimento delle unioni civili a quello dei matrimoni poligami. Il coordinatore del CAIM è suo figlio Davide, che ha 34 anni, è laureato in Scienze politiche e in passato è stato candidato consigliere comunale di Sinistra Ecologia Libertà a Milano, senza essere eletto. È lui la persona più controversa di tutta l’associazione.
Davide Piccardo è uno dei più visibili esponenti della comunità islamica italiana. Nel 2001 fondò l’associazione nazionale dei Giovani Musulmani, ancora oggi attiva in varie parti d’Italia (uno dei co-fondatori fu Khaled Chaouki, oggi deputato del Partito Democratico, espulso dagli stessi Giovani Musulmani nel 2011 dopo averli accusati di eccessivo conservatorismo). Dopo aver fondato il CAIM ed esserne diventato il coordinatore, negli ultimi anni Piccardo ha partecipato a diversi talk show televisivi nazionali come In OndaLa Gabbia, Porta a Porta, Omnibus, L’Arena. Da poche settimane ha ripreso ad aggiornare un blog sullo Huffington Post. La sua pagina Facebook – che è pubblica – contiene diversi video in cui commenta gli ultimi fatti d’attualità e politica estera.
In tutti i suoi interventi pubblici Piccardo condanna il terrorismo islamico, spiega che l’Occidente ha bisogno di politiche di integrazione efficaci e critica spesso politici e partiti di destra, accusandoli di fomentare l’odio contro i musulmani. Ma Piccardo è diventato famoso anche per certe dichiarazioni molto dure su Israele e per il suo sostegno a politici stranieri considerati alla stregua di leader autoritari come Mohamed Morsi e Recep Tayyip Erdoğan. Nel 2014 scrisse su Facebook che sfilare al corteo del 25 aprile con la bandiera di Israele «significa insultare la Resistenza» (Piccardo è noto per litigare molto spesso con la comunità ebraica milanese).
Il 19 agosto 2013, in un post del suo blog intitolato Chi vuole fermare la Turchia forte e islamica di Erdogan?, Piccardo ha scritto: «Istanbul a cavallo tra Europa ed Asia viene attraversata da due visioni di futuro opposte. Una ancorata alla nascita della Turchia moderna, sbilanciata verso l’Occidente, che idolatra il padre della patria Ataturk e l’altra proiettata verso la ricostituzione dello splendore ottomano che guarda al mondo islamico e non solo. Oggi, una è obsoleta e perdente e l’altra è vincente». Dopo il fallito colpo di stato in Turchia, Piccardo ha detto la sua in un video pubblicato su Facebook dove fra le altre cose sostiene che «la Turchia è un paese laico, forse più dell’Italia», che «ovviamente si può discutere sul livello di democrazia [in Turchia], però possiamo discutere anche del livello di democrazia del nostro paese [l’Italia]». Nello stesso video, parlando di Siria, ha messo sullo stesso piano il dittatore Bashar al Assad, il presidente americano Barack Obama e quello russo Vladimir Putin, spiegando che «sicuramente non hanno le mani pulite».
Commentando le dichiarazioni più controverse di Piccardo, Abdel Qader ha spiegato che il CAIM «non è un pensiero, ma un coordinamento» e che all’interno del direttivo dell’associazione non esiste un’ideologia maggioritaria. Anche Abdel Qader però ammette che quelle di Piccardo sono posizioni «legittime» ma «più forti» delle sue, e che a volte non sia chiaro quando parla a titolo personale e quando da coordinatore del CAIM.
Negli anni le prese di posizione di Piccardo si sono intrecciate con una serie di “incidenti diplomatici” che hanno coinvolto il CAIM. Come ha ricostruito Lorenzo Bagnoli sul Fatto Quotidiano, il 5 agosto 2012 un centro islamico di Cascina Gobba, di proprietà di una delle associazioni del CAIM, ospitò un discorso di Musa Cerantonio, un predicatore religioso di origini italiane nato in Australia. Due anni dopo uno studio dell’ICSR, un centro studi sul terrorismo del King’s College di Londra, ha descritto Cerantonio come «un aperto ed entusiasta sostenitore dello Stato Islamico», concentrandosi in particolare sul successo della sua predicazione su Facebook. Piccardo ha detto al Fatto che all’epoca dell’incontro Cerantonio «non aveva ancora espresso posizioni estremiste» (Abdel Qader smentisce che Cerantonio fosse stato invitato dal CAIM).
