mercoledì 17 agosto 2016

Gaza. Di film, bambini e crimini contro l’umanità







Il 16 luglio del 2014, nel corso dell’ultima offensiva israeliana ancora in corso, quattro bambini vengono colpiti da un missile lanciato dalla Marina militare sulla spiaggia di Gaza City. Stanno giocando a calcio in un’area che le famiglie credono sia tranquilla: non è mai partito un razzo della resistenza palestinese da lì, ne’ ci sono obiettivi che possano essere considerati “militari” da Israele.
Le immagini che verranno diffuse mostrano che è accaduto in un secondo: sono scomparsi così, polverizzati, Mahmoud, Ahed, Zakariya e Mohammed, tutti tra i 9 e gli 11 anni, tutti appartenenti alla famiglia al-Bakr.
Sono solo 4 dei 400 bambini uccisi dai bombardamenti israeliani ancora in corso mentre scriviamo.
E’ una famiglia di pescatori, la loro. Gente che si guadagna da vivere in un mare assediato, perché oltre le 3 miglia marine dalla costa di Gaza non ci si può spingere: le navi della Marina militare hanno l’ordine di aprire il fuoco su qualsiasi cosa si muova, anche una barchetta.
Quando Murad Gokmen gira il suo “Sayadeen” (“Pescatori”) è il maggio del 2012: a raccontare la vita nel mare di Gaza sono proprio i pescatori della famiglia al-Bakr, e l’offensiva “Pilastro di Difesa” si è conclusa da poco.
E’ stata scatenata sulla Striscia dal 14 al 21 novembre 2012, provocando oltre 170 vittime fra la popolazione palestinese.
Gokmen non può sapere, allora, che quella stessa famiglia verrà colpita dal lutto peggiore appena due anni più tardi. Che le madri dovranno seppellire i propri figli, il più grande dei quali ha 11 anni. 
Sulla stessa spiaggia andavano sempre con il padre anche i protagonisti di “Tears of Gaza” prima che i bombardamenti di “Piombo Fuso” lo uccidessero. Vibeke Løkkeberg entra nella Striscia alla fine dell’operazione, e segue la vita di altri quattro bambini, che questa volta sono sopravvissuti.
Da grande, c’è chi vuole diventare avvocato, “per portare Israele davanti ad una corte internazionale”, e chi il medico, “per curare i bambini feriti dai bombardamenti”. 
Non c’è niente di nuovo nell’orrore a cui si assiste in questi giorni.
Niente di nuovo nell’uccisione di bambini e crimini contro l’umanità che in qualsiasi altro luogo del mondo sarebbero condannati, e per i quali qualcuno sarebbe chiamato a rendere conto.
Non è questo il caso: per i bambini di Gaza restano le lacrime, e un mare da guardare che non significa libertà.

 *Per la versione integrale di "Tears of Gaza" clicca qui. In foto: il tributo dell'artista israeliano Amir Schiby dedicato ai bambini uccisi sulla spiagga di Gaza il 16 luglio. 


Due documentari girati all’indomani di altre offensive su Gaza mostrano la ciclicità dell’orrore a cui stiamo assistendo in queste ore. E ricordano che questo…
osservatorioiraq.it

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