mercoledì 20 luglio 2016

Perché i giornalisti egiziani in carcere non fanno notizia?

 
 
 
 
 
Il doppio standard dei media internazionali dimentica i reporter locali oppressi dal regime di al-Sisi, ricordandosi solo dei colleghi occidentali. Eppure questo è il peggior momento per la stampa egiziana da decenni
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l doppio standard dei media internazionali dimentica i reporter locali oppressi dal regime di al-Sisi, ricordandosi solo dei colleghi occidentali. Eppure questo è il peggior momento per la stampa egiziana da decenni
Il fotoreporter egiziano Mahmoud Abu Seid, in carcere dall’agosto 2013
Peter Oborne* – Middle East Eye
Roma, 20 luglio 2016, Nena News – Ho raccontato guerre civili, ribellioni, disastri naturali e dittature stando sul campo. Mi sono sempre meravigliato del coraggio e della resistenza della gente comune, ma i giornalisti locali che raccontano le verità sui regimi brutali meritano un posto speciale in questo.
Anche per i più coraggiosi giornalisti occidentali la vita a confronto è molto più facile. Restano nel paese per pochi giorni o settimane, e poi tornano a casa. Se la cosa si fa pericolosa vanno via.
Questa non è una critica. Ma rimane il fatto che questi non vivono con le conseguenze del loro lavoro. Invece i giornalisti locali, che continuano a vivere nel loro paese, restano esposti al rischio di rappresaglie di signori della guerra locali, oligarchi e servizi di sicurezza. Vengono minacciati (insieme alle loro famiglie) e troppo spesso uccisi, a volte in modi orribili.
La disparità di trattamento è resa ancora peggiore dal fatto che il mondo attribuisce un valore speciale alla vita dei giornalisti occidentali. Quando vengono uccisi o feriti gravemente la notizia è sempre da prima pagina. Non è altrettanto per i giornalisti locali.
Recentemente sono stato coinvolto in un caso in cui questi due pesi e due misure sono stati palesemente applicati: l’Egitto. È noto che il 29 dicembre 2013 Peter Greste ed altri due suoi colleghi di Al Jazeera sono stati arrestati, denunciati e incarcerati, senza aver fatto nient’altro che il loro lavoro di cronisti.
Ho partecipato insieme a molti altri giornalisti stranieri alle campagne per chiederne la liberazione. Abbiamo tenuto una conferenza stampa, rilasciato un comunicato, abbiamo incontrato un diplomatico egiziano al Frontline Club, a Londra.
Il presidente Obama ha chiesto il loro rilascio, così come il Segretario degli Esteri britannico Philip Hammond, il primo ministro australiano e una schiera di personalità dei media e celebrità: Larry King, Piers Morgan, Stephen Fry, Mia Farrow, Naomi Klein, Bianca Jagger, Christiane Amanpour.
Greste è stato poi rilasciato e fatto rientrare in patria. Ma suoi colleghi Mohamed Fahmy e l’egiziano Baher Mohamed hanno dovuto attendere ancora molti mesi. Avendo nomi islamici, la campagna internazionale si è concentrata molto meno su di loro (tempo dopo Peter Greste in un’intervista alla radio irlandese ha sottolineato di aver ricevuto molto più supporto del suo compagno di cella irlandese-egiziano Ibrahim Halawa “perché il mio nome è Peter, non Ibrahim”). Tempo dopo, Fahmy e Mohamed sono stati comunque graziati dal presidente al-Sisi e rilasciati.
Ovviamente ne siamo stati tutti felici, e io sono orgoglioso del mio piccolo ruolo giocato nella campagna. Fahmy, Greste e Mohamed, che hanno sofferto terribilmente in prigioni sovraffollate e sporche, sono uomini coraggiosi e onesti, nulla di criticabile.
Eppure, qualcosa mi preoccupa profondamente di questo caso. Ci sono ancora molti giornalisti egiziani nelle carceri di al-Sisi. La loro situazione non è migliorata. Anzi. Sono sempre più i giornalisti in prigione, in condizioni peggiori di prima, e gli attacchi alla libertà di parola si sono intensificati.
I fatti sono indiscutibili. Secondo il Comitato per la protezione dei giornalisti, una dozzina di giornalisti (compresi i tre di Al Jazeera) erano nelle prigioni egiziane alla fine del 2014, al picco della nostra campagna. Da allora, secondo il Comitato, quel numero è raddoppiato. I membri del comitato mi hanno anche detto che questo è il periodo peggiore per essere un giornalista in Egitto dal 1991. Secondo l’Arab Media Freedom Monitor (Ikshef), che definisce i giornalisti in modo più ampio, il numero reale sarebbe 89 alla fine di aprile di quest’anno. Qualunque sia il modo di conteggiare, la situazione è molto, molto peggiorata.
Per questo a inizio maggio ho parlato ad un’altra conferenza stampa al Frontline Club – questa organizzata dall’Arab Media Freedom Monitor. Il nostro obiettivo era di portare l’attenzione sulla brutalità del governo egiziano nei confronti dei giornalisti locali dopo una devastante campagna repressiva portata avanti nelle settimane precedenti.
Non potevo fare a meno di fare un paragone tra questa conferenza stampa e quella precedente in favore di Peter Greste. Nella prima, la sala era piena di gente e telecamere, e l’evento ricevette anche una ottima copertura mediatica il giorno dopo. Quest’ultima conferenza invece pochissimi partecipati e neanche una riga sulla stampa. Come se si fosse tenuta in un vuoto.
Il mondo giustamente si è preoccupato per Peter Greste. Ma perché gli stessi politici e le stesse celebrità oggi non fanno campagna per Mahmoud “Shawkan” Abou Zheid, arrestato nell’agosto 2013? Da allora gli è stata costantemente negata l’assistenza sanitaria, nonostante soffra di epatite C.
In una lettera straziante scritta in occasione del 600esimo giorno di detenzione, Shawkan ha scritto semplicemente: “Sto morendo”.
Perché non interveniamo in favore del giornalista di Rassd Abdullah al-Fakharny, arrestato nell’agosto 2013? Scrivendo per Middle East Eye dalla sua cella, l’anno scorso al-Fakharny scrisse: “Il mondo si ricorderebbe dei giornalisti occidentali… si solleverebbe per protestare contro la loro prigionia, diffonderebbe la notizia e si mobiliterebbe per il loro rilascio”.
Mahmoud Abou Zheid e Abdullah al-Fakharny sono solo due tra tantissimi casi. La vita di un giornalista egiziano vale esattamente quanto quella di uno occidentale. L’unica spiegazione per questo sfacciato sistema di due pesi e due misure è il razzismo.
Ora che non c’è più un uomo bianco tra le vittime, in pochi si interessano della persecuzioni dei giornalisti egiziani. Questo dovrebbe far vergognare tutti noi giornalisti occidentali.
*Peter Oborne è stato capo editorialista politico per il Daily Telegraph, ed è stato nominato freelancer dell’anno 2016 dall’Online Media Awards
Traduzione a cura di Traduzione a cura di Focus MiddleEast

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