giovedì 21 luglio 2016

Giuseppe Gigliotti : Gli incentivi disincentivano


Gli incentivi disincentivano
di Giuseppe Gigliotti

Come da consolidata tradizione nel conflitto arabo-israeliano, l'ennesima conferenza di pace sembra ormai profilarsi all'orizzonte. E vi sono pochi dubbi che, come quelle che l'hanno preceduta, anche tale iniziativa si risolverà in un nulla di fatto. Ma, a dispetto delle interpretazioni fortemente emotive date a questa vicenda, che in non poca misura hanno contribuito a costruirne il mito d'irresolubilità, è mia ferma opinione che il conflitto si sia di fatto già risolto, ancorché nel modo peggiore per lo Stato ebraico. Essendo la questione enorme per un singolo articolo, mi concentrerò su un punto spesso trascurato nelle analisi italiane, ma che può da solo spiegare il disastro in corso in Israele-Palestina: il ruolo giocato dagli Accordi di Oslo nell'esonerare Israele dai costi economici della sua presenza nella West Bank.
Uno dei principali argomenti della vecchia guardia pacifista è stato quello di ribadire il mantra degli enormi dividendi in termini economici, conseguenti alla cessazione del conflitto. Secondo questa linea di pensiero, Israele potrebbe garantirsi livelli di crescita eccezionali dalla normalizzazione con il mondo arabo e musulmano, mentre la creazione di un proprio Stato sovrano consentirebbe di porre termine alla strutturale condizione d'inferiorità economica in cui i Palestinesi stagnano dal 1948. Su questa linea di pensiero, l'Unione Europea si è spinta a garantire alle due parti uno status privilegiato in termini di accesso al mercato comune qualora un accordo fosse siglato. Il problema di questa visione sta nella sua incapacità di prendere atto degli effetti negativi prodotti dagli accordi di Oslo nell'ultimo ventennio. Lungi dal favorire una maggiore propensione all'accomodamento, la struttura messa in piedi a partire dagli anni Novanta ha semmai contribuito a rendere le parti in causa ancor meno accomodanti di quanto potessero essere in precedenza. Infatti, come le teorie economiche insegnano, tra due parti in conflitto la volontà di perseguire la pace è inversamente proporzionale al livello di soddisfacimento dei bisogni essenziali. Maggiore è il secondo, minore è la prima. Tale equazione ha avuto un peso centrale, nell'indurre israeliani e palestinesi a tentare un accordo: ancorchè oggi dimenticato, uno dei fattori che agevolarono l'avvio degli accordi di Oslo fu non a caso il disastroso andamento economico d'Israele e dell’OLP negli anni Ottanta. Lo Stato ebraico fu colpito da una disastrosa recessione, mentre l'ambigua politica di Yasser Arafat comportò un netto taglio nei generosi aiuti finanziari sino a quel momento concessi dai Paesi Arabi al movimento palestinese. Nessun dubbio che ambedue le parti in causa furono indotte alla storica firma anche da altre ragioni; ma è al contempo innegabile che la necessità di garantirsi aiuti economici avesse giocato un ruolo primario in tale contesto. Sennonchè, in assenza di un formale accordo di pace, il fiume di denaro sborsato dai Paesi occidentali a partire dal 1991 ha finito per produrre l'effetto opposto a quello inteso: lungi dal rendere lo status quo insostenibile, ha semmai permesso ad ambedue le parti d'arroccarsi sulle proprie posizioni. E l'utilizzo del termine ambedue non è casuale. Sebbene in Israele e nella comunità filo israeliana sia onnipresente l'idea che il denaro occidentale abbia contribuito a minare la sicurezza dello Stato ebraico, rafforzando le posizioni assolutiste dei palestinesi, la realtà è ben diversa. In una prospettiva complessiva, è infatti difficile negare che Israele abbia beneficiato, in misura forse maggiore dei suoi nemici, dalle ambiguità del processo di pace. Ciò sotto diversi profili: ancorché corrotta e sostanzialmente ostile alla presenza di un focolare ebraico in Israele-Palestina, l'Autorità Palestinese ha però consentito ad Israele di liberarsi del fardello più pesante creatosi a seguito del suo ingresso in Cisgiordania nel 1967. Sino al 1993, l'intera popolazione palestinese era sottoposta alla diretta amministrazione militare israeliana, il che implicava oneri economici sempre più gravosi, tenuto conto dell'esplosione demografica conosciuta dalla comunità araba a partire dagli anni Settanta (complice l'indubbio miglioramento delle condizioni economiche e socio-sanitarie garantite dallo Stato ebraico). Il sistema introdotto da Oslo comportò una soluzione di lunga durata a questo dilemma, senza sacrificare in alcun modo le aspirazioni israeliane sulla West Bank. La creazione delle aree A e B comportò il trasferimento della quasi totalità della popolazione civile palestinese sotto l'egida di un'entità autonoma (l'Autorità Palestinese appunto), la cui viabilità economica fu da Israele scaricata sulle spalle dei paesi occidentali, mentre