martedì 5 luglio 2016

Giorgio Bernardelli :Ishrat, l'imprenditrice che toglieva i bambini dalle fabbriche - Mondo e Missione


 
 
 
 
Alla cena della strage di Dhaka, insieme agli italiani, c’era anche Ishrat Akhond, 45 anni, che aveva…
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Alla cena della strage di Dhaka, insieme agli italiani, c’era anche Ishrat Akhond, 45 anni, che aveva condotto una campagna con l’Unicef contro il lavoro minorile. Uccisa anche lei per essersi rifiutata di recitare il Corano davanti agli aguzzini


Nelle cronache della drammatica notte di Dhaka abbiamo sentito tutti in questi giorni la storia di Faraaz Hossain, lo studente che non ha voluto abbandonare due amiche non musulmane e per questo gesto di eroismo è stato ucciso. Ma quella di Faraaz non è l’unica storia di grande coraggio tra i cittadini del Bangladesh uccisi nella strage. Ce n’è anche un’altra che merita assolutamente di essere raccontata.
A tavola con gli italiani all’Holey Artisan Bakery di Dhaka c’era infatti anche una donna bengalese di 45 anni, Ishrat Akhond, anche lei attiva nel settore tessile. Studi di management in Australia, «Nila» – come la chiamavano gli amici – era la responsabile delle risorse umane della ZXY International, uno dei maggiori gruppi manifatturieri che in Bangladesh lavorano per le aziende europee. Una donna appassionata di arte, che sosteneva i giovani talenti attraverso una propria galleria a Gulshan. Ma soprattutto – racconta il quotidiano indiano The Indian Express – una donna che negli ultimi anni si era spesa in prima persona contro la piaga del lavoro minorile in Bangladesh.
«Ricordo quanto Ishrat fosse turbata dal ricorso al lavoro dei bambini nelle fabbriche tessili – racconta l’amico Aloke Kumar, docente all’Indian Institute of Management di Calcutta -. Ne abbiamo parlato tante volte e io le dicevo che lei doveva fare qualcosa. Come gli altri produttori, anche la compagnia per cui lavorava, infatti, ricorreva anche al lavoro dei bambini. Così Ishrat ha cominciato a combattere la sua battaglia per ottenere che i bambini uscissero dalle fabbriche. Si è messa in contatto con l’Unicef e con numerose altre Ong per assicurarsi che non solo i bambini non lavorassero più ai telai, ma avessero anche delle opportunità di riabilitazione, fossero mandati a scuola. Alla fine del 2014 erano tutti fuori dalle fabbriche della sua compagnia».
C’è però anche un’altra notizia su questa donna che rende la sua morte molto significativa. Ishrat – si è detto – è stata uccisa perché non indossava l’hijab. Ma i testimoni dell’eccidio raccontano anche un altro dettaglio: interrogata dai jihadisti sui versi del Corano si è rifiutata di rispondere. Per una donna cresciuta in una famiglia musulmana in Bangladesh è impensabile che non conoscesse quei passaggi del libro sacro dell’islam. La sua è stata una scelta. Un modo di rimarcare la sua distanza tra ciò che era lei e quanto i fondamentalisti rappresentano. Una scelta di coraggio e di libertà; analoga a quella degli altri blogger uccisi a più riprese in questi mesi a Dhaka.
 

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