Nel 2013 il CAIM invitò a guidare la preghiera di fine Ramadan di Riyad al Bustanji, un imam giordano allora 48enne. L’invito di Bustanji fu molto criticato: un anno prima, durante un’intervista trasmessa dalla tv ufficiale del movimento politico-terroristico palestinese Hamas, Bustanji aveva lodato un bambino palestinese che gli aveva spiegato di voler morire come martire religioso a Gerusalemme (qui il video sottotitolato in inglese). All’epoca delle polemiche, Piccardo rispose che «le parole pronunciate anni fa dallo Shaikh Riyad al Bustanji sono state in questi giorni indegnamente distorte e strumentalizzate», e che al Bustanji «non ha mai inneggiato all’odio e tanto meno al martirio dei bambini». Ci sono state altre controversie più piccole: in occasione del raduno del centro studi European Muslim Network tenuto fra il 3 e il 5 giugno 2016 a Milano, il CAIM ha organizzato un incontro pubblico con Tariq Ramadan, uno dei più seguiti intellettuali europei che si occupano di Islam. Ramadan ha 53 anni, ha due dottorati, insegna a Oxford e ha una pagina Facebook da quasi due milioni di follower: ma da qualche tempo è accusato di promuovere posizioni ambigue e una visione dell’Islam molto dura nei confronti dell’Occidente (qualche mese fa Le Monde lo ha descritto in un profilo poco lusinghiero dal titolo “Tariq Ramadan, la Sfinge”).
A confermare i timori di diversi suoi critici, lo stesso Piccardo ha ammesso durante una puntata di Omnibus che fino al 30 per cento del progetto principale del CAIM per la moschea a Milano potrebbe essere finanziato grazie ai soldi di fondazioni private del Qatar, del Kuwait, della Turchia e di «altri paesi a maggioranza islamica» (va detto che il progetto presentato al bando fu approvato senza rilievi di tipo economico o di trasparenza dal comune). Il Qatar è un paese impegnato da tempo in un processo di espansione della sua influenza politica e religiosa tramite fondazioni, per esempio in paesi come l’Albania.
L’intervento di Piccardo sulla moschea inizia al minuto 1:00:20
Esiste un problema?
A preoccupare i critici del CAIM, a parte qualche posizione di Piccardo, sono soprattutto i riferimenti e i legami con personaggi legati all’Islam politico: una porzione rilevante della comunità mondiale musulmana oggi largamente favorevole alla democrazia e al capitalismo, ma spesso resistente al laicismo delle istituzioni e al liberalismo economico e sociale, e in alcune sue parti disposta a tollerare una zona grigia fra fervente dottrina religiosa e radicalizzazione.
Molti pensano che quello del CAIM sia solo un problema di comunicazione, e che le controversie siano dovute soprattutto alle polemiche sollevate dei giornali di destra: negli scorsi mesi Libero, il Giornale e – con qualche solidità in più – il Foglio hanno scritto molti e pesanti articoli molto critici su Piccardo, Abdel Qader e il CAIM. D’altra parte il CAIM non si può definire un covo di estremisti: nessuno dei suoi dirigenti è mai finito nei guai con le autorità antiterrorismo e prima di Abdel Qader un altro dirigente – l’avvocato pakistano Reas Syed, vicepresidente del CAIM – si era candidato col Partito Democratico, alle elezioni regionali lombarde del 2013. La conferenza con Ramadan non era certo segreta, e l’intero European Muslim Network si è tenuto in un luogo istituzionale come la Camera del lavoro.
Una fonte che ha grande conoscenza della comunità islamica milanese ha fatto inoltre notare al Post che il CAIM è un’associazione a cui aderiscono decine di persone, e che al contrario di tante piccole associazioni o personalità ha un vero consenso. Del resto il CAIM ha organizzato decine di incontri pubblici, intrattiene rapporti con il comune e altre associazioni locali – come la cattolica Comunità di Sant’Egidio, che non si è resa disponibile al Post per commentare la collaborazione col CAIM – e si sta lentamente inserendo nella vita politica locale, seppure non direttamente. Si fa fatica a definirlo tout court un gruppo “radicale”.
