di Federica Pistono* Sahar Khalifa nasce a Nablus, in Cisgiordania, nel 1941. Nella sua vasta opera narrativa, tradotta in numerose lingue, unisce l’impegno civile per la causa palestinese alla denuncia della condizione della donna nella società araba contemporanea. Dopo aver soggiornato negli Stati...




di Federica Pistono*
Sahar Khalifa nasce a Nablus, in Cisgiordania, nel 1941. Nella sua vasta opera narrativa, tradotta in numerose lingue, unisce l’impegno civile per la causa palestinese alla denuncia della condizione della donna nella società araba contemporanea. Dopo aver soggiornato negli Stati Uniti, nel 1988 torna a Nablus dove fonda il Centro per le donne, con sedi a Gaza e ad Amman.
Considerata una delle voci più autorevoli e stimate della letteratura palestinese, nel 1996 riceve a Roma il Premio Alberto Moravia e, nel 2006, il Premio Naguib Mahfuz per la letteratura. Scrittrice di forte impegno politico e sociale, nel romanzo Terra di fichi d’India, Jouvence, 1976, ci presenta, come scrive Dacia Maraini nella prefazione all’edizione italiana, “la spinosa e difficile vita di un popolo che tenta di mantenere la sua dignità all’interno di un mortificante rapporto invasore-invaso”.
In questo paese lacerato da odio, violenza, rassegnazione, si svolgono le vicende umane di un gruppo di personaggi, molti dei quali si ritrovano, in un crescendo di tensione, in un secondo romanzo, Abbād al-šams (I girasoli) del 1980. In queste due opere si ravvisa una fedele ricostruzione della storia palestinese, come nel romanzo successivo, La porta della piazza, Jouvence, 1994, incentrato sull’Intifada, la “rivolta delle pietre”.
Alla condizione femminile Khalifa dedica un interessante romanzo, La svergognata. Diario di una donna palestinese, Giunti, 1986, in cui l’autrice affronta tematiche che spaziano dai conflitti familiari e generazionali alle relazioni sessuali. Quest’opera è imperniata sul percorso privato di ʿAfaf, una donna borghese prigioniera di convenzioni ormai messe in crisi dalla realtà dei tempi, ma non per questo meno oppressive. L’autrice analizza la dinamica dettagliata che porta alla distruzione dell’identità e della personalità della donna palestinese che, fin dall’infanzia, subisce pressioni e minacce volte a indirizzarla verso il ruolo che le viene assegnato da secoli: quello della madre prolifica, ubbidiente alle tradizioni. La bambina, la ragazza o la donna che tenti di valorizzare la propria femminilità e umanità è una “svergognata”, che viene isolata ai margini della società.
ʿAfaf è una di quelle che si ribellano, che cercano di esprimere il proprio punto di vista: la sua punizione consiste prima nel matrimonio con un uomo che non ama, quindi nell’esilio in un paese produttore di petrolio dove il marito lavora. Lontana da tutto ciò che ha sempre conosciuto, reclusa in un appartamento asettico, costretta a vivere con un marito ubriacone, divenuta sterile in seguito a un aborto, la protagonista entra in crisi, la sua mente comincia a vacillare. Si rifugia nel sogno per evadere dalla realtà, cercando, d’altra parte, di adattarsi a quel codice di comportamento che le è stato inculcato fin dalla nascita. Dopo alcuni tentativi di ribellione che il marito stigmatizza con l’isolamento e il disprezzo, la protagonista intraprende un viaggio verso il paese di origine, la Palestina occupata dall’esercito israeliano.
La donna trova il coraggio di divorziare per cominciare un nuovo capitolo della propria vita, e percorre molte strade, dall’amore all’arte, dal viaggio nella memoria familiare all’impegno politico, constatando come il suo conflitto personale si intrecci con il contesto palestinese degli anni recenti. La prima parte del romanzo, dunque, è un monologo in cui passato e presente, sogno e realtà, si intrecciano e si confondono, un delirio che l’autrice racconta con stile nervoso, in un continuo sovrapporsi di immagini.
La seconda parte del libro riguarda il viaggio fisico e spirituale che la protagonista compie per ritornare nel suo paese occupato, la Palestina, un viaggio volto al recupero dell’identità di donna e di palestinese. L’autrice, attenta alle problematiche dei territori occupati, affronta un tema difficile: la donna palestinese è lì a denunciare il fatto che, nonostante i mutamenti avvenuti nella società, la condizione femminile non è cambiata, neppure per quelle donne che si sono impegnate nel movimento della resistenza.
Khalifa continua a scrivere, affermandosi come una delle protagoniste della narrativa araba contemporanea. Nel 1997 pubblica L’eredità (lisso, 2010), che affronta la tematica delle conseguenze degli accordi di Oslo del 1993, amare per molti palestinesi, mentre nel romanzo successivo, Una primavera di fuoco, Giunti, 2008, si sofferma sull’assedio di Arafat a Ramallah nel 2002. Nelle ultime due opere, Aṣl wa faṣl (Di nobili origini), 2009, e Ḥubbī al-awal (Il mio primo amore), 2011, non tradotti in italiano, l’autrice introduce un confronto tra la Palestina degli anni Quaranta, in cui si compie la nakba, la catastrofe palestinese, con il periodo attuale, interrogandosi sul ruolo della resistenza palestinese nel passato e nel presente.
* traduttrice di romanzi di letteratura araba