“Aspettiamo la prossima guerra di Gaza. Non tarderà ad arrivare. È già scritta. Basta solo una piccola scintilla al confine per accendere l’incendio”.
Non è rassicurante padre Raed Abusahlia, direttore generale di Caritas Jerusalem mentre parla al Sir dalla città santa. Le sue parole sintetizzano, in maniera drastica, tutte le operazioni militari che hanno visto fronteggiarsi, dal 12 settembre 2005, data del ritiro di Israele dalla Striscia, ad oggi, Hamas e l’esercito israeliano. Fino all’ultima, “Margine Protettivo”, 51 giorni di scontri iniziati l’8 luglio e terminati il 26 agosto 2014. Per un bilancio di oltre 2000 palestinesi uccisi, dei quali circa 500 bambini, 64 soldati israeliani morti, cui vanno aggiunti 6 civili, fra i quali un bimbo. I palestinesi feriti sono stati circa 11mila, di cui 3mila bambini.
A due anni dalla fine delle ostilità a Gaza la ricostruzione va a rilento. Anzi, dice convinto il direttore generale della Caritas Jerusalem, – da sempre attiva nella Striscia –
“tutto è fermo. Bloccato. Hanno ricostruito alcune case distrutte nel centro della città ma non quelle nei quartieri più colpiti. Parliamo di circa 10mila abitazioni a fronte di 46mila parzialmente distrutte.
Ogni alloggio necessita tra i 5 e i 10mila dollari di lavori per essere di nuovo abitabile. Altre 15mila case sono totalmente distrutte e le macerie visibili. La ricostruzione è minima. Dopo la fine della guerra nella Conferenza dei paesi donatori del Cairo fu deciso di stanziare 5,3 miliardi di dollari per la ricostruzione di Gaza. Dove sono questi soldi? Solo il Qatar sta facendo la sua parte costruendo circa 200 abitazioni, ma non di più”. Per padre Abusahlia “la lentezza della ricostruzione è dovuta principalmente al blocco israeliano che non permette l’ingresso ai valichi di materiale come ferro, cemento e legno, poiché ritenuti utili alla costruzione dei tunnel di Hamas. Ma senza cemento non si può ricostruire e l’uso di prodotti diversi da questo fa lievitare i prezzi di altri materiali. Anche da qui si capisce che la diplomazia ha fallito”.
La via della solidarietà. Chi cerca di fare qualcosa per la popolazione stremata, con i pochi mezzi a disposizione, sono le organizzazioni caritative come il Catholic Relief Service, la Caritas dei vescovi statunitensi, che da tempo sta provvedendo alla costruzione di case in legno da dare a chi è rimasto senza un tetto. “Ad oggi ne ha realizzate oltre 250 – spiega padre Raed – e stanno per partire due progetti di ‘Us Aid’ finanziati con 100 milioni di dollari, uno per l’assistenza sanitaria e l’altro per quella umanitaria. Ma ‘Us Aid’ non intende collaborare con Hamas, perché inserito nella black list delle organizzazioni terroristiche, e questo ne blocca l’avvio”. Anche Caritas Jerusalem sta continuando la sua opera in campo sanitario e umanitario. Nel 2015 siamo intervenuti con un milione di euro donati da Caritas Internationalis e quest’anno siamo impegnati in un progetto di 410mila euro per la nutrizione di bambini da 5 ai 15 anni. Abbiamo monitorato circa 5000 bambini e verificato un indice di anemia impressionante, il 34% di loro soffre di anemia per malnutrizione, in alcune zone della Striscia la percentuale arriva addirittura al 43%”. Numeri che confermano la gravità della situazione a Gaza. “L’80% dei gazawi – spiega il sacerdote – vive sotto la soglia di povertà, con meno di un dollaro al giorno. La disoccupazione tocca il 45% e un milione di abitanti della Striscia è sotto i 14 anni”. Una popolazione che nonostante sia molto giovane “sforna bambini.
Nei primi sei mesi del 2016 a Gaza sono nati 24194 bambini, circa 4mila neonati al mese. Le proiezioni del 2016 parlano di circa 50mila nuovi piccoli abitanti della Striscia.
Bambini che dovrebbero avere una condizione dignitosa per vivere e crescere. E invece, nulla di tutto ciò. Così cresce odio e risentimento”.
Una bomba demografica che rischia di deflagrare portando allo scontro finale tra Hamas e Israele. “La situazione è drammatica – ripete padre Abusahlia – la gente è triste, segnata da guerre continue di cui paga un prezzo altissimo. Non si possono costringere 1,5 milioni di persone dentro una gabbia. Gaza è una prigione a cielo aperto da quando, nel 2007, Israele ha imposto il blocco.
La vita quotidiana è sempre più difficile, con sole 5 ore di energia elettrica al giorno, senza acqua potabile, senza fognature, senza medicine, scuole distrutte, senza poter entrare e uscire”. Ferma la diplomazia, ferma la ricostruzione. Tra Hamas e Israele sembrano muoversi solo le armi.
I miliziani di Hamas si preparano a combattere “con nuove armi di cui non si conosce la provenienza”. Israele dal canto suo ha nominato un nuovo ministro della Difesa, Avigdor Liebermann, leader nazionalista dell’ultradestra che “ha dichiarato che la prossima guerra dovrà essere quella decisiva, l’ultima che servirà a sconfiggere Hamas. Ma così facendo – dice preoccupato padre Raed – spazzerà via anche Gaza e la sua popolazione”. Per questo chi può, cerca di uscire, come i cristiani, il cui numero nella Striscia cala progressivamente. “In occasione delle ultime festività pasquali – rivela il sacerdote – Israele ha concesso un permesso per uscire dalla Striscia al 95% della popolazione cristiana. Di questi molti non hanno fatto rientro preferendo restare in Cisgiordania, a Betlemme, a Ramallah. Si stima che almeno 50 famiglie non siano rientrate. A Gaza hanno lasciato tutto quello che avevano. Prima della guerra del 2014 i cristiani di Gaza erano 310 famiglie (poco più di 1300 fedeli) e il 34% di queste non aveva una fonte di reddito. Oggi sono circa 1100”.