lunedì 22 agosto 2016

ISRAELE. Il segreto oscuro dei bambini rubati

Si parla di migliaia di neonati strappati alle loro madri (ebree di origine araba) negli anni della fondazione dello Stato















Roma, 22 agosto 2016, Nena News – E’ il segreto più oscuro d’Israele – o almeno così lo ritiene un giornalista israeliano – un Paese la cui breve storia è ricca di episodi oscuri. Lo scorso mese Tzachi Hanegbi, il ministro della Sicurezza nazionale, è diventato il primo ufficiale governativo ad ammettere che centinaia di bambini sono stati rubati alle loro madri negli anni successivi la fondazione dello stato d’Israele avvenuta nel 1948. In realtà, è molto più probabile che il loro numero sia vicino alle migliaia.
Per circa settant’anni i vari governi israeliani che si sono succeduti – e le tre inchieste pubbliche che si sono aperte – hanno sempre negato questo reato sostenendo che quasi tutti i neonati scomparsi erano morti, vittime di un periodo caotico durante il quale Israele stava assorbendo decine di migliaia di nuovi immigranti ebrei.
Tuttavia, la versione ufficiale appare sempre più inverosimile man mano che un numero crescente di famiglie si fa avanti e racconta la sua sofferenza aiutate in questo di recente anche dai social media. Sebbene a molte madri sia stato detto che i loro figli erano morti durante o poco dopo il parto, a nessuno di esse è mai stato mostrato il corpo, né la tomba e né è stato mai rilasciato un certificato di morte. Ad alcune i figli sono stati strappati dalle braccia da infermiere che le rimproveravano di aver messo al mondo più bambini di quanti potevano crescere in maniera appropriata.
Secondo gli attivisti, nei primi anni dello stato circa 8.000 bambini sono stati confiscati alle loro famiglie e sono stati o venduti o consegnati a coppie ebree senza figli in Israele o all’estero. Per molti questo è assimilabile ad un vero e proprio traffico di bambini. Solo pochi neonati sono stati riuniti alle loro famiglie biologiche. La vasta maggioranza, invece, è del tutto inconsapevole da dove è stata prelevata. Le severe leggi israeliane sulla privacy rendono quasi impossibile per loro visionare i documenti ufficiali che potrebbero rivelare la loro adozione clandestina.
Gli ospedali israeliani e i servizi sociali hanno agito da solo o c’è una connivenza con i corpi governativi? Al momento questo non è chiaro. Tuttavia, è difficile immaginare che tali rapimenti di massa avvenivano senza che gli ufficiali non chiudessero gli occhi. Secondo alcune testimonianze, i parlamentari, lo staff del ministero della salute e giudici di alto grado conoscevano già allora l’esistenza di queste pratiche. La decisione di aver messo sotto chiave fino al 2071 tutti i documenti relativi ai bambini sa di insabbiamento.
Hanegbi, a cui il premier Benjamin Netanyahu ha affidato il compito di riesaminare tutto il materiale classificato, è stato evasivo alla domanda di un possibile coinvolgimento delle autorità israeliane. “Potremmo non saperlo mai” ha dichiarato. I critici d’Israele sono ormai assuefatti alla litania delle atrocità connesse alla fondazione dello Stato. Tra queste, le centinaia di migliaia di palestinesi espulse dalla loro terra nel 1948 per far spazio a Israele e ai suoi nuovi immigranti ebrei.
Eppure la storia dei bambini rubati rappresenta uno choc inatteso. Questi crimini non furono commessi contro i palestinesi, ma contro altri ebrei. I genitori dei bambini rapiti erano arrivati nel nuovo stato attratti dalle rassicurazioni che lì avrebbero trovato un rifugio alle persecuzioni. Ma il rapimento dei bambini e, allo stesso tempo, l’espulsione di massa dei palestinesi non sono eventi indipendenti. Lo scandalo dei neonati fa luce non solo sul passato d’Israele, ma anche sul presente. I bambini rubati non furono presi a caso. Un gruppo specifico di persone fu colpito: gli ebrei appena immigrati dal Medio Oriente. La maggior parte proveniva dallo Yemen, ma vi erano anche quelli dell’Iraq, Marocco e Tunisia.
Il loro essere ebrei ma arabi era visto come una minaccia diretta alla sopravvivenza dello Stato ebraico ed era considerata non meno seria della presenza stessa dei palestinesi. Israele “dearabizzò” questi ebrei mediorientali con la stessa inflessibile determinazione con cui aveva cacciato la maggior parte dei palestinesi dall’area. Come la maggior parte della generazione che ha fondato lo Stato, David Ben Gurion, il primo premier d’Israele, proveniva dall’Europa orientale. Accettò le nozioni coloniali e razziste che dominavano in Europa. Secondo lui, gli ebrei europei erano un popolo civilizzato che andava in una regione barbara e primitiva.
