sabato 23 luglio 2016

I morti di Kabul e la minoranza hazara de «Il cacciatore di aquiloni»


Violenze e odi: così vive il popolo osteggiato da talebani e pashtun vittima dell’attacco dell’Isis nella capitale afghana
corriere.it|Di Marta Serafini

«Per anni tutto ciò che avevo saputo di loro era che discendevano dai mongoli e che somigliavano ai cinesi». Amir, il protagonista de «Il Cacciatore di aquiloni», è ancora piccolo. Non sa ancora che la sua gente, i pashtun, ha da sempre schiacciato senza pietà gli Hazara, il popolo del suo amico Hassan. È quando Hassan viene violentato dai compagni di scuola che Amir capisce: gli uomini non sono tutti uguali. Il suo fratellastro è stato stuprato perché è «un mangiaratti», «un naso piatto». Uno schiavo hazara non può vincere contro un gruppo di bulli.




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Kabul, la strage al corteo degli hazara

Sciiti, poveri, una maggioranza trasformata in minoranza, discendenti di Gengis Khan che la storia ha sempre cercato di cancellare. Nel corso dei secoli sono diventati questo gli hazara. «Gli esclusi», come li ha definiti un reportage di Phil Zabriskie sul National Geographic del 2010. I trenta milioni che sono sopravvissuti alle persecuzioni oggi vivono per lo più nella Hazarajat, regione centrale dell’Afghanistan. Il loro bastione è la provincia di Bamiyan, una delle più povere del Paese. Alla fine dell’Ottocento vengono massacrati dal re Amir Abdul Rahman Khan che ordina lo sterminio di tutti gli sciiti. Vengono ridotti in schiavitù. Le donne violentate, gli uomini deportati. A coltivare le terre, sotto gli occhi dei due Buddha giganti che hanno visto passare i mercanti sulla Via della seta, non rimane più nessuno per molto tempo.
Passano più di 90 anni. E all’odio dei pashtun si aggiunge anche quello dei talebani. «Gli Hazara non sono musulmani, potete ucciderli» grida il capo dei talebani Maulawi Mohammed Hanif di fronte alla folla inferocita. Secondo Human Rights Watch, in un solo giorno, vengono distrutte più di 4.000 case. Intere città vengono rase al suolo. Come ricorda Zabriskie, un detto taliban sui gruppi etnici non pashtun dell’Afghanistan recita: «I tagichi in Tagikistan, gli uzbechi in Uzbekistan e gli Hazara in goristan». Ossia, al cimitero. Ma gli Hazara sopravvivono anche alla furia del jihad. Quando arriva l’11 settembre l’offensiva contro l’Hazarajat è al culmine. I Buddha giganti che vigilavano sulla regione sono già stati distrutti. Eppure il Bamiyan riesce a diventare una delle province più sicure dell’Afghanistan. Niente oppio, niente morte, almeno per qualche anno.
La costituzione del 2004 finalmente garantisce agli Hazara la parità di diritti. I giovani iniziano a frequentare le università. Sotto la presidenza di Hamid Karzai vengono ben rappresentati. Si forma una classe media che riesce a uscire dai ghetti di Kabul, dove l’acqua e l’elettricità non arrivano. Ma è difficile strapparsi di dosso quell’etichetta, di schiavi. Impossibile anche quando nella tua terra manca la luce. Faticoso quando i tuoi fratelli sono scappati in Europa o in Iran in cerca di un futuro migliore. «Stiamo assistendo ad un aumento di violenza», spiega Luca Radaelli che in Afghanistan ha lavorato per sette anni con Emergency. «Ma il rischio è che l’attentato di ieri rivendicato dall’Isis, gruppo terroristico sunnita, contro la minoranza sciita non sia certo l’ultimo». E la paura è che gli aquiloni di Hassan e Amir smettano di nuovo di volare.






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