mercoledì 20 luglio 2016

Turchia e jihadisti in Ucraina contro la Russia



 
 
 
 
Per Ankara la crescente collaborazione con l'Ucraina di Poroshenko rappresenta una risorsa strategica. A dispetto delle tensioni emerse con gli Stati Uniti a seguito del fallito golpe e della lettera inviata da Erdoğan a Putin in merito…
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[carta di Laura Canali]
Malgrado le tensioni post-golpe fallito con gli Stati Uniti e il riavvicinamento tra Erdoğan e Putin, il sostegno a Kiev in chiave anti-Mosca rimane una risorsa strategica di Ankara. L’asse con i terroristi del Caucaso (non solo) russo e la “leva tatara”.
di Maurizio Vezzosi
Per Ankara la crescente collaborazione con l’Ucraina di Poroshenko rappresenta una risorsa strategica. A dispetto delle tensioni emerse con gli Stati Uniti a seguito del fallito golpe e della lettera inviata da Erdoğan a Putin in merito all’abbattimento del caccia russo Su-24,

Nella progressiva intesa, speculare al deteriorarsi delle relazioni di entrambe le parti con Mosca, si è registrata una spinta da parte turca soprattutto dopo l’inizio delle operazioni militari russe in Siria. Proprio l’abbattimento del Su-24 esemplifica il favore con cui Ankara ha visto sin dal suo inizio l’intervento del Cremlino nella vicina Siria.

Le sanzioni economiche e la pressione militare di Mosca sulla Turchia hanno suggerito a Erdoğan una tattica più prudente.

Ankara e Kiev, oltre alle relazioni economiche – hanno anche discusso di un’area di libero scambio – stanno sviluppando una crescente intesa militare in chiave antirussa. Nei mesi scorsi sono stati conclusi numerosi accordi, tra cui quello tra le compagnie di Stato Ukroboronprom e Havelson per la produzione di tecnologie militari: motori, radar e sistemi di comunicazioni.

A maggio, nel quadro dell’avvicinamento dell’Ucraina alla Nato, Ankara e Kiev hanno firmato un piano di cooperazione militare riguardante piani di difesa, addestramento delle truppe e assistenza reciproca per quattro anni.

Al Summit Nato di Varsavia è stata discussa anche la creazione della Flotta interforze di stanza sul Mar Nero, un’idea sostenuta anche dall’Ucraina di Poroshenko; nelle esercitazioni previste per i prossimi mesi saranno incluse delle manovre congiunte tra la flotta turca e quella ucraina, benché le capacità teoriche e pratiche di quest’ultima siano assai limitate.

In Donbas, oltre a contractor e specialisti polacchi, baltici, statunitensi e israeliani, oltre ai numerosi mercenari provenienti dalle repubbliche ex sovietiche dall’Asia centrale e dalle zone islamiche della Russia, è stata documentata la presenza di combattenti provenienti dai paesi arabi, in alcuni casi affiliati allo Stato Islamico.

Secondo l’intelligence della Repubblica popolare di Donetsk (Dnr), il neonazista Dmitry Yarosh – ex leader di Pravy Sektor e consigliere del ministero della Difesa ucraino – si sarebbe recato a Baghdad con il sostegno statunitense per incontrare alcuni esponenti dello Stato Islamico. Nel 2014 Yarosh aveva chiesto al leader jihadista ceceno Doku Umarov (di cui all’epoca non era stata ufficializzata la morte) di “agire contro la Russia”.

Per quindicimila dollari, i membri dello Stato Islamico sarebbero in grado di acquistare passaporti ucraini perfettamente legali con cui far accedere al paese i combattenti jihadisti.

Nel quadro di una guerra civile che si trascina da oltre due anni e di una situazione economica catastrofica, l’Ucraina sta diventando uno degli epicentri del jihadismo in Europa. E una meta ambita per il traffico di stupefacenti e naturalmente di armi, di cui lo scorso anno si è confermata il nono esportatore mondiale. Proprio di produzione ucraina sono varie armi rinvenute in un deposito dello Stato Islamico in Siria, forse in parte cedute originariamente all’Arabia Saudita.

La presenza di jihadisti in Ucraina, come l’intesa tra Ankara e Kiev, è aumentata in modo esponenziale di riflesso all’intervento russo in Siria.

Intervento che ha messo alle corde lo Stato Islamico e creato non pochi grattacapi alla Turchia neo-ottomana di Erdoğan. Questo spiega il cambio dell’atteggiamento di Ankara verso Damasco e la recente normalizzazione dei rapporti con Israele.

A dispetto dell’apparente normalizzazione dei rapporti con Mosca, legittimata peraltro dalla cornice atlantica, Ankara non fa mistero del proprio sostegno, anche militare, all’Ucraina di Poroshenko. Non a caso è stata segnalata la presenza di istruttori militari e di reparti speciali dell’esercito turco nella regione di Kherson e nella cosiddetta “Zona Ato”: in questo senso, non è peregrino interrogarsi sul nesso dell’intesa di questa con Kiev e sulla presenza di jihadisti in territorio ucraino.