Ma i primi sionisti europei non erano semplicemente dei coloni. Erano diversi dai britannici in India, per esempio, che erano principalmente interessati a sottomettere i nativi per sfruttare le loro risorse. Se la Gran Bretagna trovava troppo oneroso “addomesticare” gli indiani – come in effetti è accaduto – poteva fare i bagagli e andarsene. Una possibilità che Ben Gurion e i suoi successori hanno sempre escluso. Loro venivano [in Palestina] non solo per sconfiggere il popolo indigeno, ma anche per rimpiazzarlo. Venivano per costruire il loro Stato ebraico sulle rovine della società araba di Palestina.
Gli studiosi chiamano tale iniziativa – creare una patria permanente sulla terra di un altro popolo – “colonialismo d’insediamento”. Noto è il caso dei coloni europei che si impadronirono delle terre nel Nord America, dell’Australia e del sud Africa. Lo storico israeliano Ilan Pappè ha notato come le azioni del colonialismo d’insediamento si distinguono da quelle del colonialismo normale per quella che lui definisce “logica dell’eliminazione” che ne costituisce il movente.
Tali gruppi devono adottare strategie di estrema violenza verso la popolazione indigena. Possono commettere un genocidio, come è successo ai popoli nativi americani e agli aborigeni australiani. Qualora il genocidio non fosse possibile, possono allora imporre con forza una segregazione basata su criteri razziali, come è accaduto in Sud Africa. O possono commettere pulizie etniche ad ampia scala, come ha fatto Israele nel 1948. Possono adottare più di una strategia.
Ben Gurion non doveva soltanto distruggere la società palestinese, ma assicurarsi che l’“arabicità” non penetrasse nel suo nuovo Stato attraverso la porta posteriore. I grandi numeri di ebrei arabi che giunsero nella prima decade [dalla fondazione dello Stato] erano necessari per la sua guerra demografica contro i palestinesi e come forza lavoro. Tuttavia, essi ponevano anche una minaccia. Ben Gurion temeva che avrebbero potuto “corrompere” culturalmente il suo stato ebraico importando in esso quello che lui chiamava “lo spirito del Levante”.
Se gli ebrei adulti della regione non potevano liberarsi dal loro essere “primitivi” – così Ben Gurion sosteneva – la leadership sionista sperava che la generazione successiva, la loro discendenza, avrebbe potuto farlo. Dovevano essere riformati attraverso l’istruzione e [doveva venire inculcato loro] il disprezzo verso tutto ciò che era arabo. E questo compito poteva essere reso più facile se essi venivano prima separati dalle loro famiglie biologiche. Gli attivisti israeliani che chiedono giustizia per le famiglie dei bambini rubati sottolineano come il trasferimento forzato di bambini da un gruppo etnico ad un altro corrisponda alla definizione delle Nazioni Unite di genocidio.
Ovviamente il furto dei bambini ebrei arabi e il loro ricollocamento tra gli ebrei europei si sposava perfettamente con la logica dell’eliminazione propria del colonialismo d’insediamento. Tali rapimenti non sono avvenuti solo in Israele. L’Australia e il Canada, per esempio, hanno sequestrato neonati alla popolazione nativa nel tentativo di “civilizzarli”.
La “rieducazione” degli ebrei arabi d’Israele è stata ampiamente un successo. Il Likud, il partito di Netanyahu profondamente anti-palestinese, ha in questo gruppo un forte sostegno. Ed è proprio perché non vuole perdere questi sostenitori che Netanyahu ha concordato ad un riesamina delle prove sui bambini rubati. Ma se c’è una lezione che bisogna apprendere dalla parziale ammissione del governo sui rapimenti, è quella che Netanyahu e l’élite europea d’Israele non sono ora pronti a cambiare le loro vedute.
Ciò dovrebbe mettere in guardia gli ebrei arabi d’Israele al fatto che essi condividono con i palestinesi lo stesso nemico: una classe dirigente ebraica europea che resta decisamente contraria all’idea di vivere in pace e di rispettare sia gli arabi che la regione.
Traduzione a cura della redazione di Nena News
*Jonathan Cook ha vinto il premio speciale Martha Gellhorn per il giornalismo. I suoi ultimi libri sono: “Israele e lo scontro di civiltà: Iraq, Iran e il piano per rifare il Medio Oriente (Pluto Press); e “La Palestina che scompare: gli esperimenti d’Israele sulla disperazione umana” (Zed books). Il suo sito web è www.jkcook.net


Nota personale 


Gli articoli di Haaretz aggiungono nuove informazioni: stesso destino toccò a bambini provenienti da famigli ebraiche occidentali.  Gideon Levy  teme che anche il fratellino ne sia stato coinvolto e lo sta cercando


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