Maryan Ismail, la dirigente del PD che si è dimessa a causa dell’elezione di Abdel Qader, però non è d’accordo: ha raccontato al Post che ritiene Abdel Qader sia «una bravissima persona», ma che sia impossibile che negli anni non si sia resa conto dell’ambiente che la circondava, che Ismail associa con certezza all’Islam politico. Ismail, che ha 56 anni ed è arrivata in Italia negli anni Ottanta scappando dalla Somalia, ha anche ragioni personali contro un certo tipo di Islam: è sorella di Yusuf Mohamed Ismail, l’ambasciatore della Somalia all’ONU ucciso nel marzo del 2015 in un attentato del gruppo terroristico islamico al Shabaab.
Ismail ha lavorato per anni nella cooperazione internazionale e come consulente per le autorità italiane, soprattutto sui problemi della comunità somala. La sua lettera ha fatto discutere e arrabbiare parecchie persone nel partito, ma non è arrivata a sorpresa. Nonostante sia stata diffusa dopo le elezioni – a cui Ismail ha preso 326 voti, circa un terzo di quelli di Abdel Qader, senza essere eletta – Ismail si lamentava da tempo col Partito Democratico e l’amministrazione comunale dell’opportunità di candidare Abdel Qader e quindi di avere a che fare col CAIM. Quando si diffuse la notizia che il CAIM aveva vinto il bando per costruire due moschee, disse pubblicamente che non sarebbe mai entrata «in una moschea dove non è garantita la separazione fra politica e religione». Pochi mesi dopo, ha raccontato al Post che in quanto componente della segreteria metropolitana del Partito Democratico ha obbligato i suoi dirigenti a mettere ai voti la proposta di candidare Abdel Qader al consiglio comunale. La proposta di candidarla è passata con l’opposizione di soli tre voti.
Ismail racconta di aver deciso di lasciare definitivamente il partito all’inizio del 2016, anche a causa dello scarso sostegno che secondo lei le stava dando in campagna elettorale. Diversi dirigenti del partito hanno cercato di convincerla a ripensarci, per non creare una polemica a poche settimane dalle elezioni. Ismail ha spiegato al Post che in primavera le era stato detto che prima delle elezioni «non era il momento del confronto politico»; Ismail si è dimessa poche settimane dopo, con una lettera pubblica indirizzata a Renzi. Dopo le dimissioni ha subito varie minacce online, di cui ha informato la polizia. Ora sta pensando di creare un “contenitore” di piccole comunità islamiche e laiche: una specie di anti-CAIM, insomma. Per ora ha ricevuto il «supporto politico e logistico» di Stefano Parisi, il candidato sindaco del centrodestra alle ultime elezioni comunali, con cui ha presentato la sua iniziativa durante una conferenza stampa a luglio.
Fra le altre cose, Ismail si è lamentata col Partito Democratico e con l’amministrazione comunale di centrosinistra per non essere stata inclusa nei tavoli di lavoro per la costruzione della moschea: e non è l’unica ad avercela col comune per come sono state gestite le cose, in una ingarbugliata situazione in cui si incrociano gli interessi del CAIM, del comune e di altre piccole altre comunità musulmane della città.
La moschea a Milano
Secondo stime ufficiose a Milano e provincia abitano fra gli 80 e i 100mila musulmani, anche se al momento non esiste alcun luogo “ufficiale” dove possono pregare (se si esclude la moschea di Segrate, un comune a nordest di Milano). La maggior parte dei musulmani di Milano prega in case o capannoni riadattati a sale di preghiera, spesso in condizioni un po’ precarie e con grandi problemi di spazi. Questa situazione va avanti da anni: le prime proposte di aprire una moschea “ufficiale” hanno ormai quasi vent’anni.
Con le giunte di centrodestra la questione non fu mai davvero affrontata. Nel 2011 Giuliano Pisapia del centrosinistra vinse le elezioni avendo in programma «la realizzazione di un grande centro di cultura islamica che comprenda, oltre alla moschea, spazi di incontro e aggregazione». All’inizio del suo mandato la questione della moschea fu gestita dalla vicesindaco Maria Grazia Guida, che mise insieme un “tavolo” con tutte le principali associazioni islamiche della città interessate a costruirne una. Dopo le dimissioni di Guida, avvenute nel 2013, la questione passò alla nuova vicesindaco Ada De Cesaris, che a sua volta la girò all’allora assessore alle Politiche Sociali Pierfrancesco Majorino (confermato nel suo incarico dal nuovo sindaco Giuseppe Sala). Le associazioni islamiche più importanti della città, coinvolte da subito dal comune, sono quattro: oltre al CAIM e al centro di viale Jenner, ci sono la Casa della Cultura musulmana di viale Padova, il cui fondatore Ashfa Mahmoud è considerato una delle figura più progressiste e laiche del mondo musulmano milanese, e la COREIS di via Meda, un centro religioso islamico di ispirazione sufi, che predica un islam pacifista e moderato. A Milano ci anche sono tante piccole associazioni locali che rappresentano la comunità di un certo paese: alcune stanno col CAIM (alcune associazioni turche e dei bengalesi), altre per conto proprio (come i marocchini, i somali e i senegalesi).
