mercoledì 6 luglio 2016

Giordio Bernardelli : La resistenza delle storie





La resistenza delle storie
di Giorgio Bernardelli | 06 luglio 2016
Anche nell'orrore di Dhaka abbiamo avuto la storia «controcorrente» del giovane Faraaz Hossain, quella che ci fa dire che «non sono tutti così». Siamo tutti ingenui nel condividerla o dentro queste storie c'è qualcosa di più?


Non si può certo dire che nelle cronache della strage di Dhaka Faraaz Hossain non abbia avuto lo spazio che meritava: abbiamo avuto modo di ascoltare tutti la sua storia, quella dello studente musulmano che pur avendo la possibilità di uscire dall'Holey Artisan Bakery ha scelto di restare accanto alle sue due amiche non musulmane, accettando così di morire insieme a loro. È la storia «controcorrente», quella che ci fa dire che «non sono tutti così». Fateci caso: non c'è stazione dell'infinita via crucis del terrore che non abbia anche questo volto. Che poi non è nemmeno così singolare: la mia piccola esperienza personale è che più si vanno a cercare storie del genere, anche in giornate terribili, e più se ne trovano.
Qualche altro esempio proprio di queste ore: sempre a Dhaka, al tavolo con gli imprenditori italiani, c'era anche una loro collega bengalese, Ishrat Akhond, una donna che si è battuta in questi anni per far uscire i bambini dalle fabbriche e mandarli a scuola. È stata uccisa dai jihadisti anche lei (con buona pace di chi - con tanta disinvoltura e voglia di risposte facili - in queste ore maneggia con l'accetta un tema complesso come le condizioni di lavoro in Bangladesh).
Nella catena di dolore di queste ore - però - non c'è solo Dhaka. Per esempio c'è anche l'ormai tragica quotidianità dell'intifada dei coltelli in Israele e in Palestina. Dove - dopo la tredicenne israeliana uccisa nel suo letto da un palestinese poco più grande di lei - nelle ore in cui si consumava il dramma in Bangladesh c'è stato anche un rabbino ucciso mentre in auto, con la moglie e i figli, percorreva una delle strade che collegano tra loro gli insediamenti israeliani in Cisgiordania. Anche lì - nel posto di un odio profondo, alimentato da ferite reciproche che siamo tutti subito pronti a snocciolare - basta leggere un po' più approfonditamente la storia per scoprire due dettagli non indifferenti. Primo: è morto solo lui perché una famiglia palestinese, subito dopo l'agguato, è intervenuta per tirar fuori dalla vettura il resto della famiglia dei coloni. Secondo: il giorno dopo, durante la shivà, il lutto ebraico, la famiglia di coloni israeliani ha ricambiato con un gesto altrettanto forte. A un gruppo di esagitati che a cadavere ancora caldo invocava vendetta hanno risposto: «Chiunque voglia gridare frasi senza senso è pregato di andarsene. Non era ciò che papà voleva. Noi vogliamo concentrarci sulla sua memoria e su come fare il bene. Lui aveva anche amici arabi».
Poi c'è stata anche la strage di Karrada a Baghdad; con oltre duecento morti, in buona parte bambini, uccisi alla vigilia dell'Eid, la festa che segna la fine del Ramadan. Un fatto terribile proprio nel Paese da cui tutto è iniziato (e che forse proprio per questo abbiamo meno voglia di ricordare). Ecco: se guardassimo dentro anche al dramma di Karrada scopriremmo che ci sarebbe anche lì una signora storia da raccontare. Quella di Farid Bahnam, cristiano ucciso nella «strage degli sciiti». Cristiano che nella Baghdad sprofondata nel settarismo a causa del quale tanti cristiani sono stati costretti a lasciare Karrada, Farid era rimasto in prima linea ad aiutare tutti gli sfollati che oggi arrivano anche in quel quartiere in fuga dalle zone dell'Iraq dove si combatte la guerra all'Isis. Un aiuto senza distinzioni confessionali. Come la preghiera per tutte le vittime che il patriarca caldeo Luis Raphael Sako e i pochi cristiani rimasti a Karrada hanno vissuto insieme a tutti gli altri in queste ore.
Mi fermo qui anche se potrei andare avanti a lungo con queste storie «controcorrente». Mi fermo perché voglio arrivare a una domanda, che è quella che io stesso mi pongo: come dobbiamo guardare oggi a queste storie?
A volte mi viene il dubbio che esistano solo per me. Oppure che davvero siano l'alibi per noi inguaribili ottimisti, che ci aggrappiamo a qualsiasi speranza «pur di non guardare in faccia la realtà», come mi hanno detto già in tanti. Eppure ogni volta che una di queste storie riesce ad emergere dai rivoli più periferici dell'informazione globale, acquista sempre una forza straordinaria. La vedi spuntare ovunque. Perché? Siamo davvero tutti così ingenui? O non c'è forse qualcosa di più profondo che però ancora non capiamo?
Più andiamo avanti in questo tunnel e più mi convinco che queste storie siano l'unica arma vera che abbiamo per combattere il fanatismo jihadista. L'unica in grado di spiazzare l'ideologia folle di cui quest'onda di morte si nutre e attraverso cui si diffonde. In queste ore i nostri media pullulano di analisi, interviste, commenti; acuti o sguaiati che siano, si tratta solo di parole che oggi non ci servono proprio a a nulla. Anzi, fanno esattamente il gioco di chi ha costruito una narrazione nella quale tutto ruota intorno alle azioni violente.
Invece oggi abbiamo bisogno di altro: abbiamo bisogno di media che setaccino i rivoli dell'umanità e ci aiutino sul serio ad aprire gli occhi. Abbiamo bisogno di capire che il «controcorrente» non lo decide la realtà, ma noi stessi con le nostre narrazioni. Che ridurre il mondo in schemi settari, in cui il bene sta tutto da una parte e il male tutto dall'altra, significa già arrendersi. Abbiamo bisogno di tornare a cercare l'umano dentro la realtà; che è fatta sì di contraddizioni e violenze - certo - ma anche di innumerevoli sorprese. E sono proprio questi capovolgimenti a mandare in tilt l'era delle riduzioni binarie, dei riflessi condizionati elevati a regola di vita, del "mi piace/non mi piace" cosmico. Quali volti ci interessa cercare? E dove ci interessa cercarli? È anche dalla risposta molto concreta a queste due domande che dipende, oggi, la nostra possibilità di resistere davanti a chi ha già scelto il male.

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