giovedì 14 luglio 2016

Ramzy Baroud : Essere un palestinese nero: la solidarietà come patologia gradita

Redazione 14 luglio 2016 1
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Essere un palestinese nero: la solidarietà come patologia gradita
Di Ramzy Baroud
13 luglio 2016
L’anno scorso ho scritto un articolo che ha scontentato moli lettori. Appena è stato pubblicato, ho cominciato a ricevere messaggi di insulti e telefonate rabbiose e minacciose.
Ho esitato a riferire le minacce alla locale polizia dello Stato di Washington e, alla fine mi sono deciso ad archiviare  quella  spiacevole esperienza in una cartellina che cresceva sempre di più, di  ‘polemiche’ causate dai miei scritti. Il titolo dell’articolo era: “’Non posso respirare’: il razzismo e la guerra in America e oltre”.
In quanto editorialista palestinese e autore di libri per oltre 20 anni, non è stato del tutto facile lavorare negli Stati Uniti e non è stato possibile essere accettato da chi segue le tendenze correnti,   mentre mi  accanisco  contro le idee correnti,  la costante bramosia di guerra e l’appoggio  sconsiderato all’apartheid di Israele.
Una volta George Orwell ha scritto: “In temi di  inganno  universale, dire la verità è un atto rivoluzionario”. Col tempo, e non avendo alcuna  altra alternativa, ho deciso di confortarmi con quella saggia consapevolezza.
Essendo nato in un campo di rifugiati a Gaza, sono discendente di una generazione di profughi e di contadini che una volta abitavano in una patria palestinese prima che venisse brutalmente  sgominata  nel 1948 e che ‘miracolosamente’ diventasse Israele.
Per la maggior parte di un intero secolo, generazioni di palestinesi hanno sperimentato ogni forma di oppressione che la mente umana contorta sia in grado di inventare: massacri, pulizia etnica, distruzione della proprietà, stupri, guerra ininterrotta, assedio e tutto il tormento psicologico che spesso accompagna tale devastazione.
Di fatto, essere sopravvissuti a un’ingiustizia perpetua, è diventata, almeno per molti di noi, il principale quadro di riferimento tramite il quale possiamo comprendere il mondo e noi stessi.
In quanto rifugiato, sono rimasto sempre assorbito e totalmente impegnato a rivelare le sofferenze dei rifugiati, ovunque essi si trovino. Sono, però, soltanto uno degli appartenenti a un movimento in crescita costante di intellettuali  artisti, accademici e attivisti per la giustizia palestinesi  in tutto il mondo.
La nostra esperienza condivisa e la lotta inarrestabile per la libertà e la giustizia ci ha plasmato in una stirpe unica, dove la solidarietà con gli altri è oramai così innata, una brama incontrollabile, perfino una patologia, anche se beneaccetta. Non dovrebbe essere quindi una sorpresa che la solidarietà internazionale più sonora che ha accompagnato la continua ondata di uccisioni dei Neri americani, arrivi dalla Palestina: che siano già stati scritti e pubblicati libri da palestinesi riguardo alla brutta situazione  dei loro fratelli Neri. Infatti quella solidarietà è reciproca.
E’ sorprendente che parte della rabbia che è arrivata in seguito ai miei scritti sull’argomento della solidarietà tra palestinesi e Neri, provenga da lettori ‘Bianchi’ filo-palestinesi. Uno di loro è arrivato perfino a ripudiare del tutto la causa palestinese. “Lasciate che i Neri liberino il vostro paese,” ha scritto, oltre ad alcune espressioni volgari.
Onestamente, era ora!  Non ci deve, comunque, essere alcun razzismo nel movimento di solidarietà con la Palestina e qualsiasi tipo di solidarietà che sia condizionata dall’isolare i palestinesi dalla lotta per i diritti umani in qualsiasi luogo del mondo, è indegna e sgradita.
La verità è che non stavo cercando di guadagnare senza sforzo punti politici,  abbracciando la causa del ragazzo di 12 anni , Tamir Rice, o di Eric Garner o, più di recente, di Alton Sterling e di Philando Castile. Questi, tra centinaia di altri che vengono uccisi ogni anno nel continuo dramma di violenza della polizia, provengono dai segmenti della società americana più svantaggiati economicamente e socialmente. Hanno scarsa influenza politica e raramente sono noti alle potenti lobby di Washington, D.C.