Il tavolo del comune era esplorativo: non c’era un’idea chiara di cosa sarebbe stato deciso, nonostante nel programma di Pisapia fosse prevista la costruzione di un’unica grande moschea. A un certo punto, secondo alcune fonti contattate dal Post, prese addirittura piede l’idea di costruire diverse piccole moschee per rispettare l’eterogeneità della comunità musulmana. Fra il 2013 e il 2014, il comune prese atto che non si stava andando da nessuna parte – anche a causa della eterogeneità di cui sopra, che spesso si traduceva in polemiche e contrasti interni – e decise di assegnare gli spazi tramite un bando pubblico.
Il CAIM, la Casa della Cultura Musulmana e l’Istituto di viale Jenner aderirono al bando del comune, ma tutti a malincuore. Abdel Shaari, da vent’anni presidente dell’Istituto Culturale Islamico di viale Jenner e fra i partecipanti al “tavolo” del comune, ha detto al Post che al tempo considerò il passaggio da De Cesaris a Majorino come un segnale che il comune non riteneva più centrale la questione della moschea. Ashfa Mahmoud, della Casa della cultura musulmana, ha lasciato intendere al Post che partecipare a un bando per poter costruire un luogo di culto è stato un po’ umiliante: «Mica la Chiesa deve fare un bando, per costruirne una nuova». Tutti i responsabili dei centri coinvolti concordano col fatto che il bando abbia peggiorato i rapporti già fragili fra le varie associazioni islamiche, costrette di fatto a mettersi l’una contro l’altra.
Il bando fu indetto il 29 dicembre 2014 e rimase aperto tre mesi. Giornalisti e addetti ai lavori, semplificando, lo chiamarono “il bando della moschea”. In realtà gli spazi previsti dal bando erano tre: un grande spiazzo di fronte all’ex palazzetto sportivo Palasharp, nella zona nordovest di Milano, dove oggi c’è una specie di tendone provvisorio allestito per ospitare le preghiere del venerdì guidate dall’Istituto di viale Jenner; gli ex bagni pubblici di via Esterle, situati all’altezza di metà viale Padova, a nordest; una piccola parte del parco di via Marignano, vicino al paese di San Donato (periferia sudest).
palasharp La struttura temporanea accanto al Palasharp dove sarebbe dovuta essere costruita la nuova moschea, indicata col puntino bianco
Il 7 maggio del 2015 furono aperte le buste, e il 3 agosto dello stesso anno venne diffusa una graduatoria provvisoria: il CAIM risultò primo sia per la costruzione nell’area del Palasharp – quella più spaziosa e ambita – e indirettamente anche per gli ex bagni pubblici di via Esterle, dato che il bando fu vinto dalla Bangladesh Cultural and Welfare Association, una delle sue associazioni. Per l’ex Palasharp al secondo posto arrivò il progetto proposto dall’istituto di viale Jenner, mentre per l’edificio di via Esterle il secondo progetto in graduatoria risultò quello della Casa della cultura musulmana di via Padova. L’area di via Marignano fu assegnata alla chiesa evangelica Shalom Gospel Church, per una regola prevista dal bando secondo cui una data confessione religiosa – l’Islam, in questo caso – avrebbe potuto ottenere al massimo due spazi. 
Il bando fu una soluzione di compromesso, e già dall’inizio era chiaro che l’assegnazione dei punteggi per i vari parametri avrebbe portato a nuove polemiche. Il caso più esemplare di cosa non ha funzionato nel bando è quello della Casa della cultura islamica di viale Padova, il cui fondatore Ashfa Mahmoud è stato uno dei critici più duri.