l'area C (comprendente le porzioni economicamente più significative della West Bank) continua ad essere sotto l'esclusivo controllo israeliano. Le somme di denaro pubblico così liberate, unite al prestito americano concesso nel 1991 quale condizione per la partecipazione israeliana alla Conferenza di Madrid, poterono essere utilizzate per finanziare l'alià degli ingegneri e dei matematici sovietici, il cui apporto è stato decisivo nel trasformare Israele nell' odierna economia ad alto impatto tecnologico. Le successive misure israeliane hanno contribuito al perfezionamento di tale sistema. La Barriera di Separazione e la Legge sull'Ingresso e la Cittadinanza, seppur presentate con l'intento di bloccare l'infiltrazione di terroristi, hanno però anche permesso ad Israele di regolamentare a sua discrezione i flussi d'ingresso della manodopera palestinese nel proprio mercato, rimasti senza controllo dal 1967 in poi. Ciò ha determinato lo strangolamento dell'economia rivale (già minata dalla corrotta leadership di Arafat), ed accresciuto in tal modo la pressione economica sui donatori, senza comportare costi effettivi per lo Stato ebraico, la cui economia ha al contrario conosciuto una straordinaria crescita negli anni successivi. Nè la promessa di un innalzamento dei legami economici con l'Occidente legato ad un futuro accordo di pace può allo stato attuale sortire il benchè minimo effetto su Israele, essendo i contro infinitamente superiori ai pro. L'acquisizione di uno status di partner semiufficiale dell'UE, e l'istituzione di un regime di free visas con gli States od il Canada imporrebbe difatti a Gerusalemme una revisione del proprio sistema di concessione dei visti lavorativi, che allo stato odierno rende fortemente difficoltoso lavorare in Israele per un non ebreo che non sia cittadino. Ma ciò andrebbe contro il principio cardine secondo il quale l'economia israeliana deve servire ad attrarre esclusivamente ebrei. E poiché a seguito delle recenti riforme legislative compiute in Spagna e Portogallo la quota di potenziali detentori di doppi passaporti è aumentata tra la popolazione ebraica, è evidente che allo stato odierno gli incentivi ad un mutamento in tale senso hanno subito un’ulteriore riduzione. In definitiva, l'idea che ipotetiche concessioni economiche possano indurre Israele a siglare un accordo di pace sono destinate ad un completo fallimento, per il semplice motivo che lo Stato ebraico ha oggi tutto da perdere e nulla da guadagnare da un mutamento dello status quo. Questo non implica però un esonero dei Palestinesi dalle proprie responsabilità. Come attestato da un recente sondaggio compiuto dall'Università Al Najah di Nablus, il 73,7 per cento dei Palestinesi della West Bank sarebbero contrari persino ad uno stato bi-nazionale per arabi ed ebrei.
Ma, se la ragion d'essere d'Israele sta nel suo essere la casa nazionale del popolo ebraico, è allora evidente che la situazione venutasi a creare negli ultimi due decenni rappresenta una catastrofe soprattutto per il progetto sionista. Questo perché, a dispetto delle continue buone intenzioni manifestate dall'Occidente, è ben chiaro che nessun governo israeliano avrà mai il coraggio di abbandonare quel che viene ritenuto da un numero crescente di israeliani epicentro del patrimonio storico e religioso del popolo ebraico. In definitiva, uno Stato con potenziale maggioranza arabo-palestinese, incubo della dirigenza sionista sin dai primi giorni dello Yishuv, è di già una realtà consolidata. Ed i progetti della destra israeliana, quali il Piano Bennett di annettere l'intera area C, segregando i Palestinesi in cantoni autonomi, esprimono solo la folle convinzione, sempre più diffusa nel pubblico israeliano, che il problema palestinese possa essere scaricato per sempre sulle spalle dei contribuenti occidentali.
Dinanzi a questo stato di cose è allora necessario per i paesi occidentali assumere un nuovo ruolo, né attivo o passivo, ma semplicemente neutrale. Perseguire una politica di non ingerenza diplomatica nel conflitto tra i due popoli dovrebbe divenire il nuovo approccio alla questione. E in questo contesto, l'immediata sospensione di ogni aiuto economico alle aree palestinesi dovrebbe costituire la prima mossa. Israele è ormai economicamente in grado di sostenere i costi della sua permanenza nella West Bank, mentre gli attuali livelli di donazione non sembrano sostenibili nel medio-lungo termine, alla luce della recessione economica in corso nel mondo occidentale. In definitiva, salvare chi non desidera essere salvato non è atteggiamento saggio, né tanto meno realistico. Ed è giusto da parte dell'Occidente lasciare che israeliani e palestinesi diano libero corso alle proprie scelte, fossero anche destinate a condurre a spaventose catastrofi.
Giuseppe Gigliotti


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