mercoledì 7 settembre 2016

Libertà d'espressione in Palestina, si può fare meglio



La scorsa settimana l'organizzazione Human Rights Watch ha pubblicato un rapporto sulle violazioni della libertà d'espressione avvenute negli ultimi anni in Palestina. Anche i rapper nei guai.
terrasanta.net




Il rapper palestinese Mutaz Abu Lihi in uno studio di registrazione improvvisato a Ramallah. (foto Human Rights Watch)
La scorsa settimana l'organizzazione Human Rights Watch ha pubblicato un rapporto sulle violazioni della libertà d'espressione avvenute negli ultimi anni in Palestina. Anche i rapper nei guai.

Il 19 novembre del 2014 Majd Khawaja, 22 anni, è stato arrestato da alcuni membri delle forze di sicurezza palestinesi. L’accusa era di aver dipinto la parola “intifada” su un muro e Khawaja è stato rilasciato solo dopo tre giorni di interrogatori. Il 21 novembre anche Mutaz Abu Lihi, 21 anni, è stato prelevato da un gruppo di uomini dell’intelligence palestinese, interrogato sulle sue tendenze politiche e accusato di aver dipinto graffiti che criticavano il presidente Mahmoud Abbas (Abu Mazen). Khawaja e Abu Lihi vivono in Cisgiordania ed entrambi hanno fatto parte del gruppo rapMin al-Alef Lal Ya («Dalla A alla Z»). Dopo diversi arresti, maltrattamenti da parte delle forze di sicurezza e due processi ancora in corso, Abu Lihi non “rappa” più, Khawaja invece canta ancora ma scegliendo con cura le parole.
Le loro storie sono incluse in un rapporto pubblicato la scorsa settimana da Human Rights Watch, l’organizzazione che dopo aver rilevato una serie di violazioni della libertà di espressione avvenute negli ultimi anni in Palestina ha condotto un’indagine su cinque casi di abuso: quelli di Khawaja e Abu Lihi in Cisgiordania e altri tre a Gaza. Nel testo si legge che sia l’Autorità Palestinese che Hamas stanno «arrestando e accusando di aver commesso atti criminali i giornalisti e gli attivisti che esprimono pacificamente il proprio dissenso nei confronti delle autorità».
Le critiche possono essere espresse tramite una canzone, un graffito o un post sui social media, ma le reazioni da parte delle autorità sono spesso simili. Sia a Gaza che in Cisgiordania alcuni tra gli arrestati hanno dichiarato ai ricercatori di essere stati puniti fisicamente o torturati e Sari Bashi, la direttrice di Human Rights Watch per Israele e Palestina afferma che pur «agendo in modo indipendente, entrambi i governi palestinesi sembrano esser arrivati ad adottare metodi simili per minacciare, tormentare e abusare fisicamente chiunque osi criticarli».
I cinque casi documentati da Human Rights Watch coincidono con i dati raccolti da gruppi come il Centro palestinese per lo sviluppo e le libertà dei media (Mada). Secondo il Mada, nel 2015 sono state registrate 192 violazioni della libertà di espressione dei giornalisti tramite l’uso di interrogatori, arresti, fermi e, a Gaza, la proibizione di coprire alcuni temi. Si tratta di un 68 percento in più rispetto al 2014.
Human Rights Watch sottolinea che questo inasprimento nei confronti di giornalisti e attivisti è una violazione dei trattati internazionali firmati dalla Palestina, ma anche della Legge fondamentale palestinese (di fatto la Carta costituzionale - ndr) che protegge la libertà di espressione. Bashi sottolinea che dal 2011 l’Autorità Palestinese sta utilizzando «una vecchia legge risalente al periodo Ottomano che consente alle autorità di arrestare e incriminare qualcuno con l’accusa di insulto a pubblico officiale, o anche solo per diffamazione».
Parlando con l’Associated Press, il portavoce dell’Autorità Palestinese Jamal Dajani ha dichiarato che casi come quelli descritti nel rapporto di Human Rights Watch sono isolati e non hanno nulla a che fare con la libertà di stampa. Il ministro dell’Interno di Gaza, invece, ha garantito «un impegno totale» alla libertà di espressione, assicurando che Hamas non pratica arresti basandosi su attività politiche o giornalistiche.
Sari Bashi ha affermato che i funzionari dell’Autorità Palestinese e di Hamas sono stati molto disponibili nel discutere con Human Rights Watch i casi documentati nel rapporto. Ha poi concluso: «Siamo riconoscenti nei confronti delle autorità, ma crediamo che dovrebbero mettere in pratica i nostri suggerimenti».

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