Il caso di viale Padova 144
La Casa della cultura islamica di viale Padova 144 è chiamata da molti semplicemente “viale Padova 144″, probabilmente perché i nomi delle associazioni islamiche milanesi si assomigliano un po’ tutti (lo stesso vale per “viale Jenner”). Si trova circa a metà di via Padova – anche se non si vede dalla strada – in una delle aree di Milano che da tempo attende una robusta riqualificazione. Per entrarci si passa da un piccolo portico interno, che porta all’entrata della moschea vera e propria: uno stanzone basso e dalle pareti chiare, il cui pavimento è ricoperto da materassini gommosi colorati, di quelli che si usano negli asili. È una situazione comune a molte di queste moschee “informali”, che a Milano negli anni sono state chiamate “scantinati” per descrivere la loro precarietà. In un pomeriggio di metà giugno fa molto caldo: c’è chi prega rivolto a un piccolo altarino in fondo alla sala, chi dorme vicino alle pareti, e qualche bambino che gioca o fa i compiti. Ashfa Mahmoud riceve il Post in un piccolo ufficio ricavato in un angolo dello stanzone, con una scrivania e poco più.
Mahmoud ha 51 anni, due baffi molto curati ed è a Milano da una vita: è arrivato dalla Giordania nel 1982 per studiare da architetto, e ci è rimasto. Nel 1993 è stato fra i fondatori della Casa della cultura islamica e nel 2009 ha ricevuto un Ambrogino d’oro per il suo impegno a favore dell’integrazione della comunità musulmana in città.
Mahmoud sostiene che il bando fu studiato per essere vinto da chi poteva spendere più soldi – cioè il CAIM, grazie ai suoi rapporti con le fondazioni estere – a prescindere dalla bontà del progetto. Per l’edificio in via Esterle, per esempio, il canone d’affitto base all’anno era di 25mila euro, cifra che quelli della Bangladesh Cultural and Welfare Association hanno rialzato notevolmente ottenendo il massimo del punteggio – 20 punti – nella parte del bando riservata al canone di affitto. Secondo la ricostruzione di Mahmoud, la Casa della cultura musulmana ha preso solamente 5 o 6 punti per quella voce del bando (Mahmoud non ricorda con precisione) e ha perso nonostante nella parte “tecnica” – quella che teneva conto del progetto in sé e del radicamento dell’associazione sul territorio – avesse superato la Bangladesh Cultural and Welfare Association.
Una situazione simile si è verificata anche per i terreni del Palasharp. La base d’affitto era di 10mila euro, ma secondo diverse fonti consultate dal Post, il CAIM ha fatto un rialzo del 200 per cento, mentre l’offerta di viale Jenner si era fermato a un rialzo dell’80 per cento. Dal documento pubblicato online dal comune non è possibile ricostruire la composizione dei punteggi per ogni singola sezione: si sa solo che ogni offerta doveva superare tre “prove” (di ammissibilità, di valutazione tecnica e di valutazione economica) e il punteggio finale complessivo per ciascuna offerta.
I risultati del bando, la legge regionale
Il bando finì nei guai già nei mesi successivi. Dopo aver fatto dei controlli, il comune di Milano “retrocesse” entrambe le proposte legate al CAIM: quella della Bangladesh Cultural and Welfare Association perché l’associazione aveva trasformato abusivamente un locale privato in un luogo di culto in via Cavalcanti, e quella del CAIM stesso perché il presidente di un’associazione della sua rete – Osman Duran, capo della divisione italiana di Milli Gorus, un’associazione turca che il quotidiano turco Hurriyet ha definito «l’associazione religiosa di Islam radicale più grande in Europa» – aveva dei precedenti penali.
La Bangladesh Cultural and Welfare Association ha fatto ricorso al TAR, che prima ha sospeso e successivamente ha annullato la decisione del comune di far retrocedere l’associazione dal primo posto della graduatoria. Per quanto riguarda il CAIM stesso, in aprile il comune ha aperto una procedura amministrativa – cioè ha dato al CAIM 90 giorni di tempo per spiegare la propria posizione – che si è poi conclusa con un nulla di fatto.
Questo perché nel frattempo la regione Lombardia guidata dall’ex segretario della Lega Nord Roberto Maroni ha approvato – «in fretta e furia», ha detto al Post un importante funzionario del comune di Milano – una nuova legge sulla costruzione dei luoghi di culto, secondo i suoi stessi promotori studiata appositamente per impedire la costruzione di moschee. Di fatto la regione ha ottenuto il suo scopo, anche se in maniera piuttosto tortuosa.
