Foto:
Protest against the occupation, Kafr Qaddum, West Bank, 26.8.2016 24
agosto 2016 di Ramzy Baroud “Meriti di vedere i tuoi cari soffrire e
poi morire. Ma…
invictapalestina.wordpress.com
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Protest against the occupation, Kafr Qaddum, West Bank, 26.8.2016 24
agosto 2016 di Ramzy Baroud “Meriti di vedere i tuoi cari soffrire e
poi morire. Ma…
Foto: Protest against the occupation, Kafr Qaddum, West Bank, 26.8.2016
24 agosto 2016 di Ramzy Baroud
“Meriti
di vedere i tuoi cari soffrire e poi morire. Ma penso che il primo a
farti male sarai tu.” Questa è solo una parte di una lettera di minacce
ricevuta da un membro dello staff di ‘Al-Mezan’, gruppo per i diritti
umani con sede a Gaza. In allegato, la mail conteneva la foto
dell’esterno della casa dell’attivista. Il messaggio era chiaro: ‘Stiamo
venendo a prenderti’.
‘Al-Mezan’, insieme ad altre tre organizzazioni palestinesi,
‘Al-Haq’, ‘Addameer’ e il Palestinian Center for Human Rights ha
partecipato attivamente alla presentazione di un documento dinanzi alla
Corte Penale Internazionale, in cui Israele è accusato di crimini di
guerra in Palestina, con particolare riferimento all’operazione condotta
su Gaza nel 2014.
Nell’aprile del 2015, l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) ha
sottoscritto in via ufficiale lo Statuto di Roma; qualche mese dopo, a
novembre, i gruppi hanno preparato un dossier che contiene le prove di
presunti crimini di guerra e contro l’umanità perpetrati da Israele.
La guerra alle organizzazioni indipendenti per i diritti umani,
tuttavia, è precedente a questi fatti. Se le restrizioni ai danni delle
ONG israeliane, soprattutto quelle che contrastano l’occupazione, sono
piuttosto recenti, i gruppi palestinesi sono tristemente abituati alle
pressioni, alla violenza, alla limitazione del diritto di movimento,
alle incursioni nelle sedi di lavoro e agli arresti arbitrari.
L’episodio più recente non è che un esempio.
“A partire dal settembre 2015, molte organizzazioni sono state
oggetto di campagne calunniose e intimidatorie, tese a screditarle agli
occhi dell’opinione pubblica e a generare timori e insicurezza tra i
loro membri,” ha scritto Amhad Iraqui sulla rivista israeliana ‘+972’.
“Le intimidazioni sono culminate con minacce di morte dirette contro due
persone: uno dei portavoce di ‘Al-Mezan’ e Nada Kiswanson, avvocato
svedese-palestinese, che rappresenta Al-Haq all’Aia”.
Israele si sente sotto pressione. L’immagine attentamente studiata
che vuole proporre al mondo, quella di un’oasi di democrazia in un
deserto di regimi autoritari, fa ormai acqua da tutte le parti.
L’occupazione, le guerre, l’assedio di Gerusalemme Est, Cisgiordania e
Gaza, la diffusione di immagini e di informazioni su internet e sui
social media non gli consentono di continuare a propinare la hasbara
ufficiale. Da qui nasce il nervosismo.
La Knesset propone e promulga leggi per limitare il raggio d’azione
dei gruppi per i diritti umani, o di qualunque organizzazione della
società civile che possa, in alcun modo, criticare il governo e mostrare
aperture verso i Palestinesi.
È ormai in vigore la ‘Legge sulle ONG’, che sono ormai obbligate a
dichiarare le proprie fonti di finanziamento se non vogliono incorrere
in una sanzione. Sui fondi dichiarati, viene poi imposta una tassazione
elevata. L’Unione Europea e il Governo degli Stati Uniti hanno messo in
guardia Israele sulla legittimità di tale normativa, ma senza alcun
risultato. La terminologia usata è così vaga e aspecifica che il governo
può prendere di mira le organizzazioni senza risultare vendicativo o
mosso da ragioni di natura politica.
“Di
fatto, in Israele vige il fascismo,” sostiene David Tartakover, la cui
dichiarazione è stata ripresa anche dal britannico Guardian. Tartakover,
l’artista autore del logo per la campagna israeliana ‘Peace Now’ alla
fine degli anni ’70, ha parlato di ‘una lenta spirale di limitazioni’,
avviata nel 1995 (dopo l’assassinio del Primo Ministro Yitzhak Rabin, da
parte di un estremista ebraico), che ha subito un’accelerazione nel
corso dell’ultimo anno.
