mercoledì 6 luglio 2016

Ugo Tramballi : Pericolose scosse di assestamento a Riad




Negli anni ’80 i rivoluzionari iraniani avevano tentato d’impossessarsi dei luoghi sacri dell’Islam. Gli incidenti causati dalla ressa nel mese del
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Negli anni ’80 i rivoluzionari iraniani avevano tentato d’impossessarsi dei luoghi sacri dell’Islam. Gli incidenti causati dalla ressa nel mese del pellegrinaggio, sono frequenti. Nei secoli passati, prima che nascesse l’Arabia Saudita, il controllo di Mecca e Medina era l’ambizione di ogni tribù della penisola: 91 anni fa gli al Saud lo tolsero agli Hashemiti. Mai, tuttavia, un musulmano aveva tentato di entrare in un tempio così sacro con il solo proposito di uccidere altri musulmani.
È accaduto lunedì sera, davanti alla Moschea del Profeta, al-Masjid an-Nabawi, a Medina. Nell’Islam è seconda solo alla Moschea Sacra, Masjid al-Haram, nella vicina Mecca. Fermato dagli agenti della sicurezza, il terrorista dell'Isis o di al-Qaeda (la matrice non è ancora certa) si è fatto esplodere fuori dalla moschea, uccidendo cinque poliziotti. Dentro Masjid an-Nabawi c’erano centinaia di fedeli: sunniti e sciiti. «È venuto il tempo di lavorare insieme per salvare la nostra religione da queste bande criminali», ha reagito con orrore il principe ereditario di Abu Dhabi.
Ma difficilmente accadrà, difficilmente sciiti e sunniti, iraniani e sauditi coglieranno l’occasione di unirsi per spazzare mostri che loro stessi hanno contribuito a generare. Dopo anni di scontri diplomatici e di guerre civili combattute per conto terzi, Teheran aveva tentato un riavvicinamento. Riad lo ha ignorato su pressione del clero wahabita, il vero responsabile della diffusione della versione più estrema e intollerante della fede, a partire dagli anni Ottanta dal Marocco all’Indonesia, metodicamente.
Non è la prima volta che al-Qaeda colpisce l’Arabia Saudita. E nell’immaginario dell’Isis la conquista dei luoghi sacri e la fine della dinastia degli al Saud sono più importanti della presa di Roma cristiana o della distruzione d’Israele. Oltre che Medina, lunedì sera i terroristi hanno colpito anche Jeddah a Ovest e Qatif, nell’Est abitato dagli sciiti. I danni sono stati fortunatamente minori ma in qualche modo la serie di attentati assomiglia all’inizio di un’offensiva, strategicamente più importante degli attentati a Baghdad e, per i musulmani di tutto il mondo, emotivamente più forte di quello a Dacca.
Il responsabile assoluto della sicurezza saudita è il principe ereditario Mohammed bin Nayef. Senza nemmeno dover riferire a re Salman, è lui che se ne occupa nella divisione dei compiti della nuova generazione di futuri re, con suo cugino il vice-erede Mohammed bin Salman. Questo Mohammed è il figlio prediletto del re; è il ministro della Difesa responsabile di tutti i conflitti regionali ai quali i sauditi partecipano direttamente o indirettamente; è il responsabile del futuro economico del paese, dell’annunciato affrancamento dal petrolio. In breve, è lui che coordina Vision 2030, il progetto secondo il quale in soli 14 anni l’Arabia Saudita sarà un centro finanziario come Londra e un catalizzatore d’investimenti internazionali più di Pechino.
È Mohammed il trentenne figlio del re, che ha tolto ad Ali al-Naimi i controllo del petrolio e ha deciso di mettere in vendita un po’ meno del 5% di Saudi Aramco che più o meno vale10mila miliardi di dollari: sarà la IPO (initial public offering) più grande della storia de capitalismo. È lui che sostituisce il padre malato nei viaggi ufficiali in giro per il mondo: a giugno ha incontrato Obama a Washington, Ban Ki-moon a New York e visitato la California.
La divisione del lavoro fra i due cugini – qualcuno invece dice che è una lotta di potere per la successione a Salman - è solo apparentemente squilibrata a favore del vice-erede. Prima di diventare principe ereditario Mohammed bin Nayef era già ministro degli Interni: lo aveva ereditato da suo padre Nayef, fratello di re Salman. Ha rapporti strettissimi con Cia e Fbi. È il responsabile degli apparati della sicurezza interna, dei servizi segreti, della polizia, delle frontiere, delle carceri, dei dipendenti pubblici, del lavoro dei giudici e delle relazioni col clero wahabita.
A differenza dell’appariscente visibilità di Mohammed bin Salman, Mohammed bin Nayef lavora in silenzio e controlla il deep state, lo stato profondo saudita. Nel mondo arabo chi lo possiede ha in pugno il paese, più che in qualsiasi altro sistema al mondo.
È Mohammed figlio di Salman il responsabile delle riforme economiche e sociali che col tempo dovrebbero far lavorare tutti i sauditi, donne comprese: «Non sono abituate a farlo...serve solo un po’ di tempo», ammette ora. Ma niente accadrà in Arabia Saudita senza la protezione di Mohammed figlio di Nayef e la collaborazione del suo apparato sconfinato.
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