martedì 5 luglio 2016

11/9, Usa declassificano il File 17

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Il governo degli Stati Uniti ha declassificato il “File 17”, rapporto poco conosciuto che potrebbe dimostrare una connessione saudita con i dirottatori degli attacchi dell’11 settembre. Il documento offre degli indizi su quello che potrebbe essere il contenuto delle 28 pagine ancora classificate. Il File 17 si basa proprio sulle pagine mancanti del dossier della Commissione d’inchiesta del Congresso statunitense.

Per approfondire: La mano saudita dietro l’11 settembre


Le amministrazioni Bush ed Obama, fino ad oggi, si sono rifiutate di declassificare quelle 28 pagine, sostenendo che il loro rilascio metterebbe a repentaglio la sicurezza nazionale. I critici, invece, motivano tale riluttanza a causa del coinvolgimento dell’Arabia Saudita nell’attacco terroristico di al-Qaeda che ha ucciso quasi 3.000 persone sul suolo americano. Da rilevare che tale conclusione non può tenere conto di quanto sarebbe emerso nelle 28 pagine classificate.
Secondo la CIA non vi è alcun legame del governo saudita, inteso come stato, istituzioni o funzionari, negli attacchi dell’11 settembre. Le 28 pagine si riferiscono principalmente ai finanziatori degli attentati e punterebbero il dito contro l’Arabia Saudita. Quest’ultima ha sempre negato di aver fornito alcun tipo di supporto ai 19 dirottatori, la maggior parte dei quali erano cittadini sauditi. Riyad sembra comunque temere la pubblicazione di quelle 28 pagine. Il Ministro degli Esteri saudita, Adel al-Jubeir, comunicando la posizione del proprio paese, avrebbe minacciato di ritirare tutti i capitali, stimati in miliardi di dollari, investiti nelle attività finanziarie statunitensi. Una quota di 750 miliardi di dollari in titoli del Tesoro ed in altre attività finanziarie americane sul mercato mondiale che l’Arabia Saudita sarebbe disposta a riportare in patria.

Per approfondire: Così l’Arabia Saudita compra la politica estera Usa


La sezione trattenuta nel rapporto del 2002, le famose 28 pagine, è al centro di una disputa che contrappone gli americani alla Casa Bianca. Lo scorso 17 maggio, il Senato ha approvato all’unanimità un disegno di legge che consentirebbe ai sopravvissuti ed ai parenti delle vittime dell’11 settembre di citare in giudizio l’Arabia Saudita. Barack Obama ha già annunciato che porrà il veto. Per diventare esecutiva, infatti, la legge dovrà essere prima approvata dalla Camera e poi firmata dal presidente degli Stati Uniti. La motivazione ufficiale della Casa Bianca è che “il Justice Against Sponsors of Terrorism Act potrebbe avere conseguenze imprevedibili”. L’amministrazione Obama teme pericolose ripercussioni giuridiche per una norma che, se diventasse esecutiva, andrebbe in contrasto con quanto previsto dall’immunità sovrana, creando una pericolosa eccezione. In vigore dal 1976, la dottrina dell’immunità sovrana sancita dal Foreign States Immunities Act, disciplina l’immunità degli Stati esteri dalla giurisdizione americana. Il Justice Against Sponsors of Terrorism Act autorizzerebbe tutti i procedimenti giuridici contro l’Arabia Saudita. Secondo la Casa Bianca, il Justice Against Sponsors of Terrorism Act modificherebbe una legge internazionale di lunga data relativa all’immunità sovrana. “Intaccare l’immunità significherebbe mettere a rischio gli americani che lavorano all’estero”.
Nel File 17 sono contenuti i nomi di coloro che hanno avuto un contatto, in forma diretta o indiretta, con i dirottatori prima degli attacchi. Alcuni erano diplomatici sauditi.

Fahad Al-Thumairy

Imam della moschea King Fahad a Culver City, California. Al-Thumairy è sospettato di aver aiutato due dei dirottatori dopo il loro arrivo a Los Angeles. Era anche un diplomatico accreditato presso il consolato saudita di Los Angeles dal 1996 al 2003. Secondo la Commissione 9/11, al-Thumairy avrebbe inserito i due estremisti nella sua comunità religiosa. L’uomo ha sempre negato di promuovere la jihad e di non aver mai aiutato i dirottatori. Secondo le informazioni declassificate, al-Thumairy ha incontrato presso il consolato saudita, nel febbraio del 2000, Omar al-Bayoumi. Quest’ultimo, cittadino saudita, poco prima dell’incontro ha pranzato con due dirottatori in un ristorane. Al-Thumairy ha sempre negato di conoscere al-Bayoumi, anche se i due sono stati registrati più volte al telefono già a partire dal 1998. La CIA ha inoltre registrato 11 conversazioni avvenute tra il 3 ed il 20 dicembre del 2000. Al-Bayoumi  afferma che quelle conversazioni erano di natura esclusivamente religiosa. La Commissione 9/11 conclude il fascicolo su al-Thumairy (parliamo sempre di quello fino ad oggi declassificato) affermando che “nonostante le prove indiziarie, non abbiamo trovato prove che possano collegarlo agli attacchi”. Eppure, in un rapporto datato 19 marzo del 2004, la CIA afferma che Khallad bin Attash, operativo di al-Qaeda e sospettato di essere la mente dell’attacco contro l’USS Cole, avvenuto nello Yemen nell’ottobre del 2000, si trovava a Los Angeles nel giugno del 2000 in compagnia di Fahad al-Thumairy. Il 6 maggio del 2003 al-Thumairy cerca di ritornare negli Stati Uniti, ma il suo accesso è stato negato perché sospettato di essere collegato ad attività terroristiche.