La legge è entrata in vigore nel febbraio del 2015 e prevede criteri molto stringenti: per esempio l’obbligo di installare impianti di videosorveglianza, l’approvazione di un piano delle zone da destinare a nuovi luoghi di culto da integrare nel Piano di governo del territorio (PGT) e la presentazione di un supplemento di documenti per alcune specifiche comunità religiose. Sin dall’approvazione di questa legge, in molti ipotizzarono che potesse avere degli aspetti incostituzionali, dato che limitava di fatto la libertà di culto e introduceva discriminazioni nei confronti di alcune specifiche religioni. L’ufficio stampa del comune di Milano ha detto al Post che nonostante la legge regionale il comune ha continuato a lavorare al bando – che era stato avviato da appena due mesi – perché c’era la sensazione che la Corte Costituzionale potesse bocciarla. La decisione della Corte Costituzionale è arrivata quasi un anno dopo l’approvazione della legge, il 23 febbraio 2016, mentre il comune stava cercando di gestire i problemi legati ai ricorsi. La Corte Costituzionale ha emendato la legge regionale ma senza bocciarla in tutte le sue parti, cosa che di fatto l’ha tenuta in piedi.
Dopo la decisione della Corte
Uno degli aspetti conservati dalla Corte è stata la creazione di un piano urbanistico per i nuovi luoghi di culto da integrare nel PGT: un documento molto complicato da mettere insieme, perché in sostanza deve tener conto di tutte le aree potenzialmente edificabili del comune. L’ufficio stampa del comune ha fatto notare al Post che un piano del genere – che di fatto oggi blocca la costruzione di qualsiasi luogo di culto, anche di una chiesa cattolica o di un tempio buddista – non esiste in nessun’altra regione italiana. Già all’inizio di aprile l’assessorato all’Urbanistica del comune di Milano aveva detto al Post che anche solo creare questo piano avrebbe potuto richiedere tra i 12 e i 18 mesi, lasciando intendere che per costruire una moschea vera e propria ci sarebbe voluto ancora di più. Ma tutto questo non si è capito davvero, in campagna elettorale.
Contattato da Repubblica in aprile, in piena campagna elettorale, l’allora e tuttora assessore alle Politiche sociali, Pierfrancesco Majorino, aveva spiegato che «il comune attualmente non è in grado di provvedere né all’assegnazione dell’immobile di via Esterle né all’assegnazione delle aree di via Sant’Elia e via Marignano», senza però fornire dei tempi precisi. Durante la campagna elettorale, il candidato del centrosinistra e futuro sindaco Giuseppe Sala ha detto più volte di voler costruire «rapidamente» una moschea. A Repubblica, a inizio aprile, ha detto: «Partendo da quanto è stato già fatto dalla giunta Pisapia, non credo sia impossibile trovare subito un modo per dare avvio al progetto». Due mesi dopo, a giugno, ha aggiunto al Fatto Quotidiano: «Se col bando attuale non si potrà andare avanti, si troverà una soluzione per farne un altro rapidamente». Ashfa Mahmoud della Casa della cultura islamica ricorda di aver incontrato Sala durante la campagna elettorale e che Sala gli ha detto che costruire la nuova moschea sarebbe stata una necessità, e che c’erano due possibilità: proseguire con l’iter del bando oppure bloccarlo definitivamente e risolvere il problema in un altro modo.
Stando alle informazioni raccolte dal Post, già nelle settimane successive alla sentenza di febbraio il comune sapeva che la prima possibilità non era più percorribile. Andare avanti col bando non era più un’opzione: la creazione di un piano complessivo degli spazi dove costruire nuovi luoghi di culto era vincolante, e la stessa avvocatura del comune di Milano arrivò a comprendere che non poteva essere aggirata in alcun modo. Non è chiarissimo perché il comune non abbia iniziato già in primavera a mettere insieme il piano urbanistico richiesto dalla legge lasciando perdere il bando – l’ufficio stampa del comune sostiene che la pratica amministrativa del bando doveva seguire i suoi tempi, slegati da quelli della legge – né perché Giuseppe Sala, ancora a giugno, parlava della possibilità di «andare avanti» col bando.
