domenica 10 luglio 2016

Sumaya, consigliera milanese col velo. «Un atto di devozione per Dio»



 
 
 
 
 
 
 
 
Sumaya Abdel Qader, prima consigliera musulmana del Comune di Milano, ci racconta che si impegnerà «per tutti, anche per i non credenti». E che se una…
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Il velo? Il mio atto di devozione verso Dio. Non un simbolo, non un’identità. Nella mia religione, Dio chiede alle donne di coprirsi. Non è facile, ma io rispondo a questa messa alla prova».

Sumaya Abdel Qader è la prima consigliera musulmana del Comune di Milano: l’altro ieri ha partecipato al primo Consiglio del suo mandato a Palazzo Marino. Madre di tre figli, 38 anni, è figlia di immigrati giordano-palestinesi ed è laureata in biologia, in lingue e culture straniere e in sociologia. E ritiene che il velo, che indossa da quando aveva 14 anni, non faccia tutta questa differenza.

«Non mi pongo nemmeno la questione – dice -: il velo lo vedono gli altri. Per me è importante solo dimostrare di essere in grado di svolgere il mio ruolo. Chi siede in Consiglio è lì perché è stato votato dalla gente, che l’ha ritenuto capace di governare e amministrare la città».

Sarà la voce istituzionale dei musulmani?
«Anche, ma non solo: mi impegnerò per tutti i cittadini, pure per i non credenti. Per i musulmani cercherò di portare un contributo per risolvere questione delle moschee. Ci lavoreremo, cercheremo di superare le difficoltà. Ma, come è mia abitudine, non prometto mai niente».

Donna, madre, musulmana: si è mai sentita discriminata?
«No, all’interno del mio partito non è mai stato un problema essere musulmana praticante e donna. Da alcuni avversari sono stata criticata, ma fa parte del gioco».

E se qualcuno in futuro dovesse strumentalizzare il velo per darle contro?
«Se succederà, ne parleremo, con tranquillità. Io vivo quello che accade in modo molto sereno, con tranquillità, e anche se nella vita qualcuno ha provato a farmi pesare la questione del velo, non ricordo situazioni particolarmente critiche. Certo, non va così per tutte: ci sono ragazze che hanno avuto molti problemi».

Per loro che cosa vorrebbe fare?
«Non so quanto potere io abbia, ma vorrei spronarle, tutte, a impegnarsi nella politica e nel sociale, a non lasciarsi intimidire e a combattere stereotipi di genere e quelli culturali».

La sua storia insegna che non è vero che le donne, nella comunità musulmana, vengano lasciate in disparte.
«Io ho sempre avuto ruoli di rilievo nella mia comunità, e anzi, le maggior parte delle persone attive sono sempre state donne».

Eppure ci sono donne musulmane che vivono relegate ai margini.
«Sì, è vero: c’è una parte del mondo musulmano che sottomette la donna e le impone il velo e una vita segregata, ma questa non è l’unica verità: la realtà è diversificata. Le donne musulmane stanno lottando per emancipare le loro sorelle segregate. Certe degenerazioni appartengono a fanatici ed estremisti, e io le rifiuto totalmente».

Se una delle sue figlie decidesse di non portare il velo?
«Sarebbe libera di farlo: una religione si può insegnare, ma non imporre. Poi, guardi, le mie bambine hanno fatto anche la Materna dalle suore. E sono molto libere di pensare e fare quello che desiderano: noi rispettiamo e cerchiamo di assecondare le loro attitudini. Una ama il disegno e il pianoforte, l’altra la chitarra, i viaggi, le lingue. E a noi piace che possano conoscere nuove culture e religioni».
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