mercoledì 14 settembre 2016

Gli Usa con Renzi, contro la Russia



 
 
 
 
 
 
Gli Usa con Renzi Le dichiarazioni dell’ambasciatore americano in Italia - affatto inedite per chi frequenta Palazzo Margherita - segnalano l’attuale approccio della superpotenza al fronte europeo e prescindono dalla riforma costituzionale voluta…
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[Carta di Laura Canali]
La rassegna geopolitica della giornata
Gli Usa con Renzi [di Dario Fabbri]
Le dichiarazioni dell’ambasciatore americano in Italia – affatto inedite per chi frequenta Palazzo Margherita – segnalano l’attuale approccio della superpotenza al fronte europeo e prescindono dalla riforma costituzionale voluta dal premier Renzi.
L’obiettivo degli Stati Uniti, oggi come in passato, è dividere la Germania dalla Russia e soffocare le ambizioni continentali di Mosca.
In tale schema l’Italia riveste un ruolo significativo, specie ora che la Gran Bretagna si avvia ad uscire dall’Unione Europea.
Roma intrattiene da sempre un complesso rapporto con Mosca, per ragioni economiche e culturali, e in questa fase pare vivere con sofferenza la linea oltranzista imposta da Washington. La possibilità che un eventuale governo targato 5Stelle possa (parzialmente) rinnegare la vocazione atlantista e annullare col proprio veto il regime sanzionatorio applicato in questi anni alla Federazione Russa costituisce uno scenario da scongiurare.
In realtà l’Italia non possiede e non possiederà il peso geopolitico necessario per compiere la rottura, ma gli Stati Uniti devono necessariamente essere preparati a ogni evenienza.
In quest’ottica il sostegno garantito dall’ambasciatore Phillips alla riforma costituzionale è semplicemente funzionale al mantenimento del governo Renzi, ritenuto assai più prevedibile dell’attuale opposizione.
Peraltro la riforma in questione è contraria al modello statunitense, nel cui ambito l’esecutivo è subordinato al potere legislativo e la procedura parlamentare mantiene ogni lungaggine e bizantinismo di matrice settecento-ottocentesca. Né gli Stati Uniti si sognerebbero mai di abolire (neanche formalmente) il Senato.
A contare è soltanto la necessità da parte americana di sostenere la continuità del governo italiano. E lo stupore di chi garantisce la sicurezza militare del nostro paese e finisce per essere accusato di ingerenza.

La gara del doping [di Nicola Sbetti]
I primi documenti messi a disposizione dal gruppo di hacker russi “Fancy bear” non hanno certo sorpreso gli addetti ai lavori. È infatti cosa nota l’esistenza di centinaia di atleti (non solo statunitensi o russi) che, sfruttando veri o presunti malesseri legati all’asma o al disturbo del sonno, riescono a ottenere esenzioni rispetto a sostanze stimolanti praticando di fatto una sorta di doping mascherato ma legale.
Dal punto di vista formale queste rivelazioni non dovrebbero portare a nessuna conseguenza per le atlete messe alla berlina; ciononostante l’azione degli hacker russi ha contribuito a rendere noto a un pubblico più ampio l’esistenza di questa enorme zona grigia in cui la differenza fra cosa è o non è doping può essere decisa da un certificato firmato da un medico compiacente.
Anche per questa ragione, appurata l’impossibilità di vincere la cosiddetta “battaglia al doping” attraverso i controlli in gara e a sorpresa, la Wada aveva cambiato strategia. Come ha sottolineato in una recente conferenza internazionale lo studioso Marcel Reinold e come dimostra in maniera esemplare il caso di Julija Stepanova, la Wada fa sempre più affidamento alle fonti confidenziali, ai pentiti e alle indagini investigative.
Questi strumenti si sono rivelati efficaci ma hanno evidenziato anche un problema: come si decide contro chi focalizzare le indagini? Quelle contro il doping in Russia hanno permesso di smascherare un sistema corrotto, ma sono anche state percepite come un attacco diretto a Mosca. Ugualmente le rivelazioni di “Fancy bear” non sembrano aver come obiettivo la lotta al doping, quanto dimostrare che gli atleti statunitensi non sono più “puliti” di quelli russi.
Lo sport è tornato a essere un campo di battaglia fra Stati Uniti e Russia come ai tempi della guerra fredda, anche se non c’è più uno scontro fra ideologie e (al di là della retorica) l’uso del doping da parte degli atleti di entrambi i paesi segue logiche prevalentemente capitalistiche. Proprio per questo sarà interessante capire se le concessioni delle esenzioni terapeutiche ad atleti che non ne avrebbero bisogno risponde a criteri “politici” oppure “economici”. In ogni caso si tratta di un altro brutto colpo per la legittimità della Wada.

