lunedì 4 luglio 2016

ISRAELE. Torna la protesta degli etiopi



ISRAELE. Torna la protesta degli etiopi





Centinaia di manifestanti hanno bloccato ieri le strade di Tel Aviv per protestare contro i presunti abusi della polizia contro di loro e per chiedere giustizia per Yosef Salamsa un giovane etiope suicidatosi nel 2014 in seguito alle violenze subite da parte delle forze dell’ordine
Etiopi




di Roberto Prinzi
Roma, 4 luglio 2016, Nena News – Centinaia di etiopi israeliani sono tornati di nuovo in strada ieri sera a Tel Aviv per protestare contro gli abusi della polizia e le discriminazioni del governo nei loro confronti. I manifestanti hanno bloccato alcune strade della città paralizzando il traffico cittadino in particolare a Kaplan Street, una delle principali arterie di Tel Aviv. Rispetto a quanto accaduto in passato, il corteo è sfilato in maniera pacifica sebbene a fine serata siano stati dodici gli attivisti della comunità etiope arrestati perché accusati di aver “bloccato il traffico” (sono stati rilasciati tutti solo in tarda nottata). Molti dei partecipanti indossavano t-shirt in cui si chiedeva giustizia per Yosef Salamsa, un etiope-israeliano che si è suicidato nel 2014 in seguito alle (presunte) violenze subite da parte della polizia israeliana. Il suo corpo senza vita fu ritrovato in una cava nella cittadina di Binyamina, nel nord d’Israele.
Il caso Salamsa è una ferita ancora aperta all’interno della comunità etiope dello stato ebraico ed è, denunciano i manifestanti, emblematica della discriminazione che essi subiscono in Israele pur essendo ebrei. Per capire i malumori degli etiopi bisogna ritornare indietro di qualche mese: a inizio anno la polizia ha deciso di chiudere le indagini sul caso Salamsa per mancanza di prove circa una eventuale “condotta criminale” da parte delle forze dell’ordine. A febbraio, però, un comunicato del Dipartimento indagini della polizia interna (DIPI) del ministero di giustizia israeliano se, da un lato, determinava che la morte del ragazzo non era stata causata dagli abusi compiuti dagli agenti, sottolineava, dall’altro, i diversi “errori procedurali” compiuti dagli ufficiali durante la sua incarcerazione. Errori che, si leggeva ancora nella nota, richiedevano l’applicazione di misure disciplinari.
Salamsa era stato arrestato nel marzo 2014 nei pressi della cittadina di Zichron Ya’acov e, dopo essere stato soggetto ripetutamente a taser, veniva rilasciato. Il ragazzo, hanno sempre sottolineato gli attivisti della comunità, era stato detenuto senza essere accusato di alcun crimine e senza essere mai interrogato: una “anomalia” che non si verifica mai quando a cadere nelle mani della polizia sono ebrei ashkenaziti. Le violenze subite lo avrebbero portato ad una forte depressione al punto che la famiglia decise di denunciare il DIPI. Secondo i familiari di Salamsa, però, quella denuncia avrebbe peggiorato la situazione: il giovane sarebbe diventato ancora di più bersaglio degli abusi degli ufficiali di polizia. Un esposto, tuttavia, che la vittima non ha mai presentato personalmente e che – motiva il Dipi – ha portato alla chiusura anticipata delle indagini. 
Una decisione, quest’ultima, che ha mandato su tutte le furie la comunità etiope d’Israele (oltre 130.000 persone) che già da tempo chiede con forza al governo Netanyahu di porre fine una volta e per tutte al “razzismo sistematico e istituzionale” che vive all’interno dello stato ebraico. Proprio l’emarginazione sociale, economica e politica che essi subiscono avevano spinto migliaia di loro a protestare in varie occasioni per le strade di Tel Aviv e Gerusalemme. A scatenare la rabbia della comunità era stata la pubblicazione di un video in cui si vedevano alcuni agenti della polizia assaltare senza motivo un soldato etiope.
Un episodio che non si sarebbe mai verificato, sottolineò in quella circostanza la comunità, se l’aggredito, invece di essere di pelle nera, fosse stato un ebreo bianco ashkenazita. Le proteste dello scorso anno furono duramente represse dalla polizia: a maggio almeno 41 persone rimasero ferite negli scontri con le forze di sicurezza. Per disperdere i manifestanti la polizia arrivò ad usare bombe stordenti e cannoni ad acqua: una novità se si considera che erano “ebrei” e non palestinesi. Nena News
Roberto Prinzi è su Twitter @Robbamir

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