Tuttavia, mettendomi dalla loro parte, comunque strategicamente inutile questa mossa possa sembrare ad alcuni, è l’unica strada morale che si deve scegliere. Io, come milioni di palestinesi, sanno esattamente che cosa è il razzismo, come è l’oppressione, come l’essere economicamente svantaggiati e politicamente sfavoriti, è  spesso l’inizio della rabbia e anche della contro-violenza.
La mia gente ha vissuto quel circolo vizioso per un secolo, e per me, non prendere una posizione di solidarietà con qualsiasi gruppo oppresso in qualsiasi parte del mondo, vuol dire negare proprio il fondamento del mio essere, la spinta collettiva che permette a milioni di palestinesi di dimostrarsi forti e di andare avanti.
C’è un’inequivocabile sensazione di essere permanentemente esiliati che viene condivisa da molti palestinesi, indipendentemente dai loro contesti politici. E’ sia reale che metaforica fino al punto che, col passare del tempo, si è trasformata in una cultura, in un modo di pensare e in una prospettiva.
Essere ‘fuori posto’, il titolo del potente libro di memorie di Edward Said non vale soltanto per un singolo individuo palestinese, ma per un’intera nazione. Anche nella nostra patria c’è poco senso della continuità: le cose possono cambiare molto rapidamente: con le bombe, con le ruspe o con gli ordini militari.
Per adattarsi, la cultura palestinese, anche se radicata in una lunga storia di esistenza ininterrotta che supera un millennio, è stata piuttosto fluida, anche culturalmente e geograficamente. Con ‘l’esilio’ prolungato, la nostra identità politica ha superato il tempo e il luogo, e quindi identificarsi con gli americani di colore  o con gli americani Nativi, con i rifugiati siriani, con le vittime dell’apartheid sudafricana, o con la popolazione Rohingya della Birmania, non è certo un atto di convenienza politica, ma una naturale inclinazione morale. Anche una  cultura.
Edward Said aveva espresso in maniera convincente il concetto di ‘prospettiva globale’ che ha reso la lotta palestinese una parte integrante di una lotta globale per la giustizia sociale. Per i palestinesi sono diventate realmente confuse le linee tra la loro identità politica, la loro propria cultura e quella di una lotta molto più grande con obiettivi più nobili.
“Nel caso di un’identità politica che viene minacciata, la cultura è un modo di combattere contro l’estinzione e la cancellazione,” ha scritto Said.
“La cultura è una forma di memoria contro la rimozione.”
In una raccolta di poesie di recente pubblicata di cui sono stato co-autore insieme a due brillanti poeti palestinesi, Samah Sabawi e Jehan Bseiso, quello che è la Palestina  si è mescolato con una varietà più ampia di lotte globali contro l’ingiustizia.
Nella poesia scritta dopo la morte di Herman Wallace – un uomo di colore che è stato in prigione in regime di isolamento per 41 anni in base a quello che molti credono che fossero accuse inventate – ho cercato di includere la lotta del vecchio combattente come parte della memoria del mio popolo contro la cancellazione.
“…Il mio pugno si alzerà dalla terra bruciata; in un dipinto di Naji Ali,
Attraverso le spesse mura del Penitenziario statale della Louisiana,
Nelle strade di Hanoi,
Tra le macerie della moschea di Gaza
Perfino sul mio letto di morte.
Ho molti nomi.
La mia faccia, però, è sempre la mia faccia.
Sulla mia fronte è cucito il ricordo del dolore.
Sorrido ancora.
E insegno a mio figlio a non odiare mai
Perché l’odio non è amore
E l’amore è libertà.
Sono un palestinese
Il mio nome è Herman Wallace
E morirò sempre libero.”
Improvvisamente, essere palestinese e Nero era  il sentimento più naturale. Non era una decisione calcolata, ma un sentimento innato spinto dalla lotta comune per la giustizia e da una storia di dolore condivisa.
Il Dottor  Ramzy Baroud scrive da 20 anni di Medio Oriente. E’ un opinionista che scrive sulla stampa internazionale, consulente nel campo dei mezzi di informazione, autore di vari libri e fondatore del sito PalestineChronicle.com. Tra i suoi libri ci sono: ‘Searching Jenin’ [Cercando Jenin], The Second Palestinian Intifada [La seconda Intifada palestinese],  e il suo  più recente è: My Father Was a Freedom Fighter: Gaza’s Untold Story (Pluto Press, Londa).  [Mio padre era un combattente per la libertà: la storia di Gaza che non è stata raccontata]. Il suo sito web è www.ramzybaroud.net
Nella foto: il poeta Edward Said
Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

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