La Turchia, oltre a cercare di consolidare il proprio status di potenza regionale, nell’intesa con l’Ucraina cerca anche di controbilanciare il rinnovato sostegno diplomatico, politico e militare che la Russia offre ai curdi del Pkk (Partito dei Lavoratori del Kurdistan), disponendo così di una leva da utilizzare in chiave antiturca, utile a stemperare le frizioni tra le minoranze curde e il governo siriano, soprattutto di fronte al nemico comune dell’Is.

Nonostante le mire turche abbiano subito un deciso ridimensionamento dopo l’intervento russo in Georgia, non è possibile leggere fuori da questo quadro il decongelamento del conflitto tra l’Azerbaijan e l’Armenia – rispettivamente alleate di Ankara e Mosca – per il controllo della regione del Nagorno-Karabakh.

Nello scontro con Mosca riapertosi dopo il collasso dell’Urss, la Turchia ha sostenuto con il benestare Usa la destabilizzazione del Caucaso russo e non, avallando – principalmente tramite la “leva cecena” – quello che forse è stato il primo progetto di un Califfato dopo le vicende afghane.

È verosimile con l’attentato di Istanbul la Turchia abbia pagato la necessità, sopratutto economica, di ammorbidire il proprio atteggiamento verso Mosca.

A dar credito a quest’ipotesi c’è il fatto che i tre kamikaze dell’aeroporto provenissero da Uzbekistan, Kirghizistan e Cecenia, regione di origine anche di Akhmed Chatayev, la presunta mente dell’attentato.

I jihadisti del mondo ex sovietico – e probabilmente anche gli Stati del Golfo – sembrano non aver la minima intenzione di accettare un ipotetico stemperamento dell’aggressività turca verso la Russia.

Nel Caucaso e in Ucraina, così come nei Balcani, in Siria e in Asia centrale, l’agitazione dell’elemento etnico, nazionale e religioso risulta di frequente alla base della politica estera di Ankara, che giustifica il proprio ruolo con la presenza delle minoranze turche.

In Crimea e Ucraina, la “leva tatara” e la politica etnica più in generale sono un cardine della strategia della Turchia, strategia dalla quale il governo ucraino è evidentemente convinto di poter trarre beneficio.

In questo senso, prendendo a pretesto il conflitto in Donbas, il governo turco ha gestito lo spostamento di ben trecento famiglie di turchi residenti nella provincia di Kharkov nelle zone del sud-est della Turchia cercando di compensare, seppur in scala, la schiacciante maggioranza curda della zona.

Oggi in Crimea i tatari sono 280 mila, circa il 12% dell’intera popolazione della penisola. A Kherson e nella regione a ridosso dell’omonimo stretto, i dati dell’ultimo censimento ucraino del 2001 riportano la presenza complessiva di nazionalità turca per circa l’1% dell’intera popolazione della regione, che supera abbondantemente il milione.

Il concorso musicale Eurovision, vinto tra non poche polemiche dalla cantante ucraina di origine tatara Jamala, ha riportato le vicende dei tatari di Crimea alla ribalta delle cronache. La canzone 1944 racconta del trasferimento nelle zone dell’Asia centrale di migliaia di tatari di Crimea a seguito del loro sostegno offerto al Reich durante l’Operazione Barbarossa e del loro inquadramento nelle formazioni militari naziste.

Le sensibili differenze tra le minoranze turche di Ucraina e di Russia – ad esempio, tatari di Crimea, tatari del Volga, tatari degli Urali, turchi meskheti e molti altri – possono risultare relative rispetto al “minimo comune denominatore” della base linguistica e dell’identità pan-turca, uno dei grimaldelli della geopolitica di Ankara.

Proprio in Crimea – allora ucraina – nel 2013 si era tenuto il congresso internazionale dell’organizzazione islamista Hizb al-Tahrir (Partito della Liberazione), attiva in quaranta paesi del mondo con il sostegno di circa un milione di simpatizzanti, tra i quali anche gli islamisti tatari rappresentati da Fazil Hamzayev. In Crimea, Hizb al-Tahrir è stata messo fuori legge in quanto fautrice dell’estremismo religioso dopo l’annessione alla Federazione Russa, nella quale era già illegale. Ad Ankara, invece, si è tenuto a marzo l’ultimo congresso internazionale dell’organizzazione islamista.

Sarebbero vari anche i tatari di Crimea partiti alla volta della Siria e inquadrati nella formazione Katiba al-Muhajireen: tra loro il kamikaze Abu Kalid, suicida in un attentato ad Aleppo nel 2013, e il jihadista Abdullah Dzepparov.