Omar al-Bayoumi

Cittadino saudita, ha aiutato due dirottatori in California. Al-Bayoumi ha dichiarato agli investigatori che lui ed un altro uomo hanno aiutato due terroristi (ignorandone il vero ruolo) per alcuni pratiche presso l’ambasciata saudita. In seguito sono andati al ristorante a Culver City. In quel frangente, i due dirottatori si lamentarono di Los Angeles e ricevettero aiuto da Al-Bayoumi a trovare casa a San Diego. Nel File 17, la commissione afferma che “Al-Bayoumi ha ampi legami con il governo saudita e nella comunità musulmana di San Diego. Sospettiamo possa essere un ufficiale dell’intelligence saudita”. La Commissione 9/11 supporta tale teoria riportando alcuni interrogatori. Al-Bayoumi è stato ufficialmente impiegato della Ercan, una filiale della Saudi Civil Aviation Administration. I colleghi di lavoro di al-Bayoumi, però, lo hanno descritto come un dipendente fantasma, notando che era uno dei molti sauditi a libro paga a cui non era richiesta la presenza. Ha lasciato gli Stati Uniti nell’agosto del 2001, settimane prima degli attacchi dell’11 settembre. La Commissione 9/11 rileva che “non conosciamo lo scopo di quel pranzo, ma è candidato improbabile per il coinvolgimento clandestino con gli estremisti islamici”.

Osama Bassnan

Stretto collaboratore di al-Bayoumi, era frequentemente in contatto con i dirottatori. Viveva in un complesso di appartamenti lungo la stessa strada della casa dei terroristi a San Diego. Bassnan, ex dipendente del governo saudita a Washington, ha ricevuto notevoli finanziamenti dalla principessa Haifa al-Faisal, moglie del principe Bandar bin Sultan. Quest’ultimo, ex capo dei servizi segreti in Arabia Saudita, è stato ambasciatore degli Stati Uniti dal 1983 al 2005. Il denaro è stato presumibilmente utilizzato per le cure mediche della moglie di Bassnan. Secondo la Commissione 9/11 “non vi è alcuna prova che il denaro possa essere stato reindirizzato verso il terrorismo”.

Mohdhar Abdullah

Abdullah ha tradotto dei testi per i due dirottatori e li ha aiutati ad aprire dei conti bancari. Raggiunto più volte dall’FBI, Abdullah ha affermato di essere a conoscenza delle opinioni estremiste dei due dirottatori, ignorandone il fine. Eppure la Commissione 9/11 rileva che “durante una perquisizione dopo gli attentati, nella casa di Abdullah, l’FBI ha rinvenuto un quaderno (appartenente a qualcun altro che resterà ignoto), con riferimenti ad aerei che cadono dal cielo, uccisioni di massa e dirottamenti”. Arrestato subito dopo gli attacchi alle Torre Gemelle, l’uomo ha espresso “odio verso gli Stati Uniti”. Ulteriori intercettazioni ambientali nella cella di Abdullah, hanno dimostrato che l’uomo si vantava con gli altri detenuti di aver conosciuto i dirottatori.  E ‘stato espulso nel maggio del 2004 dal procuratore degli Stati Uniti per il Distretto Meridionale della California.



