mercoledì 20 luglio 2016

5 bimbi palestinesi a Gerusalemme Lezioni di arabo (e pace) in strada


 
 
 
 
 
In una delle vie più trendy, i ragazzini vendono, per pochi minuti e a poco prezzo, insegnamenti sulla loro lingua. Contro la povertà. E per la speranza.
bergamopost.it


Insegnanti di arabo per strada, per chi vuole imparare le principali parole e i modi di dire, oppure per quanti desiderino migliorare la loro pratica con la lingua e fare un po’ di conversazione senza toccare i temi della politica. Fin qui niente di particolarmente strano, se non l’originalità di un’idea che può essere replicata un po’ ovunque nel mondo. Ma la notizia assume una maggiore stranezza, o se non altro un velo di curiosità, quando si scopre che succede a Gerusalemme, e che gli insegnanti sono poco più che bambini. Arabi, appartenenti a una famiglia originaria della zona di Hebron.
Proprio di venerdì. Tutto è cominciato un paio di settimane fa, di venerdì, in una delle vie più trendy di Gerusalemme. A dare notizia di questa iniziativa di successo che si è ripetuta anche la settimana successiva e che sembra destinata a durare è stato il quotidiano Haaretz, che ha raccontato come si svolgono queste insolite lezioni. Il giorno non è stato scelto a caso: il venerdì infatti è, per Israele, la vigilia del riposo. Gli uffici sono chiusi, le attività commerciali smettono di lavorare all’ora di pranzo, i mezzi pubblici si fermano poco prima del tramonto, la gente gira frenetica a far compere per preparare la cena di shabbat, i mercati sono pieni di ogni delizia.
Un’idea per cinque bambini. In mezzo a questa routine settimanale, su una panchina sono spuntati cinque ragazzini con un tavolino pieghevole, vestiti con magliette tutte uguali che recano la scritta “Arabic Teacher”, e dei cartelli che invitavano a frequentare una lezione di arabo: 10 shekel (circa 2 dollari e mezzo) per 10 minuti. In quattro ore hanno raccolto una cifra pari a 130 dollari.
A dare l’input ad Haneen, Innas, Abdullah, Mohammed, e Mohanid, il più giovane 10 anni e il più grande di 18 (almeno a suo dire, dato che ne dimostra molti meno), è stato un cinquantenne residente nel quartiere, Robby Berman, già fondatore di un’associazione che si occupa della donazione di organi tra ebrei ortodossi. Ha scelto questi ragazzi, improvvisandoli insegnanti, poiché nel quartiere sono già conosciuti: i loro genitori sono venuti qui da Hebron negli anni addietro con permessi temporanei per cercare lavoretti saltuari e spesso, nei giorni in cui non c’era la scuola, si portavano appresso i bambini che gironzolavano per strada vendendo chewing gum e caramelle, in quella che è un’usanza abbastanza diffusa tra i bambini poveri delle città palestinesi, oltre a essere un modo per evitare di chiedere l’elemosina.
Niente politica. Il loro pigmalione ha pensato che trasformare questi ragazzi in insegnanti di arabo potesse essere un’idea originale per riscattarli dalla povertà e dare loro un’idea alternativa alla vendita di pacchetti di caramelle alla menta. Inoltre, Berman ha pensato che dei ragazzini fossero gli insegnanti ideali, poiché con loro non si corre il rischio di parlare di politica. Nella sua esperienza di allievo della lingua araba, infatti, ha constatato che tra adulti, palestinesi e israeliani in particolare, è impossibile non far scivolare una chiacchierata su tematiche politiche con il rischio di una litigata finale. Il primo allievo di questi insegnanti di strada è proprio Berman, che per primo ha chiesto loro di fare quattro chiacchiere in cambio di una pizza o un gelato. Poi la cosa si è evoluta e gli è venuta l’idea di creare una specie di business.


“Vuoi imparare l’arabo?”. Detto fatto. Consultato il padre dei ragazzi e trovando con lui un accordo, Berman ha provveduto a trovare tutto l’occorrente per questa bizzarra scuola di lingue: ha fatto stampare le magliette, ha procurato un tavolino pieghevole e ha pensato a un piano di lezioni. Il resto lo hanno fatto i ragazzi, con il loro piglio deciso, il sorriso smagliante e lo sguardo dolce. Sotto il vigile occhio di Berman, che da lontano si assicura che ai ragazzi non succeda niente di brutto e che i loro “studenti” saldino il costo della lezione, gli insoliti insegnanti osservano i passanti, li fermano e chiedono loro: «Vuoi imparare l’arabo?».
Le critiche. Non tutto, però, è rose e fiori. Molti dei residenti non vedono di buon occhio questi ragazzi, temono non abbiano buone intenzioni, o che vengano usati da qualche terrorista. Altri invocano l’intervento della polizia per riportarli a scuola (che di venerdì è chiusa) o per rispedirli a Hebron, o comunque al di là del Muro di separazione. Intervento impossibile, poiché, non essendo bambini residenti a Gerusalemme, la municipalità non ha giurisdizione su di loro e non dispone di risorse per occuparsene. Ma i bambini sono convinti del loro operato, così come il loro papà, fiero di avere dei figli che «vanno a fare la pace».


Il quartiere. Il quartiere scelto per le loro lezioni è la ricca ed elegante German Colony, abitata per lo più da facoltosi immigrati provenienti dagli Stati Uniti. Sorge in quella vasta porzione di città al di fuori delle Mura di Solimano, nella zona sud, vicino alla vecchia stazione ferroviaria e alla strada principale che porta a Betlemme. È una delle zone più antiche di Gerusalemme Ovest, impregnata di storia, ma oggi è alla moda, con bellissimi ristoranti e locali. Qui si possono incontrare diplomatici, moltissimi stranieri e giornalisti seduti a uno dei tanti caffè a lavorare con il loro computer.
Si chiama German Colony perché venne fondata a metà dell’Ottocento da una setta protestante della Germania meridionale, i Templari. Erano luterani messianici giunti in Palestina su pressione del loro leader spirituale Christoff Hoffman. Simpatizzanti inizialmente per gli ebrei, poi divennero nazisti e per questo prima della fondazione dello Stato di Israele vennero cacciati e mandati per lo più in Australia.
Nelle case lasciate libere si stabilirono molti ebrei che esercitarono la legge del ritorno, soprattutto americani che occupano posizioni di rilievo nella società israeliana. La via principale del quartiere è Emek Refaim, una lunga strada con abitazioni di charme, che mostrano tutto il bello di stili architettonici diversi: qui si mischiano elementi ottomani con architetture moderne, in un mix di passato e presente che dona un che di radical chic a tutto il quartiere. Lo stile ricercato delle abitazioni risiede nel fatto che qui negli ultimi anni del 19esimo secolo si sono trasferiti anche molti ricchi arabi cristiani.

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