Un documento di cui sarebbero entrati in possesso alcuni hacker russi descrive un progetto sul quale esisterebbe già un accordo di massima tra Poroshenko e Erdoğan. Nella regione di Kherson dovrebbero insediarsi ben duecentomila turchi meshketi – un numero pari a venti volte quello degli attuali residenti – trasformando la zona in una “Autonomia nazionale tataro-crimeana” e facendo assumere all’odierna Kherson il nome turcofono di Khan-Geray, in omaggio al khanato ottomano che nel XV secolo in Crimea succedette alla dominazione mongola, poi sconfitto dalla Russia zarista circa tre secoli più tardi.

L’accordo potrebbe offrire garanzie alla Turchia rispetto alle incalzanti richieste ucraine di sostegno economico, militare e energetico – oltre al carbone, con cui tamponare i deficit provocati dal controllo della stragrande maggioranza delle miniere del Donbas da parte degli insorti.

L’ipotesi di una guerra scatenata in Crimea da milizie tatare, reparti speciali turchi, regolari ucraini e gruppi neonazisti contro la Russia sembra fantasiosa. Ben più realistica appare se letta in una strategia complessiva di balcanizzazione della Federazione Russa.

L’utilizzo di consistenti minoranze etniche, dotate di proprie strutture militari e sostegni esterni, assume un ruolo centrale sia nella situazione presente che in quella di una futuribile – quanto non auspicabile – detonazione su base etnica della Federazione Russa.

Nel solco del tentativo, che per il momento in Caucaso non ha avuto successo, di trasformare vaste zone dell’ex Urss in califfati, vista la rilevanza delle componenti islamiche e la presenza di movimenti jihadisti nello spazio post-sovietico.



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Le ultime svolte della geopolitica turca in una carta in esclusiva per Limesonline.
Leggi anche: Perché tentare un colpo di Stato ora in Turchia?
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Il tentato colpo di Stato in Turchia arriva in un periodo molto particolare per la politica estera del paese.

Per non far naufragare definitivamente il suo progetto neottomano, il presidente turco Erdoğan è costretto a compiere più d’una piroetta tattica.

Minacce e obiettivi si sono di recente molto assottigliati, concentrandosi sulla Siria.

I curdi siriani sono assurti a nemico pubblico numero uno. Ankara considera le milizie dell’Ypg un’estensione dei terroristi del Pkk dei curdi di Turchia. Il rischio che essi creino una propria entità statuale o parastatale autonoma è la chiave per comprendere la strategia turca.

Agli occhi di Erdoğan, la minaccia terroristica in patria (a quella curda si aggiunge quella dello Stato Islamico) e l’avanzamento dei curdi siriani sono dunque due facce della stessa medaglia.

Il presidente turco ha messo la Siria al centro. La priorità in questa fase è provare a garantire al paese martoriato da oltre 5 anni di guerra civile l’integrità territoriale. Obiettivo che pone Ankara sulle stesse frequenze dell’asse internazionale schierato con Bashar al-Asad, Russia e Iran in testa.

Ecco perché Erdoğan ha compiuto passi per riavvicinarsi a Mosca e porre fine alla crisi innescata dall’abbattimento del jet russo il 24 novembre scorso da parte turca. Una mossa motivata anche dalla volontà di ripristinare il flusso di turisti russi sulle sponde sud del Mar Nero e in generale di porre fine alle sanzioni economiche da parte del Cremlino.

Ecco spiegata anche l’apertura alla permanenza di Asad durante una semestrale transizione in Siria, finora un tabù per la diplomazia turca.

Ankara e Washington sono in rotta di collisione, visto l’appoggio di quest’ultima alle milizie curde siriane, adoperate alla stregua di una fanteria per gli assalti alle roccaforti dello Stato Islamico, come dimostra l’assedio di Manbij.

Non di sola Siria vive però la geopolitica della Turchia. Un altro importante e recente sviluppo è la normalizzazione dei rapporti con Israele, a 6 anni di distanza dall’incidente della Mavi Marmara che colò a picco la relazione bilaterale.

Spezzare l’isolamento regionale era una priorità di Erdoğan. Ma la mossa è stata motivata soprattutto dalla realizzazione dei due Stati che per esportare in futuro il gas israeliano dei giacimenti offshore sarà necessario progettare un gasdotto che transiti per Cipro e Turchia; per quest’ultima è l’opportunità di rinverdire i sogni di ergersi a hub regionale dell’energia.

Alla voce delle relazioni da riallacciare resta ancora quella dell’Egitto di al-Sisi: i rapporti, pessimi dopo il rovesciamento del presidente Morsi (e dei Fratelli musulmani ideologicamente vicini all’islam politico di Erdoğan), attendono ancora di essere normalizzati. Magari grazie alla mediazione dell’Arabia Saudita, partner strategico di Ankara.

Testo di Federico Petroni.
Carta inedita di Laura Canali.
 

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