giovedì 25 agosto 2016

Gli immigrati e gli alberghi - Il Post

Da mesi circolano storie e notizie sul fatto che persone richiedenti asilo e rifugiate, accolte di diritto in Italia, conducano una vita confortevole in hotel “di lusso” ricevendo una paga quotidiana, mentre “gli italiani sono senza lavoro”. Si tratta di affermazioni false o nel migliore dei casi incomplete, nate dalle dichiarazioni di alcuni politici e rilanciate da testate inaffidabili, che eppure fanno ormai parte del dibattito sui migranti.
Qualche esempio
All’inizio di marzo il segretario della Lega Nord, Matteo Salvini, ha pubblicato sulla propria pagina Facebook un post in cui diceva:

«Vi piacerebbe fare qualche giorno di vacanza in montagna? Se siete “presunti profughi”, potete! In Trentino, sul Monte Bondone, i gestori di un hotel (sulle piste da sci, con palestra e solarium) vi aspettano. Il signor Luca infatti dice “siamo in grado di ospitare 50 persone, abbiamo 26 stanze e 20 appartamenti grandi… saremmo in grado di fornire loro anche i pasti, dando a disposizione il personale”. Che cuore d’oro… chi paga? Voi».
Sui social network e nei dibattiti televisivi, Salvini insiste molto su questo argomento: parla cioè di centinaia di persone alloggiate come fossero in vacanza in alberghi di lusso a spese dei contribuenti.
Salvini
Queste cose sono state riprese e enfatizzate anche in diversi servizi televisivi e da alcuni giornali di destra, con notizie che raccontavano come alcune persone appena sbarcate si fossero ad esempio rifiutate di alloggiare in alcune strutture perché «la collocazione era stata ritenuta troppo lontana dalle grandi città» o perché mancavano servizi come wi-fi e tv. Quest’ultimo esempio in particolare fa riferimento a quanto accaduto in Toscana all’inizio di maggio, quando alcune persone richiedenti asilo si sono effettivamente rifiutate di scendere dall’autobus che le aveva portate fino a lì e prendere posto nella struttura che le avrebbe dovute ospitare. Precisa però il Corriere:
Inizialmente i volontari hanno raccontato che i profughi non volevano l’albergo perché non c’erano alcuni servizi come wi-fi e tv, ma la questura ha chiarito che il rifiuto era legato a motivi religiosi e perché in quell’albergo c’erano anche ospiti delle donne.
Un altro esempio: l’Hotel Royal di Cattolica citato lo scorso novembre da Salvini e descritto come un 3 stelle con piscina e spiaggia si chiama in realtà Royal Sands Children’s, non ha la piscina e è stato donato da una famiglia di Cattolica all’Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII, fondata da don Oreste Benzi. Dal settembre del 2001 la struttura è gestita da una coppia che fa parte dell’associazione e che è responsabile anche di una “casa famiglia” che accoglie persone con vari problemi: fa dunque parte del sistema di accoglienza pianificato dallo Stato italiano.
“Hotel di lusso”
Il sistema di accoglienza in Italia è articolato e complicato, e non è molto chiaro a quali strutture faccia direttamente riferimento Salvini quando parla di “hotel di lusso”. Sul sito del ministero dell’Interno si dice:
«i cittadini stranieri entrati in modo irregolare in Italia sono accolti nei centri per l’immigrazione dove ricevono assistenza, vengono identificati e trattenuti in vista dell’espulsione oppure, nel caso di richiedenti protezione internazionale, per le procedure di accertamento dei relativi requisiti».
Queste strutture si dividono in: centri di primo soccorso e accoglienza (Cpsa), centri di accoglienza (Cda), centri di accoglienza per richiedenti asilo (Cara) e centri di identificazione ed espulsione (Cie).
I Cpsa accolgono i migranti al momento del loro arrivo in Italia. Qui vengono fornite le prime cure mediche necessarie, vengono fotosegnalati, possono richiedere la protezione internazionale e poi, a seconda della loro condizione, vengono trasferiti nelle altre tipologie di centri. I centri di accoglienza (Cda), dice il ministero, «garantiscono prima accoglienza allo straniero rintracciato sul territorio nazionale per il tempo necessario alla sua identificazione e all’accertamento sulla regolarità della sua permanenza in Italia». Chi richiede la protezione internazionale viene invece inviato nei centri di accoglienza per richiedenti asilo (Cara), per l’identificazione e l’avvio delle procedure necessarie. Chi non fa richiesta di protezione internazionale o non ne ha i requisiti viene trattenuto infine nei centri di identificazione ed espulsione (Cie). Va precisato che queste stesse strutture, per le quali è fissata per legge una durata massima di permanenza, vengono invece utilizzate anche come centri di accoglienza di lunga durata.
Parallelamente a queste strutture ci sono i centri del cosiddetto Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (Sprar) per i richiedenti asilo, rifugiati e destinatari di protezione sussidiaria. Lo Sprar è stato istituito nel 2002 in seguito a un accordo stipulato dal ministero dell’Interno, dall’ANCI e dall’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati (UNHCR), che hanno cercato di mettere ordine nei programmi di accoglienza in precedenza gestiti a livello locale. Il ministero dell’Interno emana periodicamente un bando per l’assegnazione dei posti, gli enti locali interessati – con le organizzazioni del terzo settore selezionate a livello locale – partecipano al bando e i progetti vengono approvati se “idonei” in base a una serie di parametri piuttosto rigidi. In pratica, enti locali e associazioni mettono a disposizione dei posti letto e lo Stato sceglie di quali usufruire attraverso un bando, che tiene conto dei costi e di altri criteri. Secondo i dati del ministero dell’Interno i posti finanziati per gli anni 2014-2016 sono 20.744: tra questi rientrano anche, tra le varie strutture, alcuni alberghi. Nella grandissima parte dei casi, stando alle informazioni disponibili, si tratta di strutture distanti dagli hotel in cui si passano le vacanze (tanto che i loro gestori hanno deciso di destinarle allo Sprar invece che al pubblico): ma vengono considerate comunque tra le migliori e più adeguate sistemazioni che lo Stato oggi possa mettere a disposizione di chi richiede asilo e protezione.
C’è infine un ultimo tipo di centri. Nel tempo sono nate infatti altre strutture per l’accoglienza in contesti “straordinari” che hanno assunto via via nomi differenti: ci sono stati i centri Ena per far fronte alla cosiddetta “emergenza nord-Africa” nel 2011 o, in anni più recenti, i Cas (Centri di accoglienza straordinari). Di volta in volta si è dato mandato alle prefetture di trovare strutture per l’accoglienza: palestre, alberghi, appartamenti, B&B e altri posti sparsi in tutta Italia e gestiti da cooperative, associazioni e soggetti del terzo settore.
Queste strutture “informali”, nate a fronte di un’emergenza, vengono messe a disposizione per un’accoglienza che si limita a garantire il vitto e l’alloggio e sono state molto criticate: ma non perché si tratti di strutture lussuose, bensì in molti casi per il motivo opposto. Nonostante queste strutture siano state “attivate” per un’accoglienza di emergenza, e dunque si presume di breve durata, diventano in molti casi posti in cui i richiedenti asilo trascorrono settimane senza che siano garantiti loro servizi fondamentali, come quello per esempio dell’assistenza sanitaria e legale. In molti casi, poi, si tratta di strutture inadeguate: il Tropicana, un vecchio night club a Ragusa, ne è un esempio. In questo video di Al Jazeera si vede chiaramente che non si tratta di un albergo di lusso.
I centri per l’accoglienza sono finanziati attraverso il Fondo nazionale per le politiche e i servizi dell’asilo (FNPSA), un fondo ordinario che prevede specifiche risorse iscritte nel bilancio di previsione del ministero dell’Interno, donazioni di privati e enti e le assegnazioni annuali dei fondi europei. Attualmente per ogni richiedente asilo vengono versati in media 35 euro al giorno. Lo Sprar costa la stessa cifra dei Cas e dei Cara: 35 euro per ospite. Non si tratta di un importo fisso, né definito per legge, e può variare da regione a regione in base al costo della vita e all’affitto delle strutture: in ogni caso si tratta di denaro che non viene versato direttamente agli ospiti ma che viene corrisposto ai gestori di tutti i centri. Questo denaro serve a coprire le spese per il vitto, l’alloggio, la pulizia, la manutenzione, in alcuni casi la formazione degli operatori e così via: quindi è anche con questo denaro che vengono pagate le persone che lavorano nei centri, per esempio i dipendenti delle imprese di pulizie. Da questa parte solo una piccola somma viene data ai migranti per le spese quotidiane: si tratta del cosiddetto pocket money e consiste, in media, in 2,50 euro al giorno a persona.
 