Il 12 luglio il nuovo vicesindaco Anna Scavuzzo ha ammesso che il vecchio bando sarà sottoposto a un «procedimento di conclusione» – di fatto sarà lasciato perdere – e che i tempi per arrivare alla costruzione di una moschea saranno decisamente lunghi. Scavuzzo ha spiegato che la colpa di questo rinvio è della legge regionale voluta dal centrodestra. Secondo Scavuzzo, per mettere insieme il piano urbanistico da integrare al PGT «come minimo ci vorrà un anno se non di più» (come aveva già detto tre mesi prima al Post l’assessorato dell’Urbanistica). A quel punto, come ha precisato al Post un’addetta stampa del comune di Milano che sta lavorando con Scavuzzo, il comune potrebbe addirittura decidere di pubblicare un nuovo bando, oppure esaminare eventuali manifestazioni di interesse slegate da un bando. Comprensibilmente, come già avvenuto per il primo bando, c’è la possibilità che le associazioni che hanno perso la gara facciano ricorso o che spuntino fuori altre irregolarità. Insomma, se ne riparla fra qualche anno.
Le associazioni islamiche si sono arrabbiate moltissimo, sia per la posizione un po’ confusa del comune e del Partito Democratico, sia per l’ennesimo rinvio. Abdel Shaari di viale Jenner, che pochi giorni prima delle ultime dichiarazioni di Scavuzzo aveva raccontato al Post di aspettare una chiamata dal comune, ha scelto di non commentare il nuovo sviluppo. Mahmoud, che ha ricevuto il Post in via Padova tre giorni dopo aver saputo che bisognerà rifare tutto da capo, dice di non aver più fiducia nella classe politica di Milano, né in quella di destra né in quella di sinistra: spiega che fin dall’inizio è mancata la volontà politica del comune di costruire davvero una moschea, e che non ha intenzione di partecipare a nuovi bandi dato che la sua comunità ha già speso 40mila euro per presentare il proprio progetto al “vecchio” bando.
Davide Piccardo ha parlato della questione su Facebook: rispondendo a uno status di Abdel Qader, Piccardo ha fatto capire che il bando è fallito per colpa degli attacchi mediatici della comunità ebraica e del comune, che ha annullato i risultati del bando con “motivazioni pretestuose”.
Come finisce questa storia?
A Milano è settembre ma fa ancora caldo. Il secondo giorno della Festa dell’Unità del PD di Milano è stato dedicato interamente all’Islam. Alle 18.30 era previsto un incontro di Abdel Qader assieme a Costantino della Gherardesca e al giornalista Jacopo Tondelli, dal titolo #tuttacolpadiSumaya; alle 21 un dibattito sull’Islam e la società plurale, con diversi esperti. Ismail ha detto di essere stata invitata a partecipare ma che ha rifiutato dopo aver letto i nomi degli ospiti (e aggiungendo su Facebook che il PD milanese le sembra diventato «il megafono dell’UCOII»). Abdel Qader infine è stata eletta vicepresidente della commissione cultura del comune di Milano.
Non è ancora chiaro come evolveranno i rapporti fra la comunità musulmana milanese e le istituzioni, e in particolare quella del CAIM: per giunta in un momento in cui – soprattutto nelle grandi città europee – quei rapporti sono visti da molti come cruciali per arginare la xenofobia e il terrorismo. Paolo Branca, che insegna arabo e storia dei paesi islamici all’Università Cattolica ed è consulente per la diocesi e il comune, ritiene che le attività delle comunità musulmane milanesi siano più di “presidio” dei loro interessi che di integrazione nella vita pubblica. Secondo Branca quelli del CAIM «non sono pericolosi», ma l’Islam politico non è rappresentativo di tutta la comunità musulmana e certamente non l’interlocutore più laico e progressista per le future classi dirigenti dei paesi occidentali. Branca fa inoltre notare che alcune iniziative che organizzano sono volte a sostenere capi di stato quantomeno controversi, e comunque distanti dall’Italia e da Milano: «Perché devono vivere con la testa rivolta in Egitto, in Palestina? Non è che devono fare delle marchette [ai loro finanziatori]?».
Un importante dirigente del PD milanese, che ha chiesto di non essere citato per nome, ha spiegato al Post che in città esiste un problema con l’Islam, ma che per risolverlo è necessario collaborare con tutte le persone, anche quelle con cui non si condivide proprio tutto, per «fargli fare un percorso di cambiamento». «Non ho motivo di dubitare del tentativo sincero [del CAIM] di provare a integrare la loro comunità con quella italiana», ha aggiunto: «Si devono aiutare queste organizzazioni a fare parte dalla società».

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