Si può citare ad esempio il “Loyalty in Culture Bill” [Decreto di
Lealtà per la cultura, N.d.T.], che, secondo Michael Griffiths, “sembra
una norma tratta dal romanzo 1984”. Ma purtroppo non si tratta di
finzione: il decreto prende di mira artisti e scrittori e consente di
negare i finanziamenti alle organizzazioni che promuovono materiale non
gradito all’establishment politico israeliano.
Una
delle vittime è stato il romanzo israeliano “Borderlife”, di Dorit
Rabinyan, che racconta una storia d’amore tra un uomo palestinese e una
donne ebrea. Il Ministro dell’Istruzione israeliano, il falco Naftali
Bannett, ha vietato la pubblicazione dell’opera, in quanto promuoverebbe
l’‘assimilazione’ tra le razze.
Con il governo ‘più a destra’ della storia di Israele e un parlamento
altrettanto radicale, simili norme non potranno che proliferare.
Tuttavia, se le organizzazioni, i gruppi e gli artisti dissenzienti
israeliani sono soggetti a censure, multe e sottrazione di fondi, per i
Palestinesi le minacce sono decisamente più concrete.
Basti pensare al linguaggio sfoggiato durante una recente conferenza organizzata dal quotidiano israeliano ‘Yediot Aharonot’.
Secondo
il giornalista d’inchiesta Richard Silverstein, l’evento, teso a
criminalizzare il movimento internazionale di Boicottaggio,
Disinvestimento e Sanzioni (BDS) “si è trasformato in un’autentica fiera
dell’odio.”
“Dalle deliranti star hollywoodiane ai ministri di gabinetto,
passando per il leader dell’opposizione, tutti hanno giurato fedeltà
alla causa,” ha scritto.
Tra le autorità presenti, il Ministro dei Servizi Segreti, Israel
Katz, che ha addirittura invocato “le uccisioni civili mirate” per i
leader del BDS come Omar Barghouti. Secondo Silverstein, la frase usata
da Katz, “sikul ezrahi memukad”, deriverebbe da un eufemismo usato nella
lingua ebraica per indicare gli omicidi mirati dei terroristi (il
significato letterale è ‘vanificazione mirata’).
Il movimento BDS, assolutamente non violento, cerca di fare pressione
sui vari governi occidentali e viene dunque percepito da Israele come
un’organizzazione criminale e non come un’associazione della società
civile. In realtà, il BDS chiede semplicemente che sia riconosciuta la
responsabilità morale e legale dei governi occidentali e delle imprese
che contribuiscono in qualsiasi misura alle violazioni dei diritti umani
e del diritto internazionale commesse da Israele. Le recenti minacce di morte ricevute dagli attivisti che chiedono il
rispetto del diritto internazionale e invocano giustizia per le migliaia
di civili uccisi a Gaza durante gli ultimi conflitti sono solo la punta
dell’iceberg.
Le limitazioni ai danni dei gruppi indipendenti per i diritti umani
sono un fenomeno piuttosto comune in Medio Oriente, ma la campagna
israeliana è più insidiosa, perché non cattura l’attenzione dei media e
anzi, viene spesso incoraggiata dagli Stati Uniti e dagli altri governi
occidentali.
Pensiamo ad esempio alla normativa promulgata dallo Stato del New
Jersey (governato dal Partito Democratico) e sottoscritta dal
Governatore Chris Christie. Il New Jersey è uno degli ultimi Stati degli
USA ad aver dichiarato fuori legge il BDS; le imprese che dovessero
praticare qualsiasi forma di boicottaggio ai danni di Israele
incorrerebbero in una sanzione.
Senza alcuna assunzione di responsabilità, Israele continuerà a
colpire le ONG, a minacciare gli attivisti e a chiunque si dimostri
critico verso le sue politiche.
“Di fatto, in Israele vige il fascismo,” ha dichiarato Tartakover. Come dargli torto?
Immagini liberamente scelte da Invictapalestina.org
Trad. Romana Rubeo
Fonte: http://www.ramzybaroud.net/punishing-messenger-israels-war-ngos-takes-worrying-turn/
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