lunedì 29 agosto 2016

Le avventate accuse di ‘antisemitismo’ da parte di gruppi ebrei ci pongono su una via pericolosa



di Yves Engler – 28 agosto 2016


Pietre e bastoni possono rompermi le ossa, ma gli insulti non mi faranno mai né caldo né freddo * e possono ritorcersi contro chi ne fa uso [*[in inglese un modo di dire comune, in particolare tra i bambini, in reazione a chi insulta – n.d.t.]
Scoprendo l’antisemitismo dietro ogni contestazione della complicità canadese con il colonialismo israeliano organizzazioni ebree prevalenti stanno svuotando il termine ‘antisemitismo’ del suo peso storico.
“Il voto del Partito Verde canadese a favore della campagna antisemita di boicottaggio di Israele dimostra che il partito è stato infettato da una vena maligna di odio antisemita” ha affermato il Presidente degli Amici del Centro Simon Wiesenthal di Studi sull’Olocausto, Avi Benlolo. Nel caso qualcuno si sia perso la sua tesi, il capo dell’autoproclamata “Maggiore fondazione ebrea per i diritti umani del Canada con una base considerevole” ha aggiunto che “la sola politica estera [dei Verdi] è basata sull’odio antisemita”.
Il Centro per gli Affari Israeliani ed Ebraici e il B’nai Brith hanno diffuso dichiarazione solo leggermente meno feroci in reazione al sostegno dei Verdi all’”uso di disinvestimenti, boicottaggio e sanzioni (BDS) mirati a quei settori dell’economia e della società israeliana che traggono profitto dalla continua occupazione dei TPO (Territori Palestinesi Occupati)”.
La risoluzione dei Verdi, che è fondamentalmente politica ufficiale del governo canadese – basata com’è sulla soluzione a due stati e sull’illegalità degli insediamenti – con un po’ di ulteriore pressione fa uscire dai gangheri i nazionalisti israeliani perché capiscono che incrina lo scudo di invincibilità di decenni di solidarietà allo stato occupante.
Perciò le organizzazioni filo-israeliane della classe dirigente sono sempre stridule nell’infangare il crescente movimento di solidarietà nei confronti dei palestinesi. Anche se i sostenitori dei diritti dei palestinesi in genere ignorano tali diffamazioni o rispondono che non è antisemita schierarsi a favore dei diritti dei palestinesi, le strategie difensive non sono sufficienti. L’etichetta di antisemita è troppo potente per non contestarla direttamente.
Pare a chi scrive che i diffamatori si siano messi su una strada che alla fine condurrà a una nuova realtà, una in cui:
  • Gli insultati cominceranno ad adottare l’etichetta. Si comincerà a capire che chi non è definito antisemita (oppure odiatore di sé) probabilmente non ha fatto abbastanza per sostenere la giustizia.
  • Diventerà comune motteggiare l’accusatore e il termine. Benlol et al. saranno bombardati di tweet e messaggi a proposito dell’antisemitismo in libreria, in palestra, dietro al letto, eccetera. Battute sull’antisemitismo toglieranno forza al termine.
Ad esempio: Domanda: Che cosa ci vuole per indurre un sindacato studentesco a disinvestire dall’occupazione israeliana? Risposta: una dozzina di propagandisti fanatici dell’odio contro gli ebrei e 3.000 antisemiti.
  • Alla fine l’adozione del termine da parte di promotori della giustizia sociale condurrà a una diffusa riappropriazione del suo significato. Potrebbe finire con l’avere un uso ironicamente positivo come la parola “negro” in certi circoli afroamericani. O, come il termine Canuck, in origine derisorio nei confronti dei franco-canadesi del New England, forse sarà un giorno esibito con orgoglio sulle magliette delle squadre di hockey.
  • Se i gruppi nazionalisti israeliani di destra persisteranno nei loro tentativi di degradare la Shoah al servizio del colonialismo e del potere, dizionari e Wikipedia saranno oggetto di pressioni per aggiungere “un movimento per la giustizia e l’uguaglianza” alla loro definizione di antisemitismo. (In effetti il Terzo Nuovo Dizionario Internazionale Webster ha incluso “opposizione al sionismo”: simpatia nei confronti di avversari dello stato d’Israele”, come parte della sua definizione dell’antisemitismo).
