venerdì 8 luglio 2016

La guerra in Iraq e la profezia di san Giovanni Paolo II

Città del Vaticano
Nel gennaio 2003, durante una colazione di lavoro con alcuni vaticanisti presso la nunziatura in Italia, l’allora Segretario di Stato Angelo Sodano decise di rispondere ad alcune domande sull’ormai imminente guerra anglo-americana contro l’Iraq di Saddam Hussein. «Lo diciamo ai nostri amici americani: vi conviene irritare un miliardo di musulmani e rischiare di avere per decenni l’ostilità del mondo islamico?». Parole sensate, di un diplomatico che sapeva guardare non tanto alla capacità di ottenere una rapida vittoria militare, quanto piuttosto al futuro di quel Paese. Con la diplomazia della Santa Sede e il suo personale carisma, l’anziano e malato Giovanni Paolo II aveva cercato di dissuadere da questa «avventura senza ritorno», che si è purtroppo rivelata davvero tale.

Papa Wojtyla aveva incontrato molti leader e capi di governo. Aveva inviato il cardinale Roger Etchegaray a parlare con Saddam e il cardinale Pio Laghi a parlare con George Bush jr. tentando di evitare il conflitto. La logica della «guerra preventiva» aveva prevalso contro tutto, sebbene le informazioni dell’intelligence sulle armi di distruzione di massa si riveleranno false.

Tutto ciò viene ora confermato dal Rapporto Chilcot, redatto da una commissione del Governo inglese, dal quale si evince che l’allora premier Tony Blair, come Bush, volle fare quella guerra a tutti i costi, ignorando le possibilità alternative. Quelle possibilità sulle quali insisteva con particolare forza proprio la diplomazia pontificia, convinta a ragione che non tutte le vie fossero state percorse. La guerra, si sa, va vinta prima con la propaganda. E di propaganda si trattò, con le menzogne sulle armi di distruzione di massa e i terribili agenti chimici che non vennero mai trovati. Vennero ignorati gli avvertimenti sulle conseguenze che la guerra avrebbe potuto avere, non ultimo proprio quella di far sprofondare il Paese nel caos lasciandolo in preda del terrorismo islamista. Centinaia di migliaia di civili vennero uccisi da bombe poco intelligenti, un conflitto le cui conseguenze tutto il Medio Oriente e il mondo paga ancora oggi.

Giovanni Paolo II non aveva la forza politica per far prevalere il buon senso. L’unica possibilità era quella di mobilitare l’opinione pubblica proponendo gesti di pace alla portata di ogni persona, come il digiuno e la preghiera. E quando ormai la guerra apparve irreversibile, Wojtyla aveva annunciato per il 5 marzo una giornata di preghiera e di digiuno per la pace in Medio Oriente, un invito raccolto dall’intera opinione pubblica mondiale.

Domenica 16 marzo, affacciandosi per l’Angelus, Giovanni Paolo II aveva detto: «Di fronte alle tremende conseguenze che un’operazione militare internazionale avrebbe per le popolazioni dell’Iraq e per l’equilibrio dell’intera regione del Medio Oriente, già tanto provata, nonché per gli estremismi che potrebbero derivarne, dico a tutti: c’è ancora tempo per negoziare; c’è ancora tempo per la pace; non è mai troppo tardi per comprendersi e per continuare a trattare». Wojtyla aveva lanciato due moniti alle parti in causa: «I responsabili politici di Baghdad hanno l’urgente dovere di collaborare pienamente con la comunità internazionale, per eliminare ogni motivo d’intervento armato. A loro è rivolto il mio pressante appello: le sorti dei loro concittadini abbiano sempre la priorità!». Mentre agli Stati Uniti, all’Inghilterra ed alla Spagna aveva ricordato, senza nominarli espressamente, «che l’uso della forza rappresenta l’ultimo ricorso, dopo aver esaurito ogni altra soluzione pacifica, secondo i ben noti principi della stessa Carta dell’ONU».

Poi l’anziano Papa aveva improvvisato, aggiungendo alcune accorate parole: «Io appartengo a quella generazione che ha vissuto la seconda Guerra Mondiale ed è sopravvissuta. Ho il dovere di dire a tutti i giovani, a quelli più giovani di me, che non hanno avuto quest’esperienza: “Mai più la guerra!”, come disse Paolo VI nella sua prima visita alle Nazioni Unite. Dobbiamo fare tutto il possibile! Sappiamo bene che non è possibile la pace ad ogni costo. Ma sappiamo tutti quanto è grande questa responsabilità. E quindi preghiera e penitenza!».

Bisognava ascoltare di più la voce di quel vecchio testimone degli orrori del Novecento nella sua martoriata Polonia, invece di fare una guerra sulla base di menzogne, senza la copertura dell’Onu e senza pensare al dopoguerra. Bisognava ascoltare di più la voce dei cristiani dell’Iraq, sbeffeggiati e bollati come «pacifisti» al soldo di Saddam anche da alcuni media cattolici sempre pronti a indossare l’elmetto. «Quando riusciamo a far sentire la nostra voce» diceva il vescovo irakeno Shlemon Warduni, «cerchiamo di far capire che in Occidente si sa poco dell’Iraq e delle sue dinamiche. Intervenire sulla base di conoscenze così scarse, o addirittura sulla base di convinzioni errate, può portare a un colossale disastro. L’embargo ha già fatto danni enormi, i giovani migliori, quelli in gamba e preparati, se ne sono andati, e il resto della popolazione è impoverito. Si parla tanto delle armi, è giusto, ma perché sono pericolose solo quelle dell’Iraq?». In un libro-intervista intitolato «Dio non vuole la guerra in Iraq» Warduni ricordava: «Appena proviamo a dire che la guerra non è la soluzione, subito ci gridano contro: ecco, quelli stanno con Saddam, sono suoi complici».

Non erano «complici», erano soltanto realisti, per nulla ammaliati dalle sirene interessate sulla «democrazia da esportare». Avevano capito a che cosa si sarebbe andati incontro destabilizzando l’intera regione e corroborando il fondamentalismo e il terrorismo, come puntualmente accaduto. E a noi non fanno ormai più effetto le autobomba quasi quotidiane, che continuano a mietere vittime innocenti meritando poche righe in cronaca, tredici anni dopo quella guerra-lampo che aveva «liberato» il Paese dall’odioso dittatore Saddam.

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