La nuova nave dell’Iran [di Alberto de Sanctis]
Il varo di un nuovo catamarano per la Marina del corpo delle Guardie della rivoluzione islamica giunge in un frangente caratterizzato da una ripresa della tensione fra gli Stati Uniti e l’Iran nel Golfo Persico.
Secondo fonti americane, nel 2016 sono già oltre 30 gli episodi in cui navi statunitensi e iraniane si sono confrontate da vicino all’interno del Golfo, più del doppio di quelli registrati nel 2015.
Dieci giorni fa, il pattugliatore Uss Firebolt della Marina Usa è stato avvicinato da sette motolance veloci iraniane e ha dovuto manovrare per evitare la collisione nel momento in cui una di queste si è arrestata sulla sua rotta. Analoghi incidenti hanno interessato il cacciatorpediniere Uss Nitze nei pressi dello Stretto di Hormuz lo scorso 23 agosto e i pattugliatori Uss Tempest e Uss Squall e il cacciatorpediniere Uss Stout lo scorso 24 agosto.
La Marina delle Guardie della rivoluzione è un’arma separata dalla Marina iraniana e dal 2007 ha il compito di difendere la periferia marittima della nazione. Come i colleghi del ramo ordinario, non possiede moderne capacità d’altura e punta sull’impiego di sciami di unità sottili per contestare a un avversario il controllo del mare. Queste piccole imbarcazioni possono essere equipaggiate con missili antinave e sfruttano le acque relativamente poco profonde e circoscritte del Golfo per ovviare ai loro problemi di autonomia e tenuta del mare.
Per capire i rapporti di forza, è bene considerare che se un cacciatorpediniere missilistico della Marina statunitense ha un dislocamento di quasi 10 mila tonnellate, un singolo pattugliatore lanciamissili iraniano non supera la quindicina di tonnellate.
Al fianco delle unità sottili che operano in mare con compiti di interdizione e deterrenza, le forze iraniane fanno ricorso anche a un gran numero di batterie terrestri antinave e antiaeree per difendere gli accessi alla nazione. Sempre fonti statunitensi sostengono che lo scorso fine settimana due ricognitori Usa impegnati a sorvolare lo spazio aereo internazionale del Golfo sarebbero stati minacciati di abbattimento se avessero violato lo spazio aereo iraniano.
Episodi del genere aiutano a spiegare l’urgenza con cui il capo delle operazioni navali della Marina Usa, ammiraglio John Richardson, ha invocato l’adozione di regole e procedure condivise che governino le interazioni fra le Marine statunitense e iraniana per evitare che uno di questi incidenti produca effetti destabilizzanti sull’intera regione.
È però bene ricordare come lo scorso gennaio, quando due imbarcazioni d’assalto americane violarono le acque territoriali iraniane per un problema al loro sistema di navigazione con annesso fermo e successivo rilascio degli equipaggi da parte delle Guardie della rivoluzione, l’episodio non provocò alcuna recrudescenza o peggioramento dei rapporti bilaterali. Da parte americana c’è infatti il sospetto che alcuni dei propri comandanti regionali stiano dando notizia di incidenti che prima non venivano divulgati poiché consapevoli del loro impatto mediatico in questa fase dei rapporti Stati Uniti-Iran.

Il Venezuela non allineato
Doccia fredda internazionale per il Venezuela: nei giorni in cui il paese ospita sulla blindatissima Isla Margarita il vertice del Movimento dei paesi non allineati (uno dei pochi forum in cui Maduro può ancora trovare qualche alleato), il Mercosur decide di bypassare il turno semestrale di presidenza che sarebbe toccato a Caracas e sostanzialmente di congelarne la partecipazione al gruppo.
Gli Stati fondatori – Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay – concedono qualche mese al Venezuela per armonizzare la propria legislazione con quella richiesta dal Mercosur, in cui il paese allora retto da Chávez è stato ammesso nel 2012. Per il ministro degli Esteri del Brasile post-Dilma, José Serra, se entro il 2 dicembre Caracas non si mette in regola sarà sospesa dall’organizzazione.
Lo stop imposto al Venezuela è una vittoria del fronte anti-chavista che presiede due ex alleati come l’Argentina e il Brasile. Rappresenta un segnale oltremodo allarmante per Maduro: negli ultimi mesi le abituali malefatte del suo governo (arresto degli oppositori, temporeggiamento sul referendum revocatorio nel contesto di una crisi economica senza fine) non vengono più accolte con indifferenza nell’emisfero. Le credenziali democratiche del Venezuela vengono ormai apertamente messe in discussione dai paesi latinoamericani.
L’unico modo per mettere a tacere le critiche interne e internazionali sarebbe permettere entro quest’anno il referendum revocatorio sul presidente. Ma il blocco chavista pare non avere intenzione di perdere il potere.

Il Pakistan si esercita con la Russia [di Francesca Marino]
L’annuncio di manovre militari congiunte tra Russia e Pakistan arriva quasi in contemporanea all’annuncio di esercitazioni navali combinate tra Cina e Russia. A sottolineare la ormai sempre più stretta vicinanza tra Islamabad e Pechino (anzi, la ormai quasi totale dipendenza di Islamabad da Pechino) e il cambiamento in atto nel famoso “grande gioco” tra Pakistan, Afghanistan e dintorni.
Mentre gli Usa saldano sempre più i rapporti con l’India, e Nuova Delhi a sua volta stringe accordi di varia natura con Afghanistan e Iran, il Pakistan si ritrova politicamente sempre più isolato e messo alle corde da Washington. Con la quale le relazioni sono ormai da tempo piuttosto difficili.
Le ragioni sono svariate. Fra queste, il rifiuto a internazionalizzare la questione del Kashmir, l’altrettanto deciso diniego alla stipula di accordi sul nucleare civile, sulla falsariga di quelli tra Delhi e gli Usa, e l’ostracismo all’entrata nel Nuclear Suppliers Group.
L’avvicinamento alla Russia, storica alleata dell’India, fa parte di una nuova strategia politica dei vertici militari di Islamabad. Strategia che, però, mostra tutti i suoi limiti in quanto centrata non su un obiettivo positivo (lo sviluppo del Pakistan), ma su uno scopo d’interdizione: contrastare Nuova Delhi, il nemico di sempre.

Anniversari geopolitici del 14 settembre
1829 – Siglato il trattato di Adrianopoli
1960 – Fondata l’Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio (Opec)
1960 – Mobutu Sese Seko prende il potere in Congo con un colpo di Stato
2003 – Tramite referendum la Svezia rigetta l’adesione all’euro.
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