Naturalmente, considerata l’oppressione storica in origine definita dal termine, la maggior parte dei progressisti si sentirà a disagio all’idea di irridere l’”antisemitismo” e di riappropriarsene. Ma ciò non è inevitabile quando “eminenti organizzazioni ebraiche” denunciano pubblicamente “antisemitismo” in relazione inversa all’ostilità antisemita percepibile?
Quando a ebrei in fuga dalle atrocità di Hitler fu impedito l’ingresso in Canada, segnala A Coat of Many Colours: Two Centuries of Jewish Life in Canada [Un cappotto multicolore: due secoli di vita ebraica in Canada], le organizzazioni ebraiche dominanti evitarono prevalentemente di criticare il pregiudizio di Ottawa. Analogamente alcuni rappresentanti ebrei negoziarono con l’università McGill il numero chiuso imposto agli ebrei in alcuni programmi universitari negli anni ’20, ’30 e ’40.
Anche se all’epoca alcuni attivisti ebrei premettero per una reazione più forte a tale antisemitismo quantificabile, i “principali” rappresentanti della comunità non vollero agitare le acque. Il loro scopo era in larga misura di entrare nella struttura del potere.
Oggi le organizzazioni ebraiche dominanti sono ben radicate all’interno dell’élite al potere. Che insultino un partito politico, studenti universitari o il World Social Forum (“un evento diffusamente denunciato come antisemita”, secondo un articolo del Canadian Jewish News a proposito del congresso della settimana scorsa a Montreal) incontrano scarsa opposizione nella vita politica e mediatica prevalenti.
Né gli elementi meno estremisti della comunità ebraica dedicano molta energia a contestare lo svilimento del termine ‘antisemitismo’. Con l’eccezione di Independent Jewish Voices, di alcuni gruppi attivistici minori e di pochi giornalisti virtuosi, la maggior parte degli ebrei liberali è apatica di fronte alla cinica manipolazione di secoli di pregiudizi cristiani europei.
Un motivo, ipotizzo, è l’assenza di vero interesse per l’antisemitismo in questo paese [Canada – n.d.t.]. Il cristianesimo ha in larga misura perso il suo peso culturale e una mezza dozzina di altri gruppi etnici/religiosi sono più suscettibili di essere presi di mira se ci fosse un’esplosione di xenofobia in questo paese.
Nell’ultimo mezzo secolo le esperienze di vita degli ebrei canadesi suggeriscono scarsi pregiudizi. In realtà la maggior parte degli ebrei canadesi beneficia dei privilegi riservati ai bianchi e, nella misura in cui una persona è collegata alla comunità in generale istruita e prospera, beneficia dei relativi vantaggi familiari e sociali. In quanto tali, le persone che provano disagio per le assurde proteste di antisemitismo, semplicemente non prendono in considerazione l’azzardo di contestare l’evidente danno causato al termine dal Centro Simon Wiesenthal, dal B’nai Brith e dal Centro Affari Israeliani ed Ebraici, che hanno motivi istituzionali/finanziari per agitare spauracchi.
Oggi il principale uso pubblico dell’”antisemitismo” consiste nel denigrare quelli che difendono un popolo che subisce il più continuo aggressivo colonialismo d’insediamento europeo. Chi persegue l’uguaglianza e la giustizia internazionale deve contrastare direttamente questo abuso.
Yves Engler è stato descritto come “la versione canadese di Noam Chomsky” (Georgia Straight), “una delle voci più importanti della sinistra canadese oggi” (Briarpatch), “sullo stampo di I.F.Stone” (Globe and Mail), “sempre profondo” (rabble.ca) e un “tafano di sinistra” (Ottawa Citizen). Il suo libro più recente è ‘The Ugly Canadian: Stephen Harper’s foreign policy”.
Da ZNetitaly – Lo spirito della resistenza è vivo
www.znetitaly.org
Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/jewish-groups-reckless-accusations-of-anti-semitism-sets-us-down-a-dangerous-path/
Originale: rabble.ca


Anshel Pfeffer: La vignetta di Netanyahu sul Sunday Tìmes di Londra non è antisemita in alcun modo

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