Amira Hass : In Cisgiordania le discriminazioni non scarseggiano quando si tratta di acqua
di Amira Hass – 2 luglio 2016
Israele
sta chiedendo il rinnovo del Comitato Congiunto per l’Acqua, ma i
palestinesi hanno sperimentato che la commissione si limita a rafforzare
le colonie e a perpetuare il controllo israeliano sulle risorse idriche
“Convocare
il Comitato Congiunto per l’Acqua.” Questo è il mantra israeliano
tirato fuori in risposta alle vicende relative alla scarsità d’acqua in
Cisgiordania. Da quando i palestinesi hanno iniziato a boicottare per
parecchi anni il lavoro del Comitato, si continua a sostenere che non si
è potuto ammodernare e riparare le infrastrutture idriche.
Questa
è stata anche la replica che Haaretz ha ricevuto la scorsa settimana
dall’Autorità Israeliana per l’Acqua e dall’ufficio di coordinamento
delle attività governative nei territori, in risposta a un quesito sul
perché dall’inizio di giugno la compagnia israeliana delle acque
(Mekorot) ha ridotto la quantità di acqua che vende ai palestinesi nel
distretto di Salfit e a Nablus.
Mekorot
ha dato una risposta simile al settimanale Makor Rishon [giornale di
destra e vicino al movimento dei coloni. Ndtr.], che una settimana fa ha
dato notizia di una riduzione nell’erogazione dell’acqua in numerose
colonie, quartieri e avamposti illegali in Cisgiordania.
Effettivamente
dalla fine del 2010 i palestinesi hanno smesso di approvare le
richieste di progetti per l’acqua e le fognature presentati dalla
controparte israeliana al Comitato Congiunto per l’Acqua (JWC).
Inizialmente hanno rifiutato di firmare i verbali delle riunioni. Poi
hanno smesso di parteciparvi. Il primo ministro palestinese del tempo
era Salam Fayyad, mentre il capo dell’Autorità Palestinese per l’Acqua
era il ministro Shaddad Attili. I palestinesi erano arrivati alla
conclusione – qualcuno dice con troppo ritardo – che, con il pretesto
della condivisione e della reciprocità, Israele stava estorcendo loro un
consenso scritto e una manifesta approvazione che consentiva lo
sviluppo delle infrastrutture idriche nelle colonie e persino di
incrementarne la fornitura d’acqua. Allo stesso tempo stava limitando lo
sviluppo e l’espansione delle infrastrutture idriche palestinesi e
perpetuando l’ineguale divisione dell’acqua tra israeliani e
palestinesi.
Nel
2014, dopo che Rami Hamdallah è diventato primo ministro dell’Autorità
Nazionale Palestinese, Attili – che gli israeliani consideravano un
guastafeste e la causa del problema – è stato sollevato dall’incarico;
Mazen Ghoneim è stato nominato al suo posto. Tuttavia, nonostante
qualcuno abbia interpretato questo come un cedimento alle pressioni
israeliane per riprendere il lavoro del Comitato, la posizione dei
palestinesi non è cambiata.
“Il
Comitato si riunisce” – cioè è richiesta l’approvazione dell’altra parte
– “solo quando si tratta di progetti per i palestinesi,” ha detto la
scorsa settimana ad Haaretz il ministro Ghoneim. “Gli israeliani fanno
tutto quello che vogliono nelle colonie, quando vogliono. Non chiedono
il nostro permesso di costruire ed espandere insediamenti e avamposti,
perciò perché dovrebbero ottenere la nostra approvazione per gli
acquedotti?”
Un
chiara prova è arrivata la scorsa settimana: il 20 giugno il sito web
dell’amministrazione per gli appalti del governo israeliano ha
pubblicato un bando per un condotto fognario congiunto
israelo-palestinese, che sarà posto di fianco al percorso della rete
fognaria già esistente tra Givat Ze’ev, Bir Naballah e Al Jib [la prima è
una colonia, gli altri due sono villaggi palestinesi. Ndtr.].
L’Autorità Palestinese per l’Acqua ha detto ad Haaretz che ciò viene
fatto a sua insaputa.
Secondo
COGAT [il Coordinamento per le Attività Governative nei Territori, ente
del ministero della Difesa israeliano che si occupa delle attività
civili nei Territori Occupati. Ndtr.], si tratta solo di una
risistemazione e di un lavoro di manutenzione di una conduttura già
esistente, e di conseguenza non richiede il consenso del Comitato.