 

PER CHIARIRE
1) 35€ non sono i soldi che finiscono nelle tasche dei migranti.
Sono i soldi (provenienti in gran parte dal Fondo per i rifugiati dell'UE) che vengono destinati al centro di accoglienza per ogni immigrato ospitato (e non sono sempre 35€, di solito è meno).
Con quei soldi il centro d'accoglienza si occupa di tutto: cibo, energia elettrica, acqua, medicinali, stipendi degli impiegati, eventuale affitto ecc ecc.

2) In tasca ad ogni immigrato vanno circa 2.5€ al giorno. Il cosiddetto "pocket money".
3) Gli immigrati sono accolti nei centri di accoglienza, non negli hotel.
Quelli negli hotel sono una frazione minima del totale.
E funziona così: il proprietario di un hotel, che magari si ritrova diverse stanze vuote, CHIEDE allo Stato di mandare gli immigrati anche nella propria struttura, facendosi corrispondere un totale di 35€ (circa) per ciascuno.
Non è lo Stato che "li mette negli hotel", quindi, sono gli hotel che fanno richiesta di ospitarli.
E lo richiedono perché gli conviene.
Capito, geniacci?

Detto questo, mentre gli imbecilli "si danno da fare per il proprio paese" imbrattando migliaia di pagine web di post contro gli immigrati, i richiedenti asilo di Gioiosa Ionica hanno deciso di donare tutto il loro pocket money (ovvero 2.5€ a testa, come dicevamo) in favore dei paesi colpiti dal terremoto.
E venti richiedenti asilo del GUS (Gruppo Umana Solidarietà) di Monteprandone (nelle Marche) sono partiti alla volta di Amandola, uno dei centri colpiti dal terremoto, per andare a dare una mano ai soccorsi.

Perché chi ha conosciuto da vicino la sofferenza e il dolore, chi li ha guardati negli occhi, solitamente è il primo a correre quando si tratta di aiutare davvero chi soffre.
Mentre la brava ggente, nel frattempo, si dedica ad indignarsi su Facebook.

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