mercoledì 17 agosto 2016

Fulvio Scaglione: Dopo la Russia, anche l'Iran si riavvicina alla Turchia









Golpe o non golpe, che Russia e Turchia potessero prima o poi riavvicinarsi stava nell’ordine delle possibilità. Prima della crisi generata dall’abbattimento del caccia russo sul confine turco-siriano, le relazioni tra i due Paesi erano molto solide, se non cordiali. Interscambio commerciale in crescita costante da anni, partnership ben avviate in settori strategici come gas, petrolio e nucleare, una generale consonanza di obiettivi per lo sviluppo delle rispettive economie. Per non parlare del Mar Nero, su cui entrambi affacciano e sul quale incombe, via Ucraina (rivoluzione di Piazza Maidan), Moldavia (contrasto tra pro-Ue e pro-Russia), Romania (scudo stellare Usa) e Bulgaria (il gasdotto North Stream saltato), l’ombra ingombrante del grande fratello americano e dei suoi interessi globali.


Un po’ meno prevedibile era, invece, che la dirigenza dell’Iran si schierasse fin dai primi minuti del golpe a favore di Recep Erdogan, con gli interventi pesantissimi, e adeguatamente pubblicizzati, del ministro degli Esteri Mohammad Javad Zarif (tra i primi uomini di Governo del mondo a esporsi) e del potente, anche se meno noto, Alì Shamkani, segretario del Consiglio di Sicurezza Nazionale della Repubblica Islamica. Shamkani in particolare disse, quando ancora non si sapeva chi sarebbe uscito vincitore dalla notte di Istanbul: “Siamo solidali con il Governo legalmente eletto della Turchia e contrari a qualunque tipo di golpe, che sia generato dall’interno o ispirato da forze straniere”. E, con una certa perfidia, se si pensa a Erdogan e alla sua politica di sostegno ai ribelli islamisti siriani, Shamkani aveva aggiunto: “È la stessa posizione che abbiamo sulla Siria”. Altrettanto (sia sul golpe sia sulla Siria) fece Alì Akbar Valayati, ex ministro degli Esteri e consigliere per le questioni estere di Alì Khamenei, la guida Suprema dell’Iran. Questa è gente che non parla se i massimi dirigenti del Paese non sono d’accordo. E le loro dichiarazioni sono state nette, senza sfumature. Inequivocabili.
Eppure negli ultimi anni, soprattutto dopo l’elezione di Hassan Rouhani alla presidenza della Repubblica islamica, i rapporti tra Turchia e Iran si erano molto raffreddati. Lo testimonia, con la crudezza delle cifre, il declino dei rapporti economici: nel 2015 il volume degli interscambi commerciali si era ridotto del 30% rispetto al 2014. Ovviamente alla base di un tale, brusco distacco c’erano ragioni politiche. La Turchia era stata molto ottimista nei confronti della Primavera araba ed Erdogan aveva pensato di poter “vendere” la democrazia moderatamente islamica turca come un modello per l’intero Medio Oriente, accrescendo così l’influenza del proprio Paese nella regione. Da qui, per esempio, l’appoggio ai Fratelli Musulmani e al presidente Morsi in Egitto, il cui fato dopo sotto le repressioni del generale Al Sisi dev’essersi agitato come un fantasma intorno a Erdogan nelle ore del golpe dei suoi generali.
Molto più scettici, per non dire ostili, gli ayatollah, che un inizio di Primavera araba l’avevano vissuto nel 2009, con le proteste di piazza per la rielezione di Mahmoud Ahmadinejad, stroncate dalle milizie basij. Quando poi la Primavera era arrivata in Siria, aveva innescato la guerra civile e questa si era trasformata in una guerra tra sciiti e sunniti, Turchia e Iran si erano trovati sulle sponde opposte del conflitto.
Anche qui, però, come nel caso della Russia, ragioni contingenti e soprattutto di fondo, di lungo e lunghissimo periodo, si sono imposte su tutto e hanno convinto gli iraniani a stare con (il piuttosto detestato) Erdogan. Cominciamo con quelle contingenti. Poco prima del golpe Erdogan aveva segnalato la volontà di recuperare i rapporti con la Russia, con cui a sua volta l’Iran è in buona relazione da molti anni. Mettersi di traverso sarebbe stata, per Teheran, una politica suicida. Inoltre il golpe, proprio perché sventato, ha indebolito il potenziale militare turco. Erdogan ha purgato 127 generali delle sue forze armate sui 360 totali, e altri 2 hanno scelto le dimissioni. Con il conflitto in Siria ancora aperto, questa è una buona notizia per gli strateghi iraniani. Infine, dopo l’accordo sul nucleare firmato anche dagli Usa e la fine delle sanzioni economiche internazionali contro l’Iran, le prospettive di un rilancio delle relazioni economiche bilaterali si era fatto più concreto che mai, e interessante per entrambe le parti.
Sullo sfondo, assai più pressanti, le ragioni fondamentali della “strana” solidarietà iraniana. Per sintetizzare possiamo dire così: non c’è nessuno, in Turchia, che agli occhi degli ayatollah risulti preferibile a Erdogan. Se davvero il golpe è stato ispirato da Fethullah Gulen, il predicatore islamico da molti anni riparato negli Usa, gli ayatollah non avevano scelta: Gulen è anti-sciita fino al midollo, e la “protezione” Usa non poteva che accrescere, agli occhi degli iraniani, l’ostilità a un cambio di regime. Una cosa simile si può dire degli altri partiti e movimenti politici principali della Turchia: né quelli laici né quelli religiosi né quelli a base etnica hanno mai mostrato simpatia per la Repubblica islamica iraniana. Anzi. E dunque…
Infine non bisogna sottovalutare quanto prema all’Iran conservare una certa stabilità ai confini, vista la generale instabilità del resto del Medio Oriente. Un’eventuale cacciata di Erdogan avrebbe potuto generare tensioni insopportabili nella regione curda dell’Est della Turchia, tensioni che avrebbero investito anche l’Iran. Gli ayatollah invece hanno bisogno di tranquillità, per il tentativo ancora in corso di riguadagnare una certa influenza regionale (per esempio sui fronti di Siria, Yemen, Libano, Iraq…) e insieme rilanciare l’economia approfittando della fine delle sanzioni.
Come si dice: tanta roba. Tantissime ragioni per preferire il noto Erdogan e il suo comunque islamico partito Akp all’ignoto di un regime patrocinato dai militari turchi, i cui legami con gli ambienti Nato sono storici e ben documentati, e poi forse gestito da uomini scelti dall’anti-sciita Gulen. Ora si dice che siano stati i servizi segreti russi e quelli iraniani a lavorare, nei giorni prima del tentato golpe, per avvertire Erdogan e aiutarlo a schivare il pericolo. Forse non è vero. Ma verosimile sì.

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