ARABIA SAUDITA. L’attentato a Medina, il wahabismo e il “File 17”
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L’attacco di due giorni è figlio del wahabismo e del salafismo che vedono persino nelle visite dei fedeli alla Tomba di Maometto una forma di paganesimo latente. Intanto Obama ha declassificato parte di un dossier segreto dell’inchiesta sull’11 settembre che fa emergere responsabilità saudite
L'attacco a Medina di lunedì (Fonte: Cbs)
L’attacco a Medina di lunedì (Fonte: Cbs)
di Michele Giorgio – Il Manifesto
Roma, 6 luglio 2016, Nena News – “Fermiamo chi vuole dirottare la nostra religione”. È il titolo dell’editoriale di Meher Murshed ieri sul quotidiano Gulf News. «È tempo che il mondo islamico si unisca per rigettare questa deviazione (l’Isis). Occorre convocare una riunione d’emergenza dell’Organizzazione della Conferenza Islamica per ribadire l’unità della comunità musulmana di fronte a questo orrore». Murshed si è riferito all’attentato (quattro morti e cinque feriti) compiuto lunedì sera da un kamikaze a Medina, seconda città santa dell’Islam, davanti alla moschea, Al Masjid an Nabawi, che ospita la tomba di Maometto.
Un attacco – il terzo in un solo giorno in Arabia saudita – che ha impressionato i musulmani, ovunque. Quello che l’editorialista arabo non ha scritto è che tanti wahabiti in Arabia saudita e nel Golfo da anni invocano la distruzione della Tomba di Maometto a Medina e della casa del profeta alla Mecca perché contrari alla loro interpretazione dell’Islam. Sarebbero, a loro dire, espressioni di un paganesimo latente. È già sparita la casa di Khadijah, la prima moglie di Maometto, e al suo posto ora ci sono dei bagni pubblici. Un hotel della catena Hilton occupa da qualche tempo il luogo dove era l’abitazione del primo califfo, Abu Bakr. Un rapporto della Islamic Heritage Research Foundation rivela che dal 1985 i bulldozer inviati dalla casa regnante Saud e dai leader religiosi wahabiti hanno demolito il 98% dei luoghi santi e storici dell’Islam in Arabia saudita.
Se wahabiti e salafiti da decenni non fanno altro che invocare e finanziare con miliardi di dollari, nei Paesi islamici e nelle comunità musulmane in Occidente, l’applicazione della loro visione dell’Islam, non deve sorprendere che un figlio di questo politica vada a Medina per far saltare in aria la Tomba di Maometto. Meher Murshed dovrebbe porsi una domanda fondamentale su chi sta dirottando l’Islam: i fanatici esaltati dell’Isis oppure una corrente minoritaria ma molto potente dell’Islam, legata a doppio filo ai petromonarchi del Golfo, che rifiuta il modo di vivere e di pensare degli altri musulmani? Così come i dirigenti della Cia e del Fbi dovrebbero interrogarsi di nuovo sul perché molti degli attentatori dell’11 Settembre erano cittadini sauditi.
Le responsabilità saudite nell’attacco alle Torri Gemelle continuano ad emergere nonostante gli sforzi delle Amministrazioni Bush e Obama di nasconderle per ragioni politiche e diplomatiche. Sotto la pressione delle famiglie delle vittime, il Dipartimento di stato nei giorni scorsi ha declassificato una parte delle ormai famose 28 pagine segrete del Rapporto della Commissione d’inchiesta del Congresso sull’11 Settembre.
Pagine che riguardano il ruolo svolto da cittadini sauditi, alcuni con incarichi importanti negli Usa, a sostegno dei dirottatori che si lanciarono sulle Twin Towers e (ma i dubbi sono forti) sul Pentagono. Il documento reso pubblico è noto come “File 17”. «Le informazioni contenute nel ‘File 17’ si basano su ciò che è scritto nelle 28 pagine», assicura l’ex senatore democratico Bob Graham, co-presidente della inchiesta svolta del Congresso.
Il “File 17” mette in evidenza le attività sospette in particolare di quattro sauditi: Fahad al Thumairy, Omar al Bayoumi, Osama Bassnan e Mohdhar Abdullah. Il primo era un diplomatico e un imam della moschea King Fahad di Culver City, in California, generosamente finanziata dalle istituzioni wahabite di Riyadh. È sospettato di aver aiutato due dei dirottatori dopo il loro arrivo a Los Angeles e di aver dato vita ad un gruppo jihadista, accusa che ha sempre respinto.
Nel febbraio 2000 al Thumairy incontrò Omar al Bayoumi, poco prima che quest’ultimo avesse un colloquio con i dirottatori. Al Thumairy nega di aver conosciuto al Bayoumi ma i due hanno avuto decine di conversazioni telefoniche tra il 1998 e il 2000. Il 6 maggio 2003 al Thumairy cercò di tornare negli Stati Uniti. Le autorità Usa invece di aspettarlo in aeroporto per arrestarlo decisero inspiegabilmente gli rifiutargli in visto, lasciando così libero in Arabia saudita. Da parte sua Omar al Bayoumi aiutò i dirottatori a trovare un appartamento a San Diego, città dove molti arabi lo ritenevano un agente dell’intelligence saudita. Al Bayoumi lasciò gli Stati Uniti nell’agosto del 2001, settimane prima degli attacchi dell’11 settembre.
Un suo collaboratore, Osama Bassnan, è stato in contatto frequente con i dirottatori e molti lo ricordano come un sostenitore di Osama bin Laden. Anche lui è libero. Il quarto saudita indicato nel “File 17”, Mohdhar Abdullah, ha fatto da traduttore ai due dirottatori e li ha aiutati ad aprire conti bancari. È stato espulso verso lo Yemen nel maggio 2004. Per il ministro degli esteri saudita Adel Jubeir il “File 17” non conterrebbe alcuna informazione utile alle indagini.
Michele Giorgio è su Twitter: @michelegiorgio2

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