mercoledì 17 agosto 2016

Robert Fisk :L’Isis non ha radicalizzato i giovani musulmani, li ha resi infantili

11 agosto 2016
Il vecchio Vescovo Daly è stato un mio eroe. In un’epoca in cui la Chiesa Cattolica era tradita dai sui stessi preti pedofili, era un uomo di grande coraggio, nell’affrontare  il fatto di essere mortale  dopo un ictus tremendo, proprio come lo era stato quando sventolò un fazzoletto intriso di sangue davanti ai paracadutisti britannici, mentre trasportava  il dimostrante Jackie Duddy, ferito e morente,  nella  Domenica di sangue.
Duddy aveva 17 anni quando fu ucciso da un soldato britannico del 1° Battaglione del Reggimento Paracadutisti, il 30 gennaio 1972. Daly aveva 82 anni quando è morto questa settimana, ed era un uomo che ho sempre collegato – per tutti  giusti motivi – con la morte.
Meno di due settimane prima, Padre Jacques Hanel (tre anni più anziano di Daly), è morto di fronte al suo altare fuori Rouen, con la gola tagliata da due uomini che hanno dichiarato di essere aderenti dell’Isis, proprio il culto della morte. Sono stati uccisi dalla polizia.
Ma che dire delle centinaia – delle migliaia – di seguaci dell’Isis in Medio Oriente che hanno tagliato le teste dei loro nemici, hanno tagliato loro la gola, li hanno bruciati vivi, e li hanno calati in piscine abbondantemente riempite, li hanno abbattuti con una tempesta di raffiche di fucile mitragliatore? Non hanno affatto una coscienza, anche nei loro ultimi anni ( sempre ipotizzando che vivano così a lungo), decrepiti e pelati e in attesa della fine? Per sempre “vedranno in modo confuso come in  uno specchio”? (Lettera di San Paolo ai Corinzi, 13:12, nd.t.).
Ho posto questa domanda al Vescovo Daly alcuni anni dopo che era andato in pensione. Una sera eravamo seduti nella sua stanza vicino alla Cattedrale di Sant’Eugenio a Derry. Gli uomini dell’IRA avevano trovato la consapevolezza nella vecchiaia, gli ho chiesto, quando hanno visto che la morte stava arrivando da loro?
“No, Robert, non capisci,” mi disse tristemente. “Il momento in cui la realtà  crolla addosso a loro, è quando nasce il loro primo figlio. Hanno partecipato alla creazione di una vita, e tre mesi dopo i giovani uomini vengono da me con dei problemi perché hanno ucciso qualcuno. Questo lo colpisce quando sono ancora giovani e non a tanta distanza dall’atto di uccidere. Alcuni di loro si sono seduti qui e hanno pianto.”
Però, rileggere la mia intervista del 1997 con Daly, mi riporta indietro a un momento di quasi sei settimane fa, quando ero in piedi sul palcoscenico del teatro romano a Palmira, insieme a un capitano dell’esercito siriano, non molto tempo dopo la liberazione della città dall’Isis. “Hanno fatto inginocchiare 25 nostri soldati sul palcoscenico dopo aver catturato Palmira l’anno scorso, uno accanto all’altro, con le mani legate,” mi ha detto. “Poi i nostri soldati sono stati uccisi con un colpo di arma da fuoco alla nuca, uno alla volta.”
Ho chiesto se l’assassino era stato trovato. Il capitano sorrise della mia stupidità. E di nuovo non compresi. “Colui che lo ha ucciso era un ragazzino,” disse. “Aveva circa 10 anni. Quando i terroristi se ne sono andati, lo hanno portato con loro.”
L’Isis, in qualche modo – di gran lunga meno pericoloso dei  sosia  di al-Qaida che ora si presentano sotto la denominazione di Fattah el-Shams – aveva fatto un passo oltre lo scenario desolato di cui aveva parlato il Vescovo Daly: il padre killer affranto, spinto a pentirsi dalla nascita di suo figlio. Nella nuova era dell’Isis, l’uomo-bambino è l’uccisore.
Sì, la storia detta dal capitano siriano era perfettamente comprensibile. C’è una videocassetta in Siria dove di vede un bambino che recide con un coltello la testa di un prigioniero, un’altra di un bambino di 7 anni – figlio di un combattente australiano, ora morto, che si chiamava Khaled Sharrouf – che tiene in mano una testa umana tagliata.
Ero stato molto colpito, un paio di anni fa, quando la polizia francese ha trovato due account  Facebook su un computer portatile di un’adolescente che era andata in Siria. Uno era pieno di feste scolastiche e di musica, l’altra conteneva un’immagine di Aleppo distrutta e una preghiera che lei potesse aiutare a salvare le donne e i bambini della città. Quale era il “post reale su Facebook ” volevano sapere i poliziotti? La risposta era certamente semplice: entrambi.