Tuttavia, secondo fonti palestinesi, quando il JWC era operativo i
palestinesi dovevano chiedere l’approvazione israeliana per la
ristrutturazione (sostituzione e manutenzione) di ogni tubatura
esistente – persino nelle aree A e B, che sono sotto il controllo dell’
autorità civile palestinese. Senza tale approvazione, anche per le aree A
e B, i Paesi donatori, e soprattutto gli Stati Uniti, non avrebbero
finanziato i progetti.
L’articolo
40 degli accordi interinali del 1995 tra Israele e l’Organizzazione per
la Liberazione della Palestina, che tratta di questioni relative ad
acqua e sistema fognario, stabiliva che i palestinesi sarebbero stati
nelle condizioni di estrarre circa 118 milioni di m³ annui
dall’Acquifero Montano in Cisgiordania. In più l’accordo stabiliva che
Israele avrebbe venduto ai palestinesi altri 30 milioni di m³ e che
durante il periodo dell’accordo (fino al 1999) avrebbero potuto
incrementare la quota di altri 80 milioni di m³ annui dai loro pozzi di
perforazione nel bacino orientale o “da altra fonte”.
Secondo
i calcoli della Banca Mondiale, la quantità destinata ai palestinesi in
Cisgiordania era circa il 20% delle estrazioni dall’Acquifero Montano.
Il resto dell’acqua – cioè la maggior parte del totale – era destinata
ad Israele per il consumo delle colonie e all’interno di Israele. Il
ruolo del JWC era quello di mettere in pratica gli impegni delle parti
in base all’articolo 40 e di gestire i sistemi idrici e fognari in
Cisgiordania.
All’inizio
i palestinesi videro questa norma come una base per estendere la
propria indipendenza nel settore idrico. Oggi, 17 anni dopo che
l’accordo avrebbe dovuto terminare, secondo i calcoli dell’Autorità
Palestinese delle Acque i palestinesi stanno ricevendo solo 103 m³
all’anno dall’Acquifero Montano.
In
confronto, secondo uno studio di B’Tselem [organizzazione israeliana per
i diritti umani. Ndtr.], i cui dati sono stati aggiornati nel 2013, 28
siti di perforazione di Mekorot nella Valle del Giordano (il Bacino
Orientale) producono circa 32 milioni di m³ all’anno, cioè poco meno di
un terzo del totale dell’acqua che i palestinesi stanno estraendo da
tutto l’Acquifero Montano. La grande maggioranza di quei 32 milioni di
m³ è destinata a circa 10.000 coloni ebrei nella Valle del Giordano, per
usi domestici ed agricoli, rispetto ai 103 milioni di m³ destinati a
tutti i 2,7 milioni di palestinesi della Cisgiordania.
La
popolazione palestinese in Cisgiordania è cresciuta di circa un milione
dal 1995. In seguito a ciò ora i palestinesi non hanno altra alternativa
che comprare una maggiore quantità di acqua da Israele rispetto a
quella stabilita originariamente.
Uno
studio inglese pubblicato nel 2013 ha rilevato che la discriminazione
contro i palestinesi è stata applicata anche dal JWC. Il ricercatore,
Jan Selby dell’università del Sussex, ha scoperto che tra il 1995 e il
2008 la proporzione tra i progetti palestinesi approvati dal Comitato
(cioè, approvata anche dalla parte israeliana) è stata minore dei
progetti che sono stati approvati nelle colonie: è stato approvato non
più del 66% delle domande palestinesi di perforare pozzi rispetto al
100% delle richieste israeliane; tra il 50% e l’80% delle richieste per
reti di fornitura idrica per la popolazione palestinese è stato
approvato, rispetto al 100% per i coloni; e il 58% delle domande di
impianti per la purificazione di acque di scolo dei palestinesi rispetto
al 96% per i coloni.
Selby
ha anche scoperto che la portata degli impianti approvati di stoccaggio
dell’acqua degli israeliani è circa cinque volte maggiore di quella
delle loro controparti palestinesi – 4.723 cm³ per gli israeliani
rispetto ai 965 cm³ per i palestinesi. E il diametro più frequente delle
tubature per i palestinesi è di 2 pollici, rispetto agli 8 e 12 pollici
per gli israeliani.
Durante
lo stesso periodo, i 174 progetti di cisterne/riserve di stoccaggio per
i palestinesi avevano una capienza totale di 167.950 cm³ rispetto ai 28
impianti simili per gli israeliani con una capienza totale di 132.250
cm³.
