martedì 30 agosto 2016

 
 
 
 
La vicenda di Ahmad Mansour, controllato dai servizi segreti degli Emirati grazie a un soft dell’azienda israeliana Nso, ha fatto emergere le produzioni “speciali” che…
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La vicenda di Ahmad Mansour, controllato dai servizi segreti degli Emirati grazie a un soft dell’azienda israeliana Nso, ha fatto emergere le produzioni “speciali” che pongono ai primi posti lo Stato ebraico nel campo dello spionaggio informatico


di Michele Giorgio – Il Manifesto
Roma, 30 agosto 2016, Nena NewsAhmad Mansour se l’è vista brutta negli ultimi anni. All’inizio del 2011, dopo aver firmato una petizione che chiedeva riforme democratiche ai ricchi regnanti di Dubai, Abu Dhabi e degli altri Emirati, fu travolto da una campagna diffamatoria online orchestrata dall’apparato di sicurezza. Twitter, Facebook, televisione e radio diffusero informazioni false su di lui. Lo fecero passare per un degenerato nemico dello Stato. Poi ad aprile venne incarcerato per quasi otto mesi per aver “insultato i governanti”.  Infine a novembre fu condannato a tre anni per lo stesso “reato”.  Le proteste internazionali lo salvarono dalla prigione. Da allora Mansour prosegue, tra mille ostacoli e minacce, la sua attività a difesa dei diritti umani. Sa che i servizi di sicurezza lo tengono costantemente sotto controllo. Così quando qualche settimana fa ha ricevuto un sms sospetto con l’invito a cliccare su un link, ha deciso di rivolgersi al Citizen Lab (un gruppo di esperti di sicurezza dell’Università di Toronto). Un eccesso di cautela che si è rivelato provvidenziale.
Se avesse  cliccato quel link, gli hanno spiegato, il suo iPhone 6, grazie a uno spyware (un programma di spionaggio), sarebbe diventato uno strumento perfetto per sorvegliarlo in tutto: gli spostamenti, i messaggi inviati e ricevuti, le telefonate. E, sorpresa tra le sorprese,  dietro allo spyware utilizzato dalla polizia politica degli Emirati per tenerlo sotto controllo, c’è il Nso Group, una società israeliana specializzata nella vendita di software spia che impiega ex membri dell’unità 8200 dell’intelligence militare incaricata di intercettare le comunicazioni elettroniche: email, social network e telefonate. Lo scopo principale della 8200, ha scritto in passato la stampa israeliana, è quello di «controllare ogni aspetto della vita  dei palestinesi». Registra qualsiasi dettaglio «dannoso» alle loro vite – preferenze sessuali, problemi finanziari, malattie e relazioni extraconiugali–  per servirsene, a tempo debito, «per estorcere o ricattare le persone». Tra le telefonate intercettate con più regolarità ci sarebbero proprio quelle a sfondo sessuale. «Nell’intelligence i palestinesi non hanno alcun diritto – spiegò  Nadav, un sergente al quotidiano britannico Guardian, dopo il dissenso espresso due anni fa da 43 membri dell’unità 8200 – Non è come per i cittadini israeliani che, se si vogliono raccogliere informazioni su di loro, è necessario andare in tribunale». I dati raccolti servono in molti casi a far diventare determinate persone spie dell’occupante, minacciando di rivelare fatti personali delicati.
L’attivista degli Emirati Mansour perciò doveva diventare un libro aperto e ricattabile per i suoi controllori e la Nso ha messo a disposizione dei servizi di sicurezza degli Emirati, ufficialmente ancora “nemici” di Israele, il software giusto, Pegasus. Il mondo è rimasto all’oscuro per settimane. I possessori di un iPhone o di un iPad hanno installato su suggerimento della Apple un aggiornamento di emergenza, iOS 9.3.5, senza sapere che risolve tre punti deboli, sfruttati da Pegasus, del sistema operativo del gigante di Cupertino.  
La vicenda di Mansour e la vulnerabilità nel sistema di sicurezza della Apple hanno acceso i riflettori su questo settore dell’economia israeliana che viaggia a gonfie vele. Il Nso Group, con sede a Herzliya – ora di proprietà della società statunitese Francisco Partners Management – opera in completa segretezza. Non ha nemmeno un sito web ed è una delle 27 società di sorveglianza elettronica con sede in Israele, secondo i dati contenuti in un recente rapporto della Ong britannica Privacy International. In Israele la percentuale di tali imprese è dello 0.33 ogni 100.000 persone (negli Stati Uniti è dello 0.04.). Tutte queste società affermano di lavorare contro il crimine e il terrorismo. Parole magiche di questi tempi, specie perché arrivano da Israele indicato come “modello di sicurezza” dall’Europa e dagli Usa mentre gli attivisti dei diritti umani lanciano l’allarme sulla scarsa attenzione nei confronti dell’abuso di tale tecnologia da parte di governi che intendono colpire oppositori e dissidenti. 
Le competenze di Israele derivano in parte dal suo esercito che investe generosamente nella cosiddetta cyberguerra. L’unità 8200 è considerata un laboratorio per le future start-up. Dopo aver lasciato il servizio militare, i suoi membri sfruttano le loro conoscenze per fondare aziende o per farsi assumere da quelle esistenti, più di 300, che per la maggior parte producono programmi per proteggere le istituzioni pubbliche dagli attacchi informatici. «Il 10 per cento di queste aziende invece lavora a tecnologie che consentono l’infiltrazione dei sistemi informatici», spiega Daniel Cohen, esperto israeliano di cyberguerra. Secondo Privacy International, tali imprese  hanno fornito la tecnologia per monitorare Internet e la telefonia mobile alla polizia segreta in Uzbekistan e Kazakhstan, così come alle forze di sicurezza colombiane, Trinidad e Tobago, Uganda, Panama e Messico. Nena News

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