Sono stato anche più meravigliato dall’osservazione fatta quest’anno da un giudice francese che aveva notato che la madre di un sospetto jihadista gli portava al figlio, durante gli intervalli del processo, il cibo che gli piaceva quando era uno scolaro. Il giudice commentava la natura infantile di questo comportamento. Sì, mammina gli portava il suo gelato preferito di quando andava a scuola.
E c’è, non è vero?  un debole nesso tra questo e le patetiche email di adolescenti che sono già in Siria con le quali rassicurano i futuri jihadisti ugualmente immaturi, che a Raqqa potranno comprare il loro cibo preferito. Gli uomini armati dell’Isis sono apparsi su dei video per lodare la loro amatissima crema di nocciole e cioccolata, spalmabile, il loro entusiasmo per i gattini, e il loro odio per Guerre Stellari (troppo violento, naturalmente).
Tutto questo ci fa capire che i “terroristi televisivi” dell’Isis non si sono affatto radicalizzati, come sostengono i nostri esperti di terrore e Scotland Yard. Sono stati “infantilizzati”. L’Isis ha abbattuto il muro che separa l’infanzia dall’età adulta, l’innocenza dalla colpa. Questo – molto di più che le uccisioni di massa – è il loro bieco successo.
I nostri dittatori arabi “moderati” lo hanno fatto per anni, naturalmente, trasformando la loro popolazione oppressa in bambini che obbediranno allegramente a qualsiasi ordine per fare piacere al loro preside, pronti a votare al 98% – anche al 100% a favore della causa del loro leader. L’ultimo appello di Mubarak per la sua sopravvivenza politica in Egitto, cominciava con le parole: “Bambini miei, bambini miei” Ma dove lascia, tutto questo le nostre barriere interne alla violenza?
Un paio di giorni  dopo la morte del Vescovo Daly, un assistente sociale delle famiglie in lutto mi ha ricordato Marie Newton, il cui marito John Toland era stato ucciso nel 1976 dall’UDA (Ulster Defence Association), protestante (forse con la complicità delle forze di sicurezza).  Marie restò con sette figli di cui prendersi cura. Si ricordava di aver detto loro, dopo che John era tato ucciso, che era stata fortunata di essere stata la moglie del loro padre assassinato e non la moglie dell’uomo che aveva premuto il grilletto.
Era un sentimento che il Vescovo Daly avrebbe ammirato. Nella sua biografia, parla della Domenica di sangue – aveva 39 anni all’epoca – come della “giornata in cui ho perso qualsiasi nozione romantica o ambivalenza che avessi potuto avere circa la moralità dell’uso di armi come mezzo per risolvere i nostri problemi politici.” Il conflitto armato, scriveva, “abbrutisce sia chi vi partecipa che la società in cui i guerrieri [sic] si impegnano…”
Nel 2003, i parenti di Derry dei 14 uomini cattolici uccisi dall’esercito britannico, tentarono di fare il gemellaggio della loro città con Fallujah, in Iraq, dopo che i paracadutisti americani avevano ucciso lì 16 arabi musulmani, tutti apparentemente disarmati. Questi gesti però, si avvicinano poco a un Medio Oriente dove la cerimonia dell’innocenza è stata così profondamente annegata.
Ho visto per l’ultima volta Daly nel 2002, quando le famiglie della Domenica di sangue mi invitarono a fare il discorso commemorativo a Derry – il primo britannico a cui è stato chiesto – e prima mi avvicinai al vescovo che era seduto tra il pubblico.
Stava chiacchierando tranquillamente in terza fila. Gli dissi che non avevo alcuna intenzione di parlare dei miei incontri con Osama bin Laden in Afghanistan. Mi ero annoiato di ripeterli quando parlavo in pubblico e nelle interviste. Daly scosse la testa con una meraviglia divertita. “No!” ruggì. “Vorranno che tu gli dica tutto di lui.” Se dovessi rivolgermi allo stesso pubblico oggi, tuttavia, dubito che sarebbero così entusiasti di sentire le mie parole. Neanche il Vescovo Daly.
L’eredità di Bin Laden in Medio Oriente si è trasformata in qualcosa che forse oggi neanche lui potrebbe riconoscere. Il nichilismo ha generato “l’infantilizzazione”  dove lo scolaro e l’assassino sono diventati una cosa sola, tanto innocente e colpevole quanto l’altro.
Non ci si può più fidare che  coloro che hanno “partecipato alla creazione di una vita” provino alcuna consapevolezz, quando l’unica realtà che “crollerà addosso a loro” sarà che il bambino verrà presto contaminato dalle azioni del padre.
Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo
www.znetitaly.org
Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/isis-has-not-radicalised-young-muslims-it-has-infantilised-them/
Originale : The Independent
Traduzione di Maria Chiara Starace
Traduzione © 2016 ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC BY NC-SA 3.0

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