giovedì 28 luglio 2016

Fulvio Scaglione Tutti i pro e i contro sulla zona sicura tra Siria e Israele



 
 
 
 
 
Kamal al Labwani è uno dei personaggi più noti, e anche tra i più rispettabili, dell’opposizione siriana a Bashar al-Assad. Medico, romanziere e poeta, è stato tra i promotori della Primavera siriana e ha scontato due periodi in carcere. Liberato…
eastonline.eu|Di Fulvio Scaglione






Tutti i pro e i contro sulla zona sicura tra Siria e Israele
di Fulvio Scaglione


 
Kamal al Labwani è uno dei personaggi più noti, e anche tra i più rispettabili, dell'opposizione siriana a Bashar al-Assad. Medico, romanziere e poeta, è stato tra i promotori della Primavera siriana e ha scontato due periodi in carcere. Liberato nel 2001, ha ottenuto lo status di rifugiato politico in Svezia. Qualche giorno fa, Al Labwani ha compiuto una specie di "visita di Stato" in Israele da dove ha proseguito per Giordania, Arabia Saudita, Qatar e Turchia, per promuovere ovunque la stessa idea: la creazione di una "zona sicura" in territorio siriano, oltre le Alture del Golan occupate da Israele nel 1967 durante la Guerra dei Sei Giorni, in cui proteggere le popolazioni locali (in maggioranza drusi) e gli eventuali profughi in fuga dalla guerra.
   È interessante la visione di Al Labwani. La "zona" (che lui immagina profonda dieci chilometri e larga venti, tale da inglobare una popolazione di circa 15 mila persone) dovrebbe essere creata con la cooperazione di Israele, Arabia Saudita, Qatar, Usa, Giordania e Turchia e resa sicura dall'attività di "determinati gruppi militari", armati e organizzati dai suddetti Paesi. Questi gruppi, dice Al Labwani, si sbarazzerebbero delle eventuali interferenze degli islamisti come di un ritorno di fiamma di Bashar al-Assad.
   La proposta di Al Labwani, nel modo in cui è stata esposta, è irrealizzabile. E pure politicamente insostenibile: chiedere ai Paesi del Golfo Persico, inventori e finanziatori dell'Isis e di altre formazioni islamiste attive in Siria, di farsi garanti di un'iniziativa di pace nel territorio sovrano di un altro Stato, è come chiedere alla volpe di custodire il pollaio. Però è vero che in Israele, pubblicamente o no, si è molto dibattuto di un'idea che a questa somiglia o, per dir meglio, somiglia a quella "fascia di sicurezza" che nel 1985 lo Stato ebraico si ritagliò nel Sud del Libano dopo aver occupato parte del Paese nel 1982.
   Anche adesso, con la crisi siriana, Israele accarezza l'idea di proteggersi acquisendo territorio altrui, con la stessa identica strategia che l'ha animata in tutti i conflitti vittoriosi finora sostenuti con altri Paesi o con i palestinesi. Dal 2011, cioè da quando è scoppiata la guerra civile in Siria, Israele non ha mai colpito gli islamisti ma solo uomini o installazioni dell'esercito regolare siriano o delle milizie iraniane o libanesi accorse a sostenerlo. Al Labwani lo ha anche detto in pubblico, ma tutti già sapevano che negli ospedali israeliani del confine sono curati molti combattenti anti-Assad. E i segnali negli ultimi tempi sono stati chiarissimi: l'esercito dello Stato ebraico ha creato una speciale unità di collegamento con le popolazioni del Sud della Siria, controllato dai ribelli; ha distribuito aiuti e viveri, per il Ramadan, in decine di villaggi della stessa zona; ha mandato unità del genio e carri armati di protezione a svolgere misteriosi lavori nell'area di Quneitra, in territorio siriano.
   In termini strategici, quindi, Israele teme più l'avvicinamento dell'Hezbollah libanese e dei pasdaran iraniani che non quello dei miliziani islamisti. Ci si può chiedere perché, e rispondersi nei modi più vari: per esempio, ipotizzando che Israele abbia avuto precise garanzia dai burattinai che manovrano l'Isis. Ma è chiaro che la lotta all'Isis e ai suoi cugini non è la priorità dello Stato ebraico.
   Secondo Al Labwani, sulla "zona di sicurezza" sono tutti d'accordo: Netanyahu, Obama, i reali sauditi… La vera domanda, quindi, diventa: perché Israele non procede, visto che avrebbe tutti gli strumenti tecnici, politici e militari per andare avanti? Perché non usa la tattica di sempre, stabilendo la "zona", mantenendola anche a conflitto finito, inglobandola infine di fatto nello Stato ebraico com'è successo con le Alture del Golan?
   Possiamo provare con una serie di considerazioni sparse. La creazione di una zona di sicurezza nel Sud della Siria, giustificata magari con la protezione della minoranza drusa, potrebbe innescare un processo analogo a Nord, con i curdi, e aprire di fatto un contenzioso indiretto con la Turchia, con cui Israele ha appena riallacciato i rapporti e che detesta una simile ipotesi. Analogo problema potrebbe crearsi con la Russia, alleata fedele di Assad e poco disposta a far smembrare pezzo a pezzo una Siria già sconvolta. I rapporti tra Mosca e Gerusalemme sono cauti ma intensi, Netanyahu in un anno ha incontrato tre volte Putin e una sola volta Obama.
   Ma soprattutto: ne varrebbe la pena? Se osservato dall'alto, il Medio Oriente oggi offre a Israele una situazione ideale: il nemico Assad rischia grosso, l'amico-nemico Erdogan ha altri problemi, l'Iraq sciita è sotto l'influenza dell'Iran ma devastato, le petromonarchie del Golfo Persico sono di fatto alleate dello Stato ebraico, il Libano rischia il tracollo sotto il peso dei profughi siriani, Egitto e Giordania sono Paesi amici. E l'Isis garantisce che questa situazione si protragga. Impegnarsi sul terreno potrebbe portare più problemi che vantaggi.

(Eastonline, 28 luglio 2016)

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