Selby
conclude che l’espansione delle infrastrutture nelle colonie è stata
portata avanti con l’approvazione dell’Autorità Nazionale Palestinese,
perché è apparso chiaro che altrimenti Israele non avrebbe consentito la
ristrutturazione e lo sviluppo delle infrastrutture idriche
palestinesi.
Fonti
dell’Autorità Palestinese per le Acque preferiscono dire oggi che nei
primi anni “abbiamo firmato progetti di interesse comune (cioè
condutture comuni per le colonie e le comunità palestinesi).
Progressivamente ci si è preteso da noi che approvassimo progetti solo
per le colonie in cambio dell’approvazione dei nostri progetti.”
Queste
fonti hanno aggiunto che i progetti più grandi, che avrebbero potuto
essere messi in atto solo nell’area C [sotto totale controllo israeliano
e dove si trovano le riserve idriche. Ndtr.] sono anche passati per la
complicata burocrazia dell’Amministrazione Civile [il governo militare
israeliano in Cisgiordania. Ndtr.], che a volte ha ritardato o bloccato
la loro messa in opera. E Selby ha scoperto anche che, prima ancora che
un progetto venisse sottoposto al processo di approvazione
dell’Amministrazione Civile, un progetto israeliano è stato approvato
dal Comitato Congiunto delle Acque mediamente entro due mesi, mentre per
un progetto palestinese ce ne sono voluti 11.
La ricerca di Selby riassume la crescente frustrazione palestinese e spiega la decisione di lasciare il Comitato Congiunto.
Una
portavoce del COGAT ha affermato che “il miglioramento delle condizioni
delle infrastrutture idriche in Cisgiordania richiede la progettazione
di nuove condutture, in quanto quelle esistenti hanno raggiunto la
portata massima e quindi è necessario convocare il Comitato Congiunto
per le Acque.”
Ha
aggiunto: “Notiamo che alla luce delle difficoltà che l’Autorità
Nazionale Palestinese sta continuando a porre al comitato, i progetti
idrici e fognari sono stati approvati unilateralmente per dare una prima
risposta al problema dell’acqua per entrambe le popolazioni della
regione.”
Uri
Schor, un portavoce dell’Autorità Israeliana per le Acque, ha detto ad
Haaretz: “Nel novembre 2011 il direttore dell’Autorità per le Acque, nel
quadro del Comitato Congiunto, ha dato la sua approvazione ai
palestinesi per 43 progetti per la ristrutturazione di punti di
perforazione esistenti, per la sostituzione e per nuovi punti di
perforazione. “Nell’ottobre 2012,” ha scritto, “c’è stato un accordo tra
le due parti per fissare il prezzo dell’acqua in più per la
Cisgiordania e la Striscia di Gaza.” Una fonte palestinese ha detto ad
Haaretz che le richieste di perforazione approvate dall’autorità erano
state presentate molto tempo prima e che l’accordo sui prezzi era stato
stabilito solo per un anno.”
Dall’ottobre
2012, ha aggiunto Schor, “il governo palestinese ha preso la decisione
politica di non approvare nessun altro progetto israeliano
(contravvenendo all’accordo sull’acqua) silurando in tal modo un
contesto di collaborazione che ha reso possibile rifornire entrambe le
popolazioni della Cisgiordania.”
Invece
i palestinesi affermano che il recente taglio massiccio nella fornitura
di acqua alle loro comunità ha lo scopo di ricattarli per farli tornare
al Comitato Congiunto per le Acque e per “far loro approvare i progetti
esclusivamente destinati alle colonie illegali, in modo da renderli
apparentemente legali.”
All’Autorità
Palestinese per le Acque fanno notare che, proprio come lo status
dell’area C e le relazioni economiche (il Protocollo di Parigi),
destinate ad essere provvisorie, anche l’articolo 40 e le quote di acqua
imposte ai palestinesi dovevano essere temporanei.
Ma
quello che doveva essere provvisorio è diventato permanente. I
palestinesi dicono che le loro richieste di emendare l’articolo 40 non
hanno ricevuto risposta. Oggi l’unica soluzione realistica, affermano, è
permettere loro di cominciare subito a perforare nel più ricco Bacino
occidentale dell’Acquifero Montano.
Da parte sua, il ministro Ghoneim
riassume la posizione israeliana: “Israele ci tratta come clienti di
un’impresa e non come un popolo che ha un diritto legale sulle fonti
idriche del nostro Paese.”
(traduzione di